Mettere in piedi un progetto discografico senza calcoli a tavolino, affidandosi unicamente all’urgenza espressiva e a una ferrea disciplina interna. The Other Side, il nuovo EP dei Bad Profile, non nasce per assecondare le logiche algoritmiche del mercato odierno, ma rappresenta la naturale e viscerale risposta di una band che ha scelto di fare i conti con i propri cambiamenti. Senza la rete di sicurezza di un produttore esterno a indirizzare le scelte in studio, il quartetto milanese ha preferito mettersi totalmente a nudo, trasformando il processo di autoproduzione in una palestra di autocritica e di rigorosa selezione stilistica.
Il risultato è un lavoro che rifugge la tentazione della coerenza a tutti i costi, preferendo costruire la propria identità sulla tensione dinamica e sul contrasto. Da una parte troviamo l’impatto viscerale, vicino e corporeo dell’alternative rock e del post-grunge; dall’altra si aprono improvvisi panorami di respiro cosmico e riflessivo, capaci di spostare l’asse dal microcosmo dell’individuo a una dimensione quasi universale. Questa alternanza non è il frutto di un calcolo freddo, ma l’espressione di un percorso emotivo che attraversa il conflitto, la presa di coscienza e la resa finale di fronte a ciò che non può essere controllato.
In questo delicato equilibrio tra chitarre taglienti e spazi dilatati, i Bad Profile dimostrano che il rock non ha bisogno di proclami sulla sua presunta immortalità, ma solo di un linguaggio autentico con cui raccontare le fratture che ci attraversano. Abbiamo parlato con la band proprio per analizzare le scelte di arrangiamento, la gestione della produzione autonoma e il senso di un viaggio che sceglie deliberatamente di non chiudersi con una rassicurante morale.
Come nasce The Other Side? Qual è stata la scintilla iniziale?
Non c’è stata una sola scintilla. È nato dall’accumulo di esperienze diverse e dal bisogno di tornare a scrivere dopo un periodo in cui tante cose erano cambiate. A un certo punto ci siamo accorti che stavamo scrivendo canzoni che avevano un filo comune: il confronto con qualcosa che non potevamo più evitare. Da lì abbiamo iniziato a vedere il disco come un percorso.
Come avete fatto convivere le due anime di Honestly e The Man From The Future?
Proprio evitando di uniformarle. Non volevamo che tutti i pezzi avessero lo stesso suono. Honestly è molto più legata al corpo e alla tensione immediata, mentre The Man From The Future aveva bisogno di uno spazio molto più ampio. Le chitarre sono quindi parte della narrazione: in un pezzo devono essere fisiche e vicine, nell’altro devono contribuire ad aprire la prospettiva. La coerenza dell’EP non viene dal fatto che tutte le canzoni suonino uguali, ma dal fatto che tutte appartengano allo stesso viaggio.
It’s Only Rock and Roll è una dichiarazione contro chi dice che chitarre e rock hanno perso la loro forza di ribellione?
Non l’abbiamo scritto per dimostrare qualcosa a qualcuno. Per noi il rock non ha bisogno di essere dichiarato morto o vivo. È semplicemente un linguaggio che sentiamo ancora nostro. E la ribellione non dipende dal genere musicale. Dipende da quello che hai da dire e da quanto sei disposto a esporti. It’s Only Rock and Roll è la nostra maniera di dire che, quando arriva il momento di reagire, noi sappiamo ancora quale linguaggio parlare.
Perché avete scelto di chiudere l’EP con Follow Me Down, lasciando l’ascoltatore in questo vuoto sospeso?
Perché non volevamo una conclusione rassicurante. Il viaggio parte dalla rabbia e dal bisogno di rompere qualcosa, passa attraverso la consapevolezza, guarda al futuro e poi torna al corpo, alla reazione. Ma alla fine arriva davanti a qualcosa che non puoi controllare. La perdita. Chiudere con Follow Me Down significa accettare che non tutte le cose hanno una soluzione. E forse è proprio lì che il titolo The Other Side acquista il suo significato più profondo.
Qual è stato l’ostacolo più grande nel mantenere l’obiettività lavorando senza un produttore esterno?
Il rischio più grande è innamorarti troppo delle tue idee. Quando lavori da solo devi imparare a distinguere tra ciò che ti piace perché lo hai scritto tu e ciò che funziona davvero. L’autoproduzione ci ha dato una libertà enorme, ma ci ha imposto anche molta disciplina. Abbiamo dovuto ascoltare i pezzi continuamente, metterli in discussione e capire quando smettere di aggiungere. Il confronto tra noi è stato fondamentale.