Con BEVI. DIMENTICA. OBBEDISCI., gli ALMA Acoustic tornano a interrogarsi sulle contraddizioni del presente, scegliendo ancora una volta l’ironia come lente attraverso cui osservare una società sempre più veloce, distratta e ossessionata dalla performance. Il nuovo album nasce dalla necessità di fermarsi e guardare ciò che normalmente rischiamo di non vedere: le relazioni, i piccoli gesti quotidiani, le persone che esistono lontano dai riflettori. Un disco che, nelle parole della band, non vuole impartire ordini ma ascoltare quel «rumore di fondo» che ci accompagna ogni giorno e provare, attraverso dieci brani, a restare svegli.
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Dalla continuità del nucleo storico della band al contributo dei nuovi musicisti, passando per la scelta consapevole di scrivere in italiano e per un rapporto con il tempo che diventa quasi una forma di resistenza, gli ALMA Acoustic raccontano la genesi e il significato di un album che chiede soprattutto una cosa: fermarsi. E dedicare attenzione, anche solo per qualche minuto, a qualcosa che abbiamo scelto di ascoltare davvero.
Il titolo BEVI. OBBEDISCI. DIMENTICA. sembra quasi un ordine, più che il titolo di un album. Come siete arrivati a queste tre parole e cosa rappresentano per voi?
Non è un ordine. È il rumore di fondo. Nessuno te lo impone: te lo offrono, e tu lo accetti volentieri, perché è comodo, perché è dolce, perché domani è un altro giorno e tanto nessuno ricorda niente. Questo disco nasce da lì: dal divario tra la vita che mostriamo e quella che facciamo, tra il profilo e la persona, tra quello che diciamo quando amiamo e quello che non riusciamo a dirci mai. Non c’è un nemico da smascherare, siamo bravi abbastanza da essere noi stessi il nostro peggior nemico. Eppure c’è un gatto che vaga per i cortili e guarda tutto senza dire niente. C’è chi si ricorda le cose, ed è quasi un atto di ribellione. E poi ci sono le donne che stendono i panni al sole, i bambini che giocano in cortile, due vecchi che si tengono la mano. Nessuno li fotografa. Esistono lo stesso. La resistenza, forse, è tutta qui: continuare a vedere. E trovare bellezza sapendo che non dura. Questi dieci brani sono il nostro modo di restare svegli. Se anche uno solo ti fa rallentare un attimo, ha già fatto il suo lavoro.
Il disco nasce anche come reazione alla frenesia e alla necessità di essere sempre performanti. C’è un episodio o un momento preciso che vi ha fatto sentire il bisogno di rallentare?
Nessun momento preciso, è il momento storico, l’insieme delle cose, la sensazione che tutto intorno le persone “perdano tempo” senza godersi la vita, rincorrendo affannosamente mete che una volta raggiunte li rimandano solo alla successiva.
Rispetto a Tutti umani tutti uguali, cosa è cambiato concretamente nel vostro modo di scrivere e arrangiare le canzoni? Avete affrontato il lavoro in maniera diversa questa volta?
Il cuore storico della band, Maurizio e Orio hanno continuato a lavorare e crescere insieme come sempre, è sicuramente l’aspetto che negli ALMA è rimasto invariato, insieme alla voglia di raccontare la società in chiave ironica ma senza banalizzare. Quello che è cambiato è il resto della formazione, nuovi musicisti, Christopher Cornacchini al basso, Pietro Pavanelli alle chitarre, Guido Lazzaroni alla batteria, sono tutti musicisti diplomati e di grande esperienza, oltre che insegnanti per il loro strumento, hanno dato un contributo eccezionale per alzare l’asticella della band, possiamo dire che gli arrangiamenti hanno davvero fatto un grande salto di qualità.
I singoli che hanno anticipato il disco, da Parlami d’amore a Vita, Il fiume dell’oblio e Arturo, raccontano aspetti diversi dello stesso presente. Come avete costruito il filo che tiene insieme queste dieci tracce?
In realtà si è costruito da solo, i brani sono stati scritti temporalmente tutti molto vicini, come un flusso che raccontava diversi aspetti dello scorrere della vita in questi tempi, non abbiamo dovuto trovare un filo conduttore per mettere insieme i brani, è come se l’album fosse nato da solo con un tema, sono state le canzoni stesse a trovarsi insieme per dargli un senso, è stato automatico.
Siete una band nata in Ticino che sceglie di scrivere e cantare in italiano, anche in una scena dove l’inglese ha ancora un peso importante. Quanto questa scelta linguistica entra nella vostra identità e nella scrittura del nuovo album?
Questo è un aspetto fondamentale per noi. Viviamo in un cantone che è l’unico a parlare italiano (oltre ad una parte dei Grigioni) e dove spesso la popolazione lamenta di sentirsi una minoranza linguistica rispetto al resto della Svizzera, poi però quando è il momento di dire qualcosa, di creare qualcosa ad esempio in ambito musicale, lo si fa in inglese… è una contraddizione. Noi pensiamo che scrivere in italiano sia un nostro dovere morale oltre che un piacere ed un modo di arrivare alle persone in modo diretto e comprensibile, perchè che lo si voglia ammettere o no, in quanti davvero capiscono quello che viene cantato in inglese? Non tutti.
Allora perchè lo si fa? Perchè c’è la speranza di arrivare ad un successo internazionale? A noi il successo non importa 🙂 preferiamo coerentemente arrivare anche un pubblico più ristretto, ma arrivare.
Dopo l’uscita del disco, quale sarebbe per voi la situazione ideale in cui vorreste che qualcuno lo ascoltasse dall’inizio alla fine? Che cosa dovrebbe rimanergli addosso una volta arrivato all’ultima traccia?
Vorremmo rispondere con una parola: “TEMPO” vorremmo che le persone si prendessero davvero il tempo… non solo di ascoltare il nostro disco, questo sarebbe una grandissima vittoria, se ci pensi è altamente improbabile che una persona si sieda, per 45 minuti ad ascoltare attentamente ciò che le canzoni dicono… saranno forse 2 o 3 che lo faranno? Oggi la soglia dell’attenzione dell’essere umano è pari a 8 secondi come diciamo in un brano del nostro precedente album, contro quella di un pesce rosso che è di 9, è spaventoso… allora ciò che vorremmo davvero che rimanesse alle persone è solo questo, la capacità di dire “adesso mi prendo del tempo, per porre attenzione su qualcosa” e lo facessero davvero… e non parliamo del nostro disco.