Rock en Seine – 23, 25, 26 e 27 agosto 2023
Il festival Rock en Seine avrebbe dovuto durare quattro giorni l’anno scorso, ma la cancellazione di Rage Against The Machine ha fatto sì che l’ultimo giorno del festival venisse cancellato. Casualmente era l’unica edizione per cui non eravamo state accreditate nell’ultimo decennio, quindi noi crediamo molto nel Dio Dell’Indierock e nella sua protezione per i pass anche per la prossima edizione 😉 (naturalmente per i PR francesi che i: stiamo scherzando ma si, a volte quando non ci accreditano succedono queste cose). Tornando finalmente per l’edizione 2023, uniche italiane presenti dopo le defezioni di un magazine un po’ più titolato di noi ma con meno rodaggio nei festival estivi – il nostro era il sesto- il festival dell’Ile-de-France non ha vissuto le stesse disavventure e si è proposto LA headliner più ricercata al mondo oggi: Billie Eilish. Si preparava però ad affrontare una sorpresa molto spiacevole la sera della sua chiusura… 27, 25, 26 e 27 agosto: quattro giorni di festival durante i quali abbiamo assistito a 27 concerti dei 76 offerti da Rock en Seine, n. ancora privo del dono dell’ubiquità e mi serve un editor con me, altrimenti impazzisco. Un’edizione segnata dalla qualità dei numerosi gruppi presenti durante la giornata, più che dai suoi headliner, a parte l’immensa attesa suscitata dall’arrivo di Billie Eilish.
GIORNO 1 :

Mercoledì è stata una giornata leggermente diversa nel programma Rock on Stage, con solo due palchi aperti e sette concerti, 100% femminili. Mentre Tove Lo riscaldava un pubblico già numeroso e affollato sul palco principale, abbiamo deciso di iniziare il nostro festival con Hannah Grae sul palco del Firestone. Una giovane cantante che aveva energia da vendere e successi Indie Pop Rock ben confezionati, un po’ come Olivia Rodrigo, che dovrebbe permetterle presto di attirare un pubblico più vasto se continua su questa strada.
E l’energia continuava a crescere con Girl In Red in apertura di serata sul grande palco, lei stessa “icona” della scena Indie che avrebbe preceduto un’altra, più Pop, più grande: Billie Eilish. Davanti ad un pubblico conquistato in anticipo e stipato come in una scatola di sardine, l’americana ha dato spettacolo come ci si aspettava da lei: precisa, con animazioni video, luci e ovviamente hit in abbondanza, ma anche abbastanza sorrisi e scambi con il pubblico a rendere questo concerto qualcosa di più di un semplice clip a grandezza naturale. Contratto rispettato a pieni voti per questa prima serata.

