INmusic Festival 2022: Giorno 1

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(TUTTE LE FOTO PRESENTI NELL’ARTICOLO SONO DI FRANCESCA FIORINI)

Dopo tre anni esatti, l’organizzazione di INmusic Festival decide di prolungare quest’evento di quattro giorni: la quindicesima edizione, quindi, durerà dal 20 al 23 giugno 2022 presso il lago Jarun sito in Zagabria.
Il primo giorno di festival, vede come gli headliner i Killers capitanati da Brandon Flowers: non li seguo dal 2009, dopo un tragico concerto a Roma in cui lo stesso frontman non aveva un minimo di voce e storpiava le canzoni.
Ad aprire le danze sul palco del World Stage saranno i giovanissimi The Splitters (da non confondere con un’altra band omonima inglese degli anni ’80 che proponeva Punk-Ska), band già piuttosto stimata in Croazia, dato che sono del posto, e che propone una Indie Rock con sprazzi di sonorità che, nel corso del live, si dirigeranno verso un genere Alternative Rock più coinciso e meno sbarazzino.
Il gruppo di Spalato, al momento, ha all’attivo due album: “Love sucks”, del 2018, e ” Izvedi me van” (tradotto in inglese: Take me Out), uscito nel 2020.
Potete seguirli sul loro CANALE YOUTUBE e su FACEBOOK.
C’è da dire che in occasione di quest’edizione, INmusic decide di proporre non solo molte realtà emergenti (grazie alla collaborazione con Europavox), ma tantissimi gruppi locali.
La seconda band che incontriamo quest’oggi è quella dei Paul the Walrus, anch’essi croati (di Zagabria), già visti e intervistati alla scorsa edizione del festival.
Il nome della band, ovviamente, ha un rapporto molto stretto con gli storici Fab 4 e l’influenza si sente.
La band in questi tre anni si dimostra molto più sicura, dato che ha fatto un passo da World Stage a Main Stage, e ha un buonissimo seguito.
Il loro Indie Pop, che ricorda molto i primi Arctic Monkeys,  è coinvolgente ed entusiasma i molti già presenti nelle prime fila, i quali sono già in attesa della band che seguirà questo live: le Hinds.

Le quattro ragazze di Madrid sono già abituate a un pubblico piuttosto ampio e iniziano il loro show col singolo del 2019 “Riding Solo”, che, inoltre, porterà ancora più presenti.
Influenze Garage-Rock e Surf padroneggiano sul palco principale del festival, così come le due voci che si completano a vicenda di Ana e Carlotta.
Durante la loro esibizione non mancheranno sfumature Pop e Lo-Fi che, in maniera piuttosto piacevole, faranno riferimento a Pastels, Mac DeMarco e, soprattutto, a Best Coast.
Le Hinds, nonostante abbiano molto carisma e un gran sorrisone sulle labbra, presentano degli arrangiamenti e delle melodie che risultano un po’ ripetitivi dopo circa una mezz’ora di live.
Tuttavia, la loro musica è piacevole da cantare e ballare grazie a questa venatura Pop che si incastra tra chitarre e ritmi decisamente più veloci e garage.
Non ci si sposta e si rimane sempre presso il Main Stage, dato che il bis Idles ( già visti la settimana prima in occasione del Tempelhof Sounds) non posso perdermelo.

Mark Bowen, sì, ha sempre il vestito -sporchissimo- lungo che oramai ha vita propria, ma quest’oggi sarò più fortunata e non gli vedrò “qualcosina in più”.
Nel caso in cui dovessero attacchi di rabbia o simili, consiglio vivamente un live degli Idles: non vorrei risultare ripetitiva, ma durante i loro live, proprio la collera della band sul palco, in particolar modo le urla di Joe Talbot,  viene trasmessa al loro pubblico che non vede l’ora di spaccarsi in due parti e amarsi.
Nonostante il pubblico di INmusic sia più “tranquillo” (diciamo che si sono rischiate più botte prima del concerto di Nick Cave: “tu sei a un passo più avanti di me e non è giusto!”), mostra gran calore e affetto per la band sul palco.
Anche in occasione di Inmusic, ove la band presenterà un set abbastanza completo, gli Idles non si dedicano solo a un mero divertimento: la loro rabbia, anche nei confronti di una società bigotta e restrittiva, è più che motivata; le loro liriche e le loro sonorità si uniscono fino a creare un arrangiamento multiforme che vuole essere empatico nei confronti del loro pubblico e che, gli stessi artisti sul palco, si aspettano una certa reciprocità.
Punk, Post Punk e una grandissima collera avvolgono l’intero palco principale: il divertimento, il pogo e il vestito di Bowen, di cui non so nemmeno riconoscere il colore, fanno solo da cornice a quello che vogliono proporre davvero gli Idles.
Tormentati e con una voglia indescrivibile di intrattenere tutti i presenti al loro show: certo, sempre che si riesca a rimanere in piedi.
Ho visto Padre Maronno durante i FontainesD.C., ovvero Bowen con un asciugamano in testa durante l’esibizione del gruppo di Dublino.

