VITA DA MUSICO: Andy Carrieri

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Andrea “Andy” Carrieri è un chitarrista blues e rock con oltre trent’anni di carriera. Fondatore dei Dirty Hands e già membro dei Jack Daniel’s Lovers, ha inciso album con artisti internazionali e tenuto quasi 900 concerti tra Italia, Europa e Stati Uniti. Ha composto colonne sonore per documentari e, nel 2024, registra il suo debutto da solista con “All Things Bright”, un album acustico che racconta il suo percorso musicale più intimo e che è uscito di recente in digitale e vinile per l’etichetta Bloos Records.

Andy Carrieri si è raccontato per noi in prima persona, accompagnandoci in un viaggio che parte da un ricordo d’infanzia destinato a cambiare per sempre il suo modo di vivere la musica. Tra festival memorabili, punk attitude, blues, tour internazionali e ricerca di un’identità sonora, prende forma il racconto di una vita trascorsa inseguendo un’unica idea: trovare una voce autentica, senza compromessi. Un insieme di memoria, riflessione e dichiarazione d’intenti di un musicista che continua, ancora oggi, a mettersi in gioco.

“Nel 1973 mio padre mi portò al XIV FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL JAZZ a Bologna. La serata che mi ha “segnato” e che ricordo di più è stata l’ultima, Sabato con The B.B. King Group e Miles Davis and his Musicians all Stars. Avevo 12 anni.

Mio padre adorava Miles Davis e l’anno prima era uscito On The Corner che ascoltava di continuo, era affascinato da come si potesse arrivare a concepire un disco come quello partendo da Kind Of Blue. Ovviamente nel 1973, per gli appassionati di jazz nostrani, era troppo presto per digerire quell’esibizione e quando Miles salì sul palco, mio padre mi disse: “mò lo fischiano”. Miles si girò verso la band che suonava già il primo pezzo, dando le spalle al pubblico e attaccò le prime note con la tromba filtrata da un Wah-Wah. Lo fischiarono.

Rimasi affascinato più da questo atteggiamento, ho imparato senza saperlo cosa vuol dire avere quella che più tardi sarebbe stata definita come “punk-attitude”. Mio padre, portandomi al palasport quella sera, mi stava insegnando l’importanza di avere un suono personale e l’attitudine a dare al pubblico quello che si vuole e non quello che il pubblico si aspetta di sentire.

Questa attitudine l’ho sperimentata qualche anno più tardi quando a 17 anni militavo in una Da-Da Punk band bolognese, i Rusk Und BrusK, in piena era punk e rock demenziale dei primi Skiantos. Lo stesso Freak Antoni diceva che era troppo presto per il punk-rock in Italia e per questo motivo gli Skiantos si sono inventati la formula rock Demenziale. L’effetto finale erano esibizioni punk dove il pubblico veniva allegramente insultato e bersagliato da lanci di ortaggi.

La ricerca di un suono riconoscibile e personale mi ha accompagnato per tutta la carriera di musicista e questo ha fatto un po’ la differenza rispetto al panorama nazionale. Non è detto che tutti apprezzino ciò che non si aspettano di sentire ma direi che, tutto sommato, gli apprezzamenti e i riconoscimenti non sono mai mancati. Spesso, però, con qualche anno di ritardo ma fa parte sempre di quel gioco che si chiama: Nessuno-è-profeta-in-patria. In ogni caso, ho suonato molto dal vivo in giro tra Europa e Stati Uniti toccando anche le 150 data in un anno e facendo sempre la musica che mi piaceva (blues e rock). Il fatto di avere un suono deciso e non banale ha fatto sì che fossi apprezzato come chitarrista elettrico per un genere di rock e blues specifico. Una volta al Continental di Austin un ricco cowboy texano mi ha lasciato 100$ di mancia nel bottiglione delle tips dicendo: “erano anni che nessuno suonava più così in questa città”. Era il 1992, SRV era morto già da qualche anno ma la città era ancora in lutto per la sua scomparsa.

Negli anni 80, quando a Bologna era esplosa la seconda ondata punk e imperversava la musica inglese io ascoltavo il famoso Rock made in USA, Springsteen incluso. Avere un suono marcatamente rock, oltre all’uso della slide (il mio idolo era George Thorogood), sono stati i fattori che mi hanno caratterizzato di più: in quegli anni entrai a far parte dei Jack Daniels Lovers e, per un tour estivo nel 1989, dei Rocking Chairs.

Dopo queste esperienze ho formato un mio gruppo Blues-Rock in stile Texano: i Dirty Hands. Era il 1990. Anche in questo caso il suono è stato determinante per distinguersi.

Tutt’ora, ultra sessantenne, cerco di avere un suono tutto mio e non mi stanco mai di cercare e ascoltare qualsiasi cosa possa ispirarmi. Non mi considero un compositore anche se, per forza di cose, lo devo fare ma, piuttosto, un interprete che, a modo suo, cerca di mantenere vivo, personalizzandolo con il suo tocco, un genere che esiste ormai da quasi 150 anni: Il Blues.

Adesso, con il mio ultimo lavoro sono uscito allo scoperto, come se mi fossi messo a nudo. Una nuova vita artistica con la quale continuare la mia ricerca. Spero sempre di essere apprezzato per quello che sono, per la mia unicità, per quello che ho da dire e non per le somiglianze.”

 

 

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