È stato più del previsto, tanto che il festival ha scelto di dedicargli un’intera giornata. Noi l’avevamo già vista una settimana prima al Lowlands, ma bisogna dire che a Parigi non si è risparmiata, dando anzi vita a uno show molto più communicativo che nei Paesi Bassi, forse anche complice un palco che la avvicinava di più al pubblico. Bisogna però attendere la fine della giornata perché arrivi Billie Eilish, l’artista che per la sua presenza ha incassato la cifra record di 1 milione 500 000 euro (ma non è un bene che questo record appartenga a una donna?) sul Grande Palcoscenico. La cantante ha un pubblico di fan, impazienti di rivederla, in prima fila, conoscendo i titoli a memoria. Quindi durante quest’ora e mezza di spettacolo, è ovvio che le lucine sui telefoni di ogni pubblico si spengono molto raramente come una graziosa costellazione che popola un cielo rovesciato. Nel mezzo del caldo torrido che regna in questa prima serata, ogni parola è cantata dal pubblico a squarciagola. E come ogni volta che succede qualcosa dal vivo, la forza del momento sembra irreale. Billie Eilish restituisce questa gentilezza al suo pubblico. Prima di lanciarsi in una versione acustica di “I Love you”, la musicista si interrompe per chiedere alla sicurezza di offrire da bere al suo pubblico. Attenzione, coglie l’occasione per indicare chi ha bisogno di aiuto dalla parte del pubblico e assicurarsi che tutti si divertano concerto al meglio. Una storia che si scrive anche attraverso il prisma della prossimità mentre scorre le immagini della sua prima infanzia sugli schermi giganti. In un cenno al passato, esegue “idontwannabeyouanymore” in un medley con “Lovely”. Del resto, quando si tratta di suonare i titoli dei suoi primi EP, il medley è fondamentale. Iniziare dall’intimo, per meglio renderlo grandioso successivamente con coriandoli e un gigantesco spettacolo pirotecnico a fine gioco. Dal punto di vista musicale, il suono, perfettamente padroneggiato, ci permette di mettere in risalto la musica di Billie Eilish, un abile incrocio tra pop e hip hop la cui modernità fino alla punta delle unghie e alla maglia a rete, le conferisce la sua aura e la sua capacità di essere riconoscibile tra migliaia. Due pezzi trascendono chiaramente una scaletta plurale, “When the party is over”, scritto molto bene. Quest’opera dalla luminosità profonda si presta al canto delle lucciole e quindi direttamente alle lucine dei cellulari che popolano il parco di Saint-Cloud. “Bad Guy”, il suo successo ovviamente noto a tutti, permette a tutti di scatenarsi, dimenticando tutto ciò che non riguarda la musica, trasformando così la folla in un’entità immensa che si muove ad un unico ritmo. È anche la sua capacità di giocare con i suoi ritmi, distorcerli, spezzarli, per riprenderli meglio che è la risorsa centrale delle sue melodie. Dai titoli chiaramente fatti per ballare alla dolce malinconia che abita le composizioni di “Happier than ever” (il suo ultimo nato nel 2021) e “When we fall asleep, where do we go? » (2019), il funambolo di Los Angeles apre il festival alla perfezione. Se Rock en Seine è sinonimo dell’inizio dell’anno scolastico, l’estate è il momento per lavare via e mettere in pausa le difficoltà dell’anno, i fallimenti, le perdite, gli incontri che non si faranno, lo stress, la stanchezza , il turbinio dei doveri e quelli la cui mancanza non può essere cancellata dal caldo. Quindi, per poter abbracciare quotidianamente questo ritorno, salutare nuovamente volti e fare promesse per i 12 mesi a venire, lo sbocco che è stato questo concerto è come un augurio che ci facciamo con il corpo e con il cuore di ritrovarci meglio. .

GIORNO 2:
Preferiamo quindi dopo qualche titolo migrare sul palco di Cascade in vista di una proposta artistica completamente diversa con Turnstile. Tra post-hardcore e punk, guidati dalla batteria elettrica Brendan Yates alla voce, gli americani offriranno una delle performance più divertenti della giornata. Breve e intenso, della durata totale di quaranta minuti, come molti titoli della loro discografia, il concerto non lascia spazio alla noia, restituendolo al gruppo dal pubblico con il lancio di numerosi circle pit, pogo o slam fin dai primi minuti . Il loro ultimo album fino ad oggi, il popolarissimo GLOW ON, è logicamente il più rappresentato nella scaletta di oggi, in particolare attraverso i singoli BLACKOUT, FLY AGAIN e l’attesissimo T.L.C. (TURNSTILE LOVE CONNECTION), mentre Julien Baker, presente tramite l’arrivo dei Boygenius, offrirà un featuring inaspettato ed esplosivo per UNDERWATER BOI. Con un gruppo all’unisono nel suo coinvolgimento, anche il bassista Franz Lyons che non esita ad arringare il pubblico e la recente recluta sul palco Meg Mills che non risparmia sforzi, il pubblico di Rock en Seine si sta divertendo molto per quello che costituirà senza dubbio uno dei migliori momenti di questo edizione quando arriverà la resa dei conti.

