Live report: ToDays Festival 2022

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Me la sento tanto come una canzone che in inglese malediceva i luoghi dove si era stati perché facevano riemergere memorie. Invece qui è colpa mia, dei miei neuroni bolliti se ho fatto solo un live report finora e ne seguiranno altri due. Cose che non si vedevano da parecchio, come se alle prossime elezioni uscisse la DC. Però mi ricordo anche una cosa vecchia tipo di 7 o 8 anni fa. Il capo di una rivista che sta ancora su brillantemente in UK (non NME, riposi in pace) che mi disse che il futuro era multimedia, e il resto è corredo. Sapere quindi che molti meno – non parliamo di questo festival, dove apposta metto il pippone per far partire un po’ come all’assemblea delle superiori il dibattito- leggono ma ormai è tutto swipe ti pone delle domande su come poter effettuare il tuo lavoro, far usufruire del tuo lavoro e presentarlo in altri modi che non siano una tua piattaforma proprietaria come questa ma un instagram che può chiuderti account o un tik tok che è per metà in mano a meme abbastanza cringe e per l’altra metà ai chiromanti che una volta stavano sulle tele private.

E’ così, siamo in un momento di stallo, Non parlo del pubblico del TOdays, che -ecco vedi- ho definito in un’instagram story uno dei tre festival in italia degno di chiamarsi tale perché ha una direzione artistica che fa delle scelte che non siano riempiamo tutto tipo carri bestiame e poi lasciamogli l’acqua a 3 euro. A parte che tutte le iniziative che ruotano attorno al festival proprio sono volte a un futuro che questa dannata estate ci ha fatto capire che dobbiamo sbrigarci a cambiare qualcosa, ma anche le fontanelle erano lì, senza neanche comprare il bicchiere brandizzato.

Vorrei dire che è festival accogliente. Culturalmente e anche per chi come me che va verso i 40 frequentava Covo o a Torino credo proprio lo spazio 211 ora si può portare i pargoli, fino a 10 anni gratis e attenzione già qui la cura: la norma è fino a 6, fargli vedere cose culturalmente valide, mangiare cibo vero e al di sopra di altre offerte che ti fanno rimpiangere il camion dello zozzone fuori Sansiro.

Ma dopo tutto questo possiamo parlare di tre giorni, funestati solo da una pioggia in modalità badedas doccia per la giornata del sabato, gloriosi. Belli, con un pubblico bello, curioso, preparato e competente. Vi ho detto: un gioiellino.

Il primo giorno Tash Sultana ha portato in ridotto tutto il suo allestimento che avevamo già visto ad Alpha a Lowlands. Stesso show che però dava una impressione diversa: mentre in Olanda si sentiva la sua assoluta grandezza musicale e la sua padronanza nel creare uno show di cui lei è unico deus ex machina, qui si sentiva la vicinanza. Le vibes potremmo dire, visto che si vedeva benone che dietro la sua workstation c’erano lampade di sale, cristalli, incensi. Sarebbe bello domandarle quanto questa dimensione new age la aiuti a concentrarsi o sul live o proprio sul lavoro totale di artista. Una cosa che viste le altezze olandesi mi era proprio sfuggita.

Prima di lei i Black country new road che invece all’inverso ho visto su un palco finalmente più grande della mia prima esperienza (ciao ultima edizione di ESNS dove non è che eravamo moltissimi per loro, al Vera, dove stavano sul palco uno sull’altro). Qua quindi, tutto il sentimentalismo che non sapevo di avere è un po’ uscito fuori e ho ascoltato il live come boh, vecchi amici che suonano? Non so, per me con questo stop di 2 anni in mezzo è stato molto molto strano, l’addio che posso ben capire di Isaac Woods non è l’unico (avessi voglia di farvi un post su quanti artisti sono nelle sue stesse condizioni). Potrei fingere ma vi dico che ho lasciato fluire le note perchè toccassero le mie emozioni più che altro. Quindi è stato non so, un cerchio che si chiude. Vedere quei ragazzi che meritano le cose più belle musicalmente riprendere a girare senza una cancellazione per covid.

Prima di loro Hurray for the riff raff. Non conoscevo la musica e la scrittura di Alynda Lee Segarra, e mi ha affascinato sia lei come presenza scenica e come trasmette e interpreta le canzoni, sia le canzoni stesse. La mia scoperta in questa edizione del festival.

