Vita da Musico: Limbrunire

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Ho sempre sognato elicotteri in volo eppure non sono mai salito su uno. Li ho sempre sognati, sin da piccolo.
Volano a bassa quota, sento il rumore sinistro farsi sempre più forte, più vicino.
Alle volte sono bianchi e rossi della Guardia Costiera, altre sono elicotteri verdi militare a doppia elica.
Mi ronzano sulla testa, a movimenti circolari e alle volte precipitano proprio vicino a me.
Riesco sempre a mettermi in salvo tranne in un’occasione nella quale ero sdraiato in spiaggia, stavo dormendo, non avevo nessuno attorno, quando ho aperto gli occhi è caduto a motore spento proprio addosso a me, su di me.
Ma non avevo paura, ne facevo qualcosa per scappare, era una sensazione serena, la consapevolezza e l’accettazione, la porta aperta sul destino e luce abbagliante, un calore che sale lentamente, lo sfrangersi delle onde sugli scogli, la stessa beatitudine che provavo da bambino dopo una crisi di pianto nella quale vuoi solo dormire.
L’estate scorsa mi trovavo al lago, amo passare la domenica nel ventre della montagna, col vento a dirigere l’orchestra, i cani, qualche pescatore col cappellino in testa, il chiosco con la filodiffusione e l’elenco dei gelati terminati, il tariffario accanto, i turni e tuffi dei bambini sul molo. Quella domenica proprio nei pressi del lago c’era un motoraduno, uno di quelli che avanti giorni e nei quali la musica è il collant da sfilare, la brace il lasciapassare per il paradiso, la birra la pacca sulla spalla per l’inferno.
AC/DC e Paulaner, salsiccia e canne.
Motori su di giri a chi ce l’ha più grosso, generatori di corrente non silenziati, tende disparate e un’ambulanza che non si sa mai.
Ad un tratto ha iniziato ad alzarsi in volo un elicottero, di quelli acrobatici, blu e grigio.
Girava proprio sul lago, sfiorava le case antistanti, ogni tanto spariva dietro le colline per poi ritornare con una S improvvisa al punto di partenza.
Si fermava, caricava tre, quattro temerari alla volta e ripartiva, più forte di prima, più veloce e spericolato di prima.
Quasi una sfida a oltrepassare il limite gravitazionale, un Marc Marquez alla guida con eliche al posto delle ruote, un purosangue che scalcia e disarciona il suo padrone.
Mi trovavo proprio in mezzo al lago con una Kayak, da solo, non c’era nessun’altro in quel momento nelle e sulle acque verde smeraldo, sembrava la medesima scena vista e rivista in sogno, per un istante ho realmente immaginato di non essere lì in quel momento, di essere in un trip lisergico, in un’altra dimensione.
L’ho sentito arrivare da dietro, oltrepassarmi e dirigersi verso la collina a duecento metri da me, impennata verso l’alto, riflessi di luce sui vetri, giro della morte, frequenze diverse, decibel differenti e giù in picchiata su di me, dritto verso me.
Io e lui alla resa dei conti, sogno lucido e realtà, rivelazione e mistero, passato presente e futuro, chissà, mollo i remi, mi lascio andare, il kayak perde velocità, l’elicottero prende velocità, sempre più basso.
Dentro di me dico “cazzo non può succedere, non ora”, si avvicina, il cuore batte forte, tirati su dai, riprendilo, non fare lo stronzo!
Mi passa sopra a due metri d’altezza, se avessi alzato il remo in verticale probabilmente l’avrei toccato, non ho chiuso gli occhi, ho avuto coraggio e ne avevo bisogno, rido ed inizio a gridare come un pazzo, adrenalina nelle vene, boccia da bowling in mano e strike, pericolo scampato!
Quella sera mio nonno è mancato, da quella sera non l’ho più sognato.

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Limbrunire (Francesco Petacco) nasce all’imbrunire di qualche decade fa in una piccola provincia del Levante ligure. Gioca a calcio discretamente sino all’età di 19 anni quando decide di appendere gli scarpini al chiodo e dedicarsi attivamente alla scrittura di poesie e raccolta di uva da vino in Settembre. Ama la montagna, la chitarra elettrica, Kerouac, i dischi bianchi, le monocilindriche, Amici Miei, le melanzane alla parmigiana, le chewing gum al guaranà, le televendite alle 3 del mattino e i cannoli di Athos. “La Spensieratezza” è il suo disco d’ esordio composto da 11 tracce nate dalla passione per l’electrosynthpop anni ’80 e Pasquale Panella.
Leggerezza, tutto e subito, riflessioni in bianco e nero, emoticon e doppie spunte, sbornie adolescenziali, mistica e bon-ton, il ballo e immagini in technicolor attraversano i testi che compongono l’album pensato,
scritto ed arrangiato da Francesco Petacco e prodotto da David Campanini al Soniclabstudio tra la l’inizio dei pranzi pasquali e l’autunno inoltrato del 2017.
Un debutto che approda, dopo un percorso da bluesman e cantautore classico, ad una via nuova, una nuova poetica che mescola nostalgia canaglia, voglia di fare festa ma con una sottilissima filigrana fluo di
disperazione e canzoni semplicemente da cantare, tutte sotto i quattro minuti, quasi un’istantanea del
presente che esplode in un crepuscolo multicolor. Electro-synth, italo-disco. Influenze à la Battiato, via le
chitarre in favore di una vecchia KORG DX-6000 e una drum machine, un purissimo pop digital-analogico.

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