Taglialucci, ovvero Tony T (d’ora in poi T), è il progetto solista di Claudio Calamita, musicista, chitarrista e produttore attivo nella scena indipendente italiana. Dopo gli Oneiros Way, fondato nel 2020 con la cantante Regina Ramos, T affronta una svolta stilistica dando vita ad un progetto personale che fonde canzone glitchata, ambienti cinematici, riferimenti letterari e spiritualità distorta. “Una solitudine troppo rumorosa” è il suo EP di ultimissima pubblicazione (che contiene i primi due singoli “Capofitto” e “Eliotropica”), registrato presso Escape Music e prodotto da Kupo Music (alias Claudio Cupelli).
Taglialucci si è raccontato per noi di Lost In Groove e ci ha accompagnato dentro una visione della musica che assomiglia più a un atto di sopravvivenza che a una vocazione. Tra immagini di macerie, pratiche burocratiche e paesaggi interiori consumati dal rumore del presente, emerge il ritratto di un artista che diffida dei miti della creazione e preferisce abitare gli scarti, le crepe, ciò che resta. Una riflessione amara ma sorprendentemente vitale, che racconta cosa significa continuare a fare musica quando ogni certezza sembra essersi già sgretolata.
Diario di un conferimento obbligatorio
Non credo nella creazione, credo nel macero.
Scrivere musica, somiglia al lavoro di chi raccoglie carta straccia, frammenti di pensieri degradati per stiparli sotto una pressa meccanica.
Il risultato è una canzone che somiglia a un pacchetto compresso di scarti.
Il mio quotidiano si muove esattamente lì, in quella zona grigia dove la realtà deve essere alleggerita per diventare sopportabile.
Da una parte c’è la gestione burocratica dell’esistere, fatta di protocolli necessari per dare un ordine al caos; dall’altra c’è il tentativo di restare a galla mentre tutto spinge per un tuffo in verticale.
“Una solitudine troppo rumorosa,” non è una melodia, è materiale tritato, ridotto in poltiglia e ricostruito attraverso l’estetica del macero. Un lavoro di straforo, come scriveva De Certeau;
Essere un “musico” oggi significa per me accettare questa condizione di inettitudine dinamica. Non c’è nulla di celebrativo nel comporre: solo il gesto meccanico di chi ordina il disordine per non esserne travolto. Si caricano file, si correggono frequenze come si compilano verbali di smaltimento. Non cerco l’anima, nella musica e neppure nell’arte; il dibattito sull’anima e la macchina lo ritengo piuttosto ozioso.
Come artista non ho un’anima, sono piuttosto uno sciacallo: mi aggiro tra le mura scalcinate di un paese in crollo, limpido, marmoreo, pallido come un ossario alla ricerca di un ultimo respiro da succhiare.
Vorrei invecchiare così, immobile scultura stesa in una bara di pancia.