Un’ora dopo, dopo che Bertrand Belin ha avuto il tempo di caricare il pubblico della Grande Scène con un set assolutamente di classe se non stravagante, ed eccoci di nuovo sul palco della Cascade per la seconda discarica punk della giornata, questa volta con il Ragazzi svedesi Viagra Boys. Meno incisivo di Turnstile, il sestetto si distingue per un certo groove e le battute del cantante Sebastian Murphy, che oggi non smette di scrutare il palco con microfono in mano e pancia tatuata al vento, lasciando ai suoi cinque compagni il compito di danno il ritmo ad un set tra post-punk e garage, il sassofonista Oscar Carls e i suoi mini cortometraggi fanno parte delle attrazioni visive di questo set profondamente positivo e benevolo di fronte a un pubblico che ne trova vero piacere. Se possiamo rammaricarci di qualche durata nel tempo a causa della poca varietà del repertorio del gruppo, non possiamo che salutare l’impegno del gruppo e la condivisione ininterrotta con un pubblico amante del rock in paradiso all’inizio del week-end dopo le due successive manifestazioni della giornata.

Tornando sul Main Stage, una delle attrazioni di questa edizione di Rock en Seine si prepara a ribaltare il cuore del pubblico dai 7 ai 77 anni: Boygenius. Già autori di diversi dischi solisti, Phoebe Bridgers, Julien Baker e Lucy Dacus uniscono le forze ormai da diversi anni all’interno di un supergruppo nato da un’amicizia profonda e duratura. Qualche mese fa è uscito il primo album, The Record, tra pop, folk e rock, in cui i tre musicisti condividono sia la voce solista che i cori, come il concerto del giorno in cui tutti si vedranno insieme volta o in un altro posto al centro dei dibattiti. Se le interpretazioni offerte dal vivo sono fondamentalmente più vigorose che su disco, in particolare per la presenza di quattro musicisti al loro fianco, come Satanist durante il quale Brendan Yates (Turnstile) e poi Sebastian Murphy (Viagra Boys) si alternano a dare voce, I Boygenius non trascurano l’emozione che può emergere da alcuni dei loro titoli più essenziali, come l’apertura del set a cappella di Without You Without Them. Anche se oggi non verrà proposto il commovente Souvenir, verranno presentati non meno di quattro titoli del loro primo EP omonimo, in particolare Bite The Hand o Salt In The Wound, alla fine del concerto durante il quale Phoebe Bridgers e Lucy Dacus si lanciano tra il pubblico sullo sfondo dell’assolo di chitarra di Julien Baker al centro del palco. Un concerto a volte divertente, a volte commovente, scandito dalle risate delle tre giovani donne e da sublimi armonie vocali dall’inizio alla fine.

Dopo una tale boccata d’aria fresca, è difficile passare sul palco del Bosquet con la francese Ana Benabdelkarim, alias Silly Boy Blue. Accompagnata da tre musicisti, quest’ultima propone per una breve ora una selezione di brani tratti dai suoi due album, il suo pop dagli accenti sintetici manca di originalità e mordente nonostante la benevolenza dell’artista e il piacere che prova nel partecipare ad un festival di questa portata. Gli aneddoti che racconta fanno sorridere, ma annoiano un po’ nonostante la presenza di qualche raggio di sole che ravviva l’atmosfera.

Poco più successo sul Main Stage per l’arrivo di Christine And The Queens per un concerto composto esclusivamente da composizioni tratte dal suo ultimo album, Paranoia, Angels, True Love. Uno spettacolo concettuale e teatrale, un po’ pomposo, dove si susseguono coreografie e testi declamati. Le esibizioni dell’artista, che ora si identifica come maschile, rapidamente a torso nudo sul palco, sembrano lasciare indifferente la maggior parte del pubblico, sebbene siano arrivati in gran numero mentre la notte inizia lentamente a calare. Ovviamente lo spettacolo offerto oggi non è stato quello che ci si aspettava.

