Registrato ai Giant Wafer Studio nel Galles con la supervisione (e i sintetizzatori