Tempelhof Sounds 2022: giorno 1

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Dopo tre lunghi anni, finalmente, ritorno a respirare, prendo un aereo e faccio tappa a Berlino, città vista proprio il mese prima di quel lockdown terribile e assurdo che ci ha fatto respirare un’aria apocalittica e surreale.
Dopo tre lunghi anni ritorno a un festival europeo.
Berlino rinasce così, decidendo di organizzare un festival di tre giorni, dal 10 al 12 giugno, presso l’ex aeroporto di Tempelhof.
Non ho idea di cosa mi aspetterà: in line up ci sono tre gruppi coi quali sono cresciuta, coi quali ho passato momenti indimenticabili, uno di questi non li vedevo da ben 11 anni (l’ultima volta al Rock en Seine) e gli altri due mai visti prima.
The Libertines, Interpol e The Strokes: la triade adolescenziale \ universitaria e presunta maturità (solo per quanto riguarda l’età) che mi ha accompagnata a feste, secret party e viaggi in macchina.
La triade, i fondatori, di quel revival garage \ rock  punk che viene chiamato indie rock, sì ma quello della prima ondata di inizio 2000: con Franz Ferdinand o Arctic Monkeys, forse, non sarebbe stato lo stesso.
Partiamo dalla giornata di VENERDì, quando l’organizzazione del festival non sa come reagire a un pubblico così ampio e deve sicuramente migliorare: l’ambiente è molto giovane, magari un po’ inesperto, ma è una prova dopo la pandemia; una specie di test per vedere se gente arriva anche da altri paesi e se ne vale la pena puntarci su (vi anticipo già la risposta: da venerdì a domenica, la stessa organizzazione è riuscita a gestire meglio la folla, quindi sì).
I palchi del Tempelhof sono tre: Supersonic (il principale), Echo e Vibration: vicini tra di loro, ma acustica ottima e facilità di spostarsi (tranne per la ressa per alcune band).
La headliner della serata è l’incantevole Florence & The Machine, concerto che mi perderò a causa di alcuni brutti imprevisti, tra cui telefono che decide di morire dopo la mega sudata coi Libertines e mancata sicurezza in sala stampa.
Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere.
Bilbao Bilbao Bilbao.

A proposito di revival, prima di partire mi sono voluta informare sulle band meno conosciute del festival e questi quattro ragazzi di Amburgo mi hanno colpita fin dal primo ascolto.
Sia chiaro, non è nulla di nuovo e il genere è trito e ritrito, ma in concerto, la band si dimostra subito reattiva, pulita nelle sonorità e, soprattutto, nitida a livello di registro vocale.
Una realtà davvero interessante quella dei Bilbao che ho avuto modo di intervistare poco dopo il loro live.
La band propone una indie pop con un retrogusto estremamente estivo e tropicale: non so, li vedrei bene a sponsorizzare un drink a base di ananas.
Il loro genere mi ricorda quello sbarazzino e divertente dei Friendly Fires, ma con più chitarre e meno synth, fanno ballare tanto e tra le loro influenze si sentono anche i primi Bloc Party e i Killers di Hot Fuss.
Vivaci, colorati, molto pop e piuttosto danzerecci: se volete ascoltare qualcosa loro lo  trovate sul loro canale YOUTUBE oppure QUI. Intanto, prossima settimana, uscirà il nuovo loro album “Shake Well”, titolo che ricorda proprio un drink tropicale.
Frizzanti, puliti ed estremamente piacevoli.

Balthazar.
Se c’è una band che seguo dagli esordi e non ho mai visto in concerto è proprio quella dei Balthazar, nata in Belgio nel 2004 e con all’attivo cinque album.
Una delle band più sottovalutate del panorama Indie – Pop \ Indie -Rock a livello europeo e non solo: questo dei Balthazar è uno dei concerti più entusiasmanti, ballati e sorprendenti di questo primo anno di Tempelhof Sounds.
La band, quest’oggi, ha solo a disposizione 45 minuti che li sfrutta tutti, dal primo all’ultimo, facendo scatenare i presenti e, in contemporanea, facendo imbestialire il giovanissimo pubblico delle prime fila che pare dovesse andare o a un matrimonio o a un funerale : i fan di Florence Welch preferivano assistere a un reading di quella poesia romantica o decadente dell’800 (non ho mai visto, in tutti questi anni di concerti, gente che si mette a leggere durante il live di una band e che pretende che tutti gli altri stiano fermi), oppure pretendere che ci fosse un parrucchiere a loro disposizione.
Il live dei Balthazar e i loro fan proseguono per la via del: “balliamoci su”, in tutti i sensi. Il duo vocale colora e dà vita all’intero pubblico del Supersonic.
Non solo danzerecci e coinvolgenti, ma i Balthazar portano sul palco anche sonorità e un songwriting incisivo, riflessivo, ricercato e molto raffinato.
Si ondeggia, si sta insieme e “Sand”, l’ultimo lavoro in studio della band uscito nel 2021, è una conferma del lavoro preciso svolto dai Balthazar in tutti questi anni.
Ho semplicemente una parola per il loro live, breve ma molto intenso ed emozionante: IMPECCABILI.