A questo giro ci si rinuncia – volentieri- alle prime fila di Killers e si cerca di vedere, in una posizione più vantaggiosa, il live di Grian Chatten e compagni.
Inutile: fino alla quinta traccia, “I Don’t Belong” si vedrà poco e niente del quintetto di Dublino, a causa di un gioco di luci pericoloso per chi soffre di epilessia.
Il pubblico di INmusic ha visto crescere questa band che era presente tre anni fa sul palco più nascosto (Hidden Stage) del festival: immaginatevi, quindi, come sono felici, e giovanissimi, i ragazzi presenti sotto palco del World Stage.
Il live parte in quinta, con una traccia che ero davvero curiosa di ascoltare, poiché è di indole piuttosto presuntuosa: l’introduzione incredibile di Skinty Fia, l’ultimo album in studio della band, ossia ” In ár gCroíthe go deo”.
Questa traccia viene dilatata fino allo sfinimento, è di grande intensità e le voci si mescolano armonicamente tra di loro: insomma, è eseguita molto bene.
Ho visto una ragazza fare crowd surfing coi mutandoni, due italiane che chiedevano di “stare fermi” perché non riuscivano a fare i video, palloni enormi volare e un live entusiasmante e ballato fino allo sfinimento: e dire che a Berlino la gente stava ferma.
Se devo trovare un difetto ai Fontaines di quest’oggi, è il fatto che proprio il frontman si dimentichi le liriche e le sostituisca con parole a caso, o prese da altre sue canzoni.
Infine, devo ammettere che questo live sia già dotato di una discreta maturità da parte della band: le personalità dei cinque musicisti si stanno distinguendo un bel po’, così come il loro genere e il loro stile; quello che voglio dire è che stanno cercando il più possibile di allontanarsi dal solito stereotipo Post Punk che li collega direttamente (in particolar modo per le movenze di Grian) a Ian Curtis e ai Joy Division.
“Skinty Fia”, del resto, è un album che cerca di dare una grande individualità e unicità alla band che, anche questa sera, dimostra di essere una cosa a parte e smentisce quelle due ragazze italiane che: “Non ti perdi nulla, sono molto simili agli Idles”.
The Killers.
Premessa: non sono fan della band di Brandon Flowers, oramai completamente assuefatto dal botulino; non li vedo dal 2009, dopo un live spettacolare dei Franz Ferdinand; non ho idea di che cosa sia successo negli ultimi tredici anni.
Mi perdo la prima traccia del live e gran parte di “When We Were Young” per via della ressa post Fontaines DC, ma sento un grandissimo sing along da parte del pubblico presente al Main Stage.
“Jenny Was a Friend of Mine” (appunto: era!): la presenta così il frontman, ma da come è cantata risulta completamente irriconoscibile, distrutta e lui non riesce a stare dietro ai musicisti.
La voce di Brandon, difatti, è spaventosa: diciamo che il pubblico è quello che canta (meglio), perché lui non ne ha e storpia parecchie canzoni.
Brandon Flowers è un assassino: ha ucciso quello che per me era l’album dei Killers più bello, ossia “Hot Fuss” che ora vorrei buttare nell’umido.
Band che si autodistrugge e che sopravvive con quelli che furono grandi brani, come “All These Things That I’ve Done” o la classica, finale, “Mr Brighside”, ma solo e unicamente perché c’è il pubblico che copre il DISASTRO che il quartetto e cori arrangiano sul palco.

Mi dispiace molto stroncare i gruppi, piuttosto vado a seguire altri se suonano in contemporanea, ma, dato che non c’era altro, è legittimo chiedersi come facciano i Killers a restare ancora in piedi: non serve solo personalità o grandissimi singoli da far cantare, soprattutto se in studio viene modificato TUTTO; serve saper suonare live.

A presto col live report del giorno 2 – e non offendo nessuno, promesso-.

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