Poi vai ai Placebo, headliner sul grande palco. Anche se non li abbiamo ascoltati molto su disco negli ultimi anni, Brian Molko è riuscito a comunicare con il suo pubblico – meno che con Billie Eilish – e fa il lavoro in una performance masterizzata, anche se un po’ avara di “vecchi” successi . Probabilmente uno dei meno energetici concerti realizzati dai Placebo che abbiamo già ascoltato due volte, e quindi preferiamo ritirarci per l’indomani.
GIORNO 3:

La defezione di Florence and the Machine continua, scombinando leggermente la lineup nella sua razionalità, ma alla gente non sembra importare e l’affluenza è grande sin dall’apertura, e questo in particolare per ritrovare i canadesi di Chromeo sulla Grande Scène, dopo diversi anni di assenza in Francia. Molti sono sembrati sorpresi di vederli esibirsi all’apertura del ballo, poiché la loro aura ma anche la natura della loro musica, tra funk, synth-pop ed elettronica, sembrava destinata ad allietare la serata. Alla fine non è così ma David Macklovitch e Patrick Gemayel, rispettivamente alla chitarra e alle tastiere, non si lasciano contare, moltiplicando gli scambi con il pubblico tra i titoli e condividendo il canto di un titolo con un altro, il pit diventando rapidamente una pista da ballo in cui fan e dilettanti si mescolano con gentilezza e sollevando l’atmosfera nel Domaine de Saint-Cloud. Un inizio inaspettato ma innegabilmente riuscito.

Sul palco della Cascade anche Ethel Cain è attesa da un folto pubblico, tra cui diverse dozzine di fan molto attivi riuniti nelle prime file. Accompagnata solo da un chitarrista e un batterista, colei a cui è stata promessa la traiettoria di Lana Del Rey rimarrà per tutto il set al centro del palco, il più delle volte con in mano l’asta del microfono, uno schermo gigante posto sullo sfondo che trasmette immagini retrò raffigurandola nella sua nativa America. Un’influenza avvertita sia in questo universo visivo che nella sua musica, tra alt rock, country o dream pop durante i passaggi più inquietanti. Nessun vero highlight in questo insieme di uniformi, ma una performance magistrale da cui il singolo American Teenager, un inno in divenire, si distaccherà notevolmente. Una certa visione dell’America che non mancherà di affascinare molto più della sua semplice fanbase pronta a reagire con le dita e con gli occhi alla minima delle sue richieste.

La loro popolarità ha continuato a crescere negli ultimi anni, non sorprende quindi trovare il sestetto Altin Gün in cartellone al Rock en Seine, per di più con l’offerta di un posto sul palco principale. Con questi fornitori di rock anatolico, una miscela di atmosfere psichedeliche e suoni più tradizionali della Turchia, la musica vuole essere accessibile nonostante cantino nella lingua madre dei due cantanti del gruppo, Erdinç Ecevit Yıldız e Merve Daşdemir. Se l’accoglienza loro riservata non sarà positiva come quella ricevuta in precedenza da Chromeo, forse a causa di una certa sensazione di ripetitività e dell’assenza di titoli scontati, il contratto alla fine sarà rispettato per gli appassionati di atmosfere accattivanti.

Un’ora dopo arrivammo sul palco della Firestone dove erano attese gli Amazons. Già apparsi più volte sui palchi francesi sin dal loro debutto, i quattro inglesi salgono oggi sul palco per difendere il loro terzo album in studio, How Will I Know If Heaven Will Find Me?. Con un sound pensato per gli stadi, il gruppo sembra oggi quasi fuori luogo sul più piccolo dei palchi dei festival, spazzando via un’intera discografia che li ha collocati tra i più degni rappresentanti del buon vecchio rock chitarristico britannico. Molto loquace e visibilmente a suo agio nel suo ruolo di leader, Matt Thomson oggi attira l’attenzione mentre i suoi tre compagni d’armi sono più discreti dietro i rispettivi strumenti. Con titoli brevi ma efficaci, e un’influenza americana come Queens Of The Stone Age che a volte sembra librarsi sopra di loro, gli inglesi offrono un set conciso incentrato su alcuni dei loro migliori singoli, in particolare In My Mind o Mother. Niente di molto originale, certo, ma una convinzione nelle interpretazioni che permette loro di guadagnarsi la simpatia di un pubblico presente dall’inizio alla fine della loro esibizione.