Sleaford Mods


Cattivi, rudi e molto arrabbiati, ma fanno anche saltare e riscaldano per bene gli animi di chi dovrà assistere al concerto degli idoli dell’Indie Rock di inizio 2000.
Moltissime persone amano i Libertines e amano gli Sleaford Mods: Jason Williamson e Andrew Fearn, direttamente da Nottingham e fortemente tormentati dall’era Post – Punk e, sì, si può dire Elettro-Punk?
La subcultura Mods e una buona parte di Oi! è presente nello stile di Williamson e il suo marcatissimo accento, la rabbia e le tematiche riguardanti la working class inglese.
Duri e crudi, ma anche piuttosto coinvolgenti per tutto ciò che ha prodotto Fearn: linee di basso rimbombanti tipicamente post-punk, effetti beat che creano una corrente unica, seppure minimalista – ma concreta- del cantato del frontman.
Un concerto al solito molto meglio compreso da chi sta nelle retrovie e apprezza queste emozioni viscerali, vere, proposte da un duo che non smette di sorprendere (11 album all’attivo e un’energia incredibile).
Comunque Williamson alla voce mi ricorda troppo Mark E. Smith dei Fall e questo, ovviamente, non è di certo un difetto.

Two Door Cinema Club.


Gli sbalzi d’umore non terminano mai a questo festival: si è molto arrabbiati con gli Sleaford Mods, spensierati con i Bilbao e completamente catturati dalla musica variopinta dei Balthazar.
L’emozione che si presenta coi Two Door Cinema Club mi fa ripensare al 2010, quando uscì il loro piacevolissimo esordio “Tourist History” che presentava i tormentoni da indie pop quali “I can Talk”, la prima nella setlist di oggi, “Something Good Can Work” e la finale, da pestare i piedi a tutti, “What You Know”.
Siamo sicuri che loro siano cresciuti musicalmente?
Vedendo il live mi viene da dire di no, ma non è un difetto: la band è fortemente legata alle sue radici, mantiene il suo stile indie pop con tracce di synth e il loro set viene ampiamente apprezzato.
Risentire un po’ di Indietronica, questo era il nome del genere attribuito a band simili (i primi Futurheads o i Foals), fa risvegliare l’adolescente che è in me, che, successivamente, resuscita completamente dato che i prossimi a suonare li ascolto da vent’anni.

The Libertines.

Dopo Babyshambles, Pete Doherty da solista e Carl Barat da solista, dopo vent’anni, è giunto finalmente anche il mio momento: vedere uno dei gruppi con i quali sono cresciuta in concerto; uno dei gruppi che più ho amato in tutto il primo decennio del 2000 (e anche ora, dato che sono ritornati); la band alla quale avrei voluto dedicare un tatuaggio (sono ancora in tempo).
Una band iconica, generazionale, che ha segnato parecchie persone: The Libertines.
Barat e Doherty insieme sono un duo esplosivo, perfetto; due compagni di vita che hanno imparato a sostenersi l’un l’altro, in un certo senso musicalmente si completano: Doherty è quello dall’animo più poetico, Barat è quello con lo spirito più punk e scatenato.
Questo lo si vede anche nell’abbigliamento dei due: uno più rocker e l’altro più classico.
L’ondata musicale dei Libertines travolge completamente il pubblico del Tempelhof: il basso di John Hassall è preciso e non fa una piega (grandissimo musicista lui), impressionante la batteria fragorosa (e l’energia che ci mette) di Gary Powell.
“What Katie Did”, ” Can’t Stand Me know”, “What Became of the Likely Lads”, “What a Waster” (la prima in setlist), “Up the Bracket”, “Music When the Lights Go Out”, “Time for Heroes” e “Don’t Look Back Into the Sun”: inni generazionali, portati avanti da un autore, l’ultimo dei poeti maledetti, Peter Doherty che, sì, smettetela di valutarlo dal punto di vista estetico e prendetelo solo come artista, un vero esteta, che ama fare il suo lavoro e lo dimostra benissimo oggi sul palco del festival di Berlino.
Scatenati e inarrivabili gli Stylish Kids in the Riot (Time for Heroes, al solito, è dedicata a noi del pubblico) che portano avanti questa indie rock con fortissimi riferimenti al punk, ma anche al cantautorato (Music When the Lights Go Out è da pelle d’oca).
Multiformi, coraggiosi, melodici, caotici, iconici e piuttosto emozionanti: i Libs ringraziano noi, ma, in realtà, dovremmo essere noi a ringraziare loro.
Botta adolescenziale incredibile e scarpe distrutte: tutto nella norma.

Nei prossimi giorni arriveranno i resoconti del giorno 2 (Muse, Barns Courtney, Idles, Wolf Alice) e giorno 3 ( Interpol, The Strokes, Fontaines DC, Royal Blood e una fantastica Kat Frankie e band).

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