Lars Rock Festival 2019

0

A cura di Rob Duca

Mi ricordo ancora benissimo la prima volta in cui sono andato al Lars Rock Festival. Avevo diciannove anni e il festival chiusino era alla prima edizione, anno duemiladodici. La prima sera suonavano i Waines e, visto che lavoravamo tutti nei ristoranti del nostro minuscolo paese in provincia di Perugia (ma a dieci minuti da Chiusi), cioè, forse io ancora no ma non avevo la patente, siamo arrivati clamorosamente tardi: Piazza XXVI Giugno, l’allora location del festival che per me sarà sempre “quello spiazzale che sta davanti all’Uno Rosso”, si era già svuotata. Male ma non malissimo, perché il giorno dopo riuscimmo comunque a vederci i Diaframma di Federico Fiumani; la notte stessa mi sarei messo a dormire con in cuffia lo Splittone Paura, nota uscita a tre fra Gazebo Penguins, Verme e Do Nascimiento. Era appena uscito.
Sette anni dopo, i Verme non ci sono più, la patente alla fine l’ho presa, il Lars è arrivato all’ottava edizione (ottava, giuro, le ho contate con le dita). Diversi sono gli artisti che sono saliti su quel palco, che è rimasto nella stessa piazza per qualche anno per poi essere spostato ai Giardini Pubblici poco distanti; gli stessi in cui facevano la Festa dell’Unità, gli stessi in cui ho visto Francesco Renga cantare sorretto sulle spalle di mio padre. Non me lo ricordo granché, quel concerto. Ma comunque, dicevo, diversi artisti sono passati da lì: dall’industrial di stampo post-punk di Soft Moon alle parole dei Massimo Volume, passando per gruppi storici come i Gang Of Four; ma anche il post-rock dei Public Service Broadcasting, le ossessioni post-punk dei Protomartyr, la matematica dei Delta Sleep e gli inni corali dei Japandroids. Ma questi sono solo alcuni esempi di quello che in questi sette anni di attività sono riusciti a fare i ragazzi del Lars.
Sono solo alcuni esempi perché, intanto, parlare del Lars nel 2019 non è solo descriverne la proposta musicale. Parlare del Lars è anche soffermarsi su eventi collaterali, sull’ottima cucina, sulle birrette; sui bicchieri riutilizzabili, sui banchetti di vario genere. Insomma, il Lars è riuscito a diventare un evento a tutto tondo, che circonda l’avventore di qualsiasi provenienza ed età e lo fa sentire accolto a 360 gradi.
Però certo, poi bisogna anche parlare della musica. Anche quest’anno, le scelte artistiche, che prevedevano tre gruppi+un concerto acustico al Campfire Stage (cioè la collinetta laterale al palco principale) in ognuna delle tre serate, si sono rivelate di un livello disarmante, specialmente se consideriamo il contesto della cittadina di provincia. Ad aprire le danze il venerdì sono stati i Kint, band che mischia il post-core alla psichedelia ed al prog e che nasce da progetti quali Death Of Anna Karina, pietra miliare dello screamo nostrano, e già si respira aria di successone: l’incedere ipnotico, i suoni massicci e perfetti fanno già capire che non si scherza. È poi il turno dei Lags, band post-hardcore capitolina che ha buttato fuori un secondo discone giusto qualche mese fa, intitolato Soon; il loro live, caratterizzato da un tiro veramente invidiabile da qualsiasi band che si diletti a suonare dal vivo, guida perfettamente verso gli headliner della serata. Già, perché la prima sera è stata chiusa dai nuovi eroi di quel noise duro e incazzato di stampo hardcore, cioè i Metz. Il live dei canadesi è storto e sporco, e proprio per questo rasenta la perfezione; un successo anche di pubblico, nonché la prima delle due volte in tre giorni in cui perderò gli occhiali in mezzo al pogo. Chiude il tutto il live acustico di Augustine.
Il giorno seguente viene invece aperto dagli Human Colonies e dalle loro visioni shoegaze; seguono i McKenzie, che avevo già avuto il piacere di sentire live ad un Italian Party (il festival organizzato dall’etichetta umbra To Lose La Track) di qualche anno fa. A chiudere i Cloud Nothings, aka la seconda volta in tre giorni in cui perderò gli occhiali in mezzo al pogo, uno dei gruppi di punta della scena indie statunitense: se il live dei Metz è stata la quota scapoccio duro del Lars, quello dei Cloud Nothings si rivelerà essere quella emozionale. Un livello di emozione che viene poi tenuto alto pure sul Campfire, con il bellissimo concerto di One Glass Eye (ve li ricordate i Cabrera? Io sì).
Ma il vero botto, a livello di pubblico, è la domenica: ad aprire, il collettivo Becoming X, tra arti visive e musica, e i Black Rainbows, band stoner romana. La situazione si scalda e salgono sul palco quelli che forse erano gli artisti più attesi di questa edizione del Lars: i Wolfmother. La band australiana capitanata da Andrew Stockdale, vincitrice di qualche Grammy e giocata da un sacco di adolescenti di qualche anno fa nei vari videogame della serie Guitar Hero, butta su uno show perfetto, il prototipo del rock show dal fascino retrò. Un trionfo totale. Il compito di chiudere definitivamente il festival spetterà poi al folignate Dead Poets Society.
Insomma, la provincia può essere noiosa quando hai ventiqualcosa anni. Può darsi che ti ritroverai a bere nei soliti posti, con le solite persone. Che se hai una passione sfrenata per la musica, ti capiterà di guardare a posti più grandi, con più persone e all’apparenza più possibilità, e dire “vorrei essere lì”. Ma la provincia può essere anche una grande risorsa: ed è proprio in situazioni come questa che le reti sociali strette e sentite tipiche dei piccoli contesti come il nostro vengono valorizzate maggiormente. Il Lars è riuscito a portare la montagna da Maometto, evitandogli così di dover prendere qualche squallido mezzo low cost per spostarsi. E speriamo che questa montagna resti a lungo.

Share.

Comments are closed.