Contrariamente al popolarissimo Tamino, che però abbiamo visto al Lowlands, a poche centinaia di metri, Dry Cleaning attirerà, contro ogni previsione, un vasto pubblico oggi sul piccolo palco del Bosquet. Autori del loro secondo album, Stumpwork, lo scorso autunno, i quattro inglesi tengono lì, per loro stessa ammissione, il loro ultimo concerto prima di diversi mesi di meritato riposo. Come sempre, la dualità che emerge dalle loro performance può sorprendere a prima vista: al centro del palco, con gli occhi che osservano l’orizzonte mentre moltiplicano le espressioni facciali, l’atipica Florence Shaw declama i suoi testi in uno stile vicino alla parola parlata, mentre i tre musicisti Lewis Maynard, Tom Dowse e Nick Buxton faticano come matti a proporre un post-punk più o meno piccante. Il risultato potrebbe scoraggiare i più principianti, ma dopo alcune sessioni di rodaggio, la macchina finisce per correre per trovare la velocità di crociera. Se Gary Ashby o Her Hippo avranno il loro scarso effetto preferiremo sicuramente Strong Feelings, ma anche e soprattutto un finale di set sfrenato durante il quale seguirà uno inebriante Scratchcard Lanyard, lo psichedelico Magic Of Meghan dell’EP Sweet Princess un’altra, e infine Anna Calls From The Arctic e i suoi tocchi di sassofono. Il dubbio non è più ammesso, se agli atti restano alcune riserve, dal vivo la macchina della Lavasecco funziona ancora oggi a pieno regime.
Ma sono stati gli attesissimi Yeah Yeah Yeahs a dare senza dubbio lo spettacolo migliore della serata, li avremmo visti sul grande palco… Va detto che i Chemical Brothers attirano il pubblico, e anche se li vediamo molto poco dietro la consolle, la scenografia è ottima.

È giunto il momento di uno degli eventi clou annunciati di questa edizione 2023 del festival Rock en Seine per il ritorno in Francia degli Yeah Yeah Yeahs, dieci anni dopo l’ultimo concerto all’Olympia di Parigi. A poco meno di un anno dall’uscita del loro nuovo album, Cool It Down, il trio dimostrerà questa sera di non essere invecchiato minimamente, facendo capovolgere di gioia il pubblico fin dai primi minuti e non alzare più piede durante la breve ora della sua esibizione. Offrendo per l’occasione uno spettacolo visivo impressionante, ulteriormente rafforzato dall’uso di cannoni coriandoli, è soprattutto attraverso l’energia dell’insopportabile Karen O che gli Yeah Yeah Yeahs fanno ancora una volta una forte impressione. Scrutando il palco su e giù, arringando il pubblico moltiplicando le pose, il tornado americano non risparmia sforzi e trascina con sé i suoi due compagni Nick Zinner e Brian Chase, tanto diligenti durante il set quanto appariranno allegri e soddisfatti dell’osmosi avvertita con il pubblico mentre lasciavano i locali. Nel frattempo, sarà stata eseguita una scaletta Best Of, dall’inaugurale Spitting Off The Edge Of The World al furioso finale di Date With the Night, incluse altre scappatelle elettroniche come Wolf, Heads Will Roll o Zero, e l’ascoltato Gold Lion. Una prestazione impeccabile per il trio che possiamo solo sperare di trovare presto in Francia, visto che il concerto di oggi sarà ricordato. Probabilmente la miglior esibizione vista in questo Rock en Seine 2023.
GIORNO 4:

