C’è un filo che attraversa “Balordi mari”, il nuovo EP di Vago, e non è soltanto quello suggerito dal titolo. Il mare diventa il punto di incontro tra memoria personale, ricerca artistica e scrittura, trasformandosi in un elemento che unisce i quattro brani ben oltre la loro dimensione musicale. Più che una raccolta di canzoni, il lavoro si presenta come un percorso coerente, costruito attraverso immagini, atmosfere e una precisa idea di suono.
Il cantautore toscano arriva a questo progetto dopo un lungo processo di sedimentazione. Alcuni brani sono nati rapidamente, altri hanno richiesto mesi di distanza prima di trovare la loro forma definitiva. Un metodo che ha permesso alle composizioni di evolversi senza inseguire l’immediatezza, lasciando che il tempo diventasse parte integrante della scrittura. È proprio questa pazienza creativa ad aver dato all’EP una forte identità, sia sul piano narrativo sia su quello musicale.
L’universo di Balordi mari si sviluppa infatti attraverso un equilibrio tra cantautorato, arrangiamenti elettroacustici e una spiccata componente evocativa. Le immagini assumono un ruolo centrale, quasi cinematografico, mentre la musica accompagna e amplifica il racconto senza mai sovrastarlo. Anche il lavoro collettivo con i musicisti coinvolti e con il produttore Paolo Mauri contribuisce a definire un linguaggio comune, capace di dare continuità a brani nati in momenti diversi.
In questa intervista Vago racconta la genesi dell’EP, il valore simbolico che il mare continua ad avere nella sua vita, il rapporto tra sogno e realtà che attraversa la sua scrittura e il modo in cui le canzoni hanno preso forma grazie all’attesa e alla collaborazione. Un dialogo che offre uno sguardo sul percorso creativo di un autore interessato più alla costruzione di un immaginario coerente che alla ricerca di formule prestabilite.
“Balordi mari” sembra muoversi come una narrazione unica più che come una raccolta di brani. Hai pensato fin dall’inizio a una struttura narrativa?
A un certo punto mi sono reso conto che le cose che stavo scrivendo avevano vari elementi in comune. Il mare, che è sempre stato fonte di ispirazione, e un contesto sonoro che pian piano sentivo accomunare le canzoni. Rispetto ad altri lavori avevo chiari alcuni paletti da seguire per cercare un omogeneità che altre volte avevo sacrificato per la “varietà”, stavolta volevo che le canzoni avessero chiaramente delle cose in comune. Narrativamente mi interessava scrivere cose più riflessive, intime ed emozionali lasciando da parte altre caratteristiche della mia scrittura.
Il mare, in senso fisico e simbolico, attraversa tutto il lavoro. Che significato assume per te oggi questa immagine?
Sono di figlio di due persone cresciute sul mare. Da piccolo vivevo l’inverno scolastico in città ma i weekend e le estati, dal primo all’ultimo giorno, abitavo il mare. Questo ha fatto sì che diventasse un elemento necessario al mio umore e al funzionamento del mio cuore.
In “Le profondità” emerge una tensione tra immobilità e desiderio di fuga. È una condizione personale o più generazionale?
Sicuramente personale ma credo possa rappresentare anche la condizione di una generazione. Credo sia una caratteristica comune quella di avere grandi sogni ma dover fare i conti con la propria realtà, in questo testo ho cercato di raccontare un flusso di pensiero che può accomunare più persone. La fuga dal presente quando non sembra il posto adatto a noi stessi per andare incontro a ciò che il cuore sente di voler essere.
Un piccolo e umile inno a chi tende al sogno, al viaggio e alla continua ricerca di qualcosa di diverso dalla normalità.
La scrittura di “Non mi dire” nasce da un momento di insicurezza: quanto è cambiato il brano rispetto alla sua forma originaria?
La canzone è nata in maniera molto veloce, i primi 2 minuti sono nati e rimasti così. Dopo aver fatto riposare il pezzo per qualche mese riascoltandolo ho avuto una scintilla che ha aperto la strada all’arrangiamento con soluzioni che non avrei mai pensato al momento della prima stesura.
L’elemento cinematografico è ricorrente nella descrizione dell’EP. Ti senti più vicino a una scrittura musicale o a una scrittura per immagini?
Entrambe le cose ma in questo EP il concetto di scrittura per immagini è sicuramente preponderante. Musica e immagini, intese come scrittura, sono entrambi elementi evocativi e dovevano essere complici per raggiungere il risultato.
Il lavoro è molto corale a livello di musicisti coinvolti. Quanto conta per te la dimensione collettiva nella definizione del suono?
In questo caso è stato molto importante avere un idea chiara dell’insieme per poterla trasmettere ai musicisti e portarli liberamente a partecipare e sentirsi parte dei pezzi. Abbiamo registrato in più fasi ma sempre in maniera intensa oltre che coinvolgente emotivamente per il rapporto d’amicizia. La ciliegina sulla torta l’ha poi messa Paolo Mauri in fase di missaggio riuscendo ancor di più a dare un linguaggio comune a tutti i pezzi del lavoro e a unire i puntini fino a disegnare una forma coerente.