Ancora prima Eli Smart, hawaiano -e come si aggiungerebbe nelle pagine dei giornali locali- ma con origini venete. Se prima nella mia intro poteva sembrare uno di quei festival dove vanno solo quelli che se la menano ci siamo spiegati male e la spiegazione può partire da qui. Eli è un rimpiazzo dell’ultimo minuto, che è salito sul palco, ha messo camicia decente pur essendo un hawaiano a liverpool che fa un indie che lui stesso chiama aloha soul e ci ha fatto divertire tantissimo. Purtroppo i suoi 18 anni mi permettono solo un commento da zia ma se due edizioni fa ci siamo accorti dello… boh, come vogliamo chiamarlo… sbocciare? dei Balthazar (che vi anticipo: di anno in anno in meglio) Eli vince il premio bonazzo del TOdays 2022 per il suo bel modo e per le sue fattezze. Alla faccia del rimpiazzo e di gente che sembra che ascolti solo dischi serioni e tristoni, tiè.

Stesso mood il secondo giorno: hanno aperto gli Squid. Secondo giorno un po’ per me il giorno delle persone che ho perso agli altri festival perché gnafacevo. Mi pare si esibissero dopo l’una in un festival in Olanda, dove gli headliner te li mettono alle 22. Quindi o mi dovrò decidere di passare un prossimo 2023 in tenda/furgone con 36 lattine di redbull a sostegno, o qualcosa fisiologicamente devo saltare. Quello che mi sono domandata è stato: ma se alle 18 sono stati una legna incredibile io se li sentivo all’una dormivo dopo una settimana! Fantastici. Una vera botta di energia e gente che si diverte a fare quello che fa. Anche se alla fine sembra che tu abbia ascoltato un set di casino senza senso.

Los Bitchos da me evitate finora (errore commesso) sono la consistenza che viene dalla Spagna. A fronte di altri gruppi che non ci mettono quel quid loro lo hanno. Una chitarra flamenco suonata sull’elettronica come se fosse normalissimo. Niente testi, produzione di Kapranos (che ricordiamo, ama cucinare per coloro i quali produce i dischi quindi direi un doppio affare) e tanto, di tutto nelle stratificazioni musicali. E una presenza scenica che vagamente ricorda le Haim.

I Molchat Doma sono quelli che avevo perso per non ricordo che cosa (sì, sono leggerissimamente indietro sui festival. Grazie Flixbus eh). Botta di fortuna allucinante di averli visti mentre Giove Pluvio era interessato a farci sapere che anche lui ama la dark wave, in fondo era immaginabile. Di tanti che vogliono rifarsi ai Joy Division direi che è la band più pura e concreta, una band che conosce bene tutti quelli passati nella musica prima di loro, e che cantando nella loro lingua presenta il mio convincimento che se hai fatto qualcosa di grande e solido è la musica che parla da se (poi nel 2022 pure i testi ce li traduciamo, ma ecco non ci deve essere l’inglese)

Dicevano alcuni: perché mettere FKJ in un festival dove già metti Tash Sultana? Perché non tutti i multistrumentisti sono uguali. Parliamo di due modi di comporre diversi, di due energie diverse, di testi diversi, di produzione diversi, di caratteri diversi, di messa in scena diversi. Ma stiamo sempre a livelli altissimi.

Il terzo giorno vedere poi così da vicino Aidan Moffat e bloccarsi è proprio da me. Quante volte un decennio fa passavo gli Arab Strap in radio. Vederli in una nuova formazione suonare tutto quello che è scrollato negli anni sul mio last.fm e anche dopo è stato meraviglioso. Set di una qualità eccelsa, non mi vergogno a dire per me il migliore della giornata.

I DIIIV forse live meno convincente di tutto il festival. Come scrivevo a un mio amico su whatsapp “Sono rimasti alle luci del Covo e del locomotiv, ma lì erano più ganzi”. Probabilmente svuotati a fine tour? Non lo so.

Gli Yard Act, come vi dicevo, sono stati la band più scelta dai booking dei festival europei secondo la classifica di ESNS. Qualcosa della loro cazzonaggine (in senso buono) già si era vista a gennaio in streaming, e si continua a vedere passando dall’Olanda a Torino: quale altra band sul palco del festival aveva finora raccontato di una loro visita a un museo torinese tra una canzone e un altra. Party band come ci mancava dagli anni zero, quando avevi i Franz e i Bloc magari nella stessa settimana a suonare a Milano. Ma con meno classe e più studiata sgangherataggine. Sanno modularsi esattamente su cosa vuole il pubblico.

Gli Yard Act si candidano ad essere, per notorietà, i prossimi Fontaines DC. E passare dalle atmosfere dark a quelle di essere cresciuti con tanti Oasis ma anche tanti Blur… non la vedo così male.

Si chiude poi coi Primal Scream. Sentivo di dubbi riguardo il loro headlining che non ho ben capito visto che nella giornata secondo me ci stavano tutti. Un tripudio di quello che sanno fare loro quando ti aspetti che suonino Scremadelica, per i 30 anni di anniversario.

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