Domenica dovevi arrivare presto per non perdere Angel Olsen, sul palco dalle 13:50. E non saremmo rimasti inattivi in questo ultimo giorno molto impegnativo. Palco Cascade musicalmente in contrasto con lo spettacolo offerto sul Main Stage dai Nova Twins è stridente. Visti in numerose occasioni a Parigi e più in generale in Francia nel recente passato, in particolare dopo l’uscita dell’album Supernova, le due furie non saranno all’altezza della loro reputazione, dispiegando un’energia notevole senza mai smettere di interagire con il pubblico. Le intenzioni di Amy Love e Georgia South, accompagnate da un batterista, sono lodevoli, e la parte più giovane del pubblico non si sbaglia, ma è difficile non provare una certa sensazione di irritazione ascoltando la loro musica all’incrocio tra nu metal, hip-hop e punk. Il tutto si rivela gradualmente troppo ripetitivo, calibrato e privo di sfumature, il bulldozer Nova Twins ribalta tutto sul suo cammino dimenticando troppo spesso le melodie in favore della sua potenza eclatante. Un concerto estenuante e goffo.

L’avevamo vista tra il pubblico di Angel Olsen: Snail Mail forse inconsciamente ci invitava a unirci a lei sul grande palco, ma era The Murder Capital che davvero aspettavamo (ancora una volta dall’altra parte!) e gli irlandesi lo hanno fatto Non delude: James McGovern era già pronto a gettarsi tra il pubblico dopo due titoli. Allora sconosciuti ai più quando sono arrivati per la prima volta nel 2019, i The Murder Capital hanno da allora cambiato marcia, come dimostra il loro secondo album Gigi’s Recovery, più (r)raffinato rispetto al suo predecessore e la loro programmazione sul palco di Cascade oggi, in attesa di un tournée in Francia questo autunno. Se le speranze sono alte all’inizio della loro esibizione, le speranze verranno presto smorzate da un’acustica molto mediocre durante gran parte del set. Sebbene James McGovern non risparmi gli sforzi come al solito, le sottigliezze delle loro composizioni più recenti sono difficili da percepire oggi. I tempi più lenti faticano quindi a convincere, e dobbiamo aspettare l’arrivo di brani più aggressivi come For Everything o Feeling Fades per vedere la tensione salire di un livello e la salsa prendere davvero il sopravvento. Ci aspettavamo semplicemente troppo dagli irlandesi oppure la delusione della giornata è stata imputata solo alle condizioni in cui si sono esibiti? Risponderanno tra qualche settimana nelle stanze dove le condizioni, speriamo, saranno più favorevoli per loro.

Da lì, tutto si intensifica: Amyl & The Sniffers ci regalano uno spettacolo rock punk sul grande palco e si mettono in tasca il pubblico di Rock en Seine
Preceduti dalla loro lusinghiera reputazione dal vivo, i furiosi australiani di Amyl And The Sniffers dinamiteranno la Grande Scène e Rock en Seine con una performance esplosiva il cui merito andrà in gran parte alla loro cantante, Amy Taylor, insopportabile in un outfit molto leggero. Un po’ basso sulla fronte, un’impressione rafforzata da un aspetto un po’ insolito che alcuni non esiteranno a descrivere come un po’ antiquato, il loro punk frenetico può essere ripetitivo, ma è espresso con un tale desiderio e un tale brio che è difficile da capire. frenare l’impulso di scuotere la testa e battere il piede, gli slam e i pogo diventano legioni per quasi un’ora davanti a un vasto pubblico. I tizzoni Guided By Angels o Security tratti dal loro recente Comfort To Me fanno miracoli con grandi esplosioni di riff o invettive, sufficienti a scaldare un po’ di più il terreno, se ciò fosse ancora necessario per le ultime band del fine settimana.

La maggior parte del pubblico sembra essersi riunito sul palco della Cascade per vedere la popolarissima Wet Leg, ma è all’altra estremità del Domaine de Saint-Cloud, sul palco del Bosquet, che Young Fathers offrirà uno dei brani più concerti divertenti di questa edizione 2023 Se la loro popolarità ha continuato a crescere negli ultimi mesi e con l’uscita dell’eccellente Heavy Heavy, è infatti dal vivo che la musica di Young Fathers assume una dimensione completamente nuova. Con una formazione arricchita da un percussionista, una corista e Callum Easter come chitarrista e tastierista, il set offerto oggi sarà semplicemente irresistibile. Se tendono a concentrarsi soprattutto sulle loro interpretazioni a scapito della comunicazione, Alloysious Massaquoi, Kayus Bankole e Graham Hastings provano oggi un certo piacere di fronte a un pubblico che lo ricambia bene, con gli acquazzoni che cadono dal cielo in mezzo alle loro il set di I Heard sembra galvanizzarli tanto quanto il pubblico, specialmente durante la superba In My View. L’energia dispiegata dai tre frontmen è fenomenale, spaziando dal rock al trip-hop, dal soul al rap, mentre le voci si mescolano e si sovrappongono sempre in alchimie e armonie perfette. Sciacquato in senso letterale e figurato, il pubblico assapora un finale epico del concerto durante il quale il trittico Geronimo, Shame and Toy alza la tensione, offrendoci allo stesso tempo il concerto più memorabile della giornata.

Tornati sul palco principale, troviamo ancora una volta una scommessa sicura dal vivo con i Foals per il loro primo concerto nella capitale dal ritorno del bassista Walter Gervers. Se il loro ultimo album fino ad oggi, Life Is Yours, non ha ancora riscosso il successo di pubblico e di critica sperato, la colpa è di un orientamento più pop e dance, della folla ammassata davanti a loro e pronta a reagire al dito e al minimo L’invettiva di Yannis Philippakis dimostra che probabilmente la loro popolarità non è mai stata così grande. Con una scaletta che spazia dai principali album della loro discografia, e un leader in gran forma, il concerto offerto è di qualità, sia sui titoli più aerei ed allungati come Olympic Airways e Spanish Sahara che sulle composizioni più aggressive e dirette. immagine di Wake Me Up, Black Bull o Inhaler. Se possiamo rimpiangere interpretazioni forse meno spontanee che in passato, la maestria acquisita in cambio ed un set costruito intelligentemente con l’apprezzato ed indistruttibile Two Steps, Twice come finale sarà riuscito a convincere i più riluttanti: la prossima apparizione dei Foals potrebbe bene si tradurrà in un ruolo da headliner

E poi arrivano gli Strokes… Gli americani non avevano già necessariamente una buona reputazione sul palco, ma con canzoni del genere ci siamo detti che nel peggiore dei casi ci saremmo accontentati: eravamo lontani dal bersaglio. Nascosto nell’oscurità, il gruppo (quasi) non è mai riuscito a suonare in modo coerente, minato da un Julian Casablancas stordito che aveva deciso di fare da solo, senza preoccuparsi del suo pubblico… o del suo gruppo. Altezzosi e beffardi di fronte a un pubblico sbalordito da questa performance da prova generale, intervallata da improvvisazioni approssimative, monologhi infiniti e battute piatte, canto catastrofico, per non parlare dei problemi sonori, gli Strokes brillavano per la loro povertà, indegni del loro status, e piuttosto detestabile da guardare. Ci siamo chiesti cosa stessero facendo questi quattro insieme, e loro stessi sembravano farsi la stessa domanda. Dovevi davvero essere un tifoso cieco per non essere critico e necessariamente deluso di fronte a una tale sconfitta. Una parte del pubblico non ha aspettato la fine per lasciare l’area del festival.

Probabilmente, questo degli Strokes, il concerto più brutto del 2023 e la presa di coscienza che siano invecchiati male, per poi portare a una riflessione dove si ma da noi i Subsonica ce la fanno ancora di lusso. Peccato finire quello che per noi è stato il festival più bello e vivibile della stagione con una performance così. Se molti preferiscono semplicemente dimenticare quest’ultimo concerto sprecato, questa edizione 2023 di Rock en Seine avrà regalato la sua dose di promesse, sorprese e grandi momenti, con non meno di 144.000 spettatori che hanno messo piede sui prati del Domaine de Saint-Cloud durante i quattro giorni offerti.
Au revoir, Rock en Seine. Mercì Ephelide 🙂 au 2014 (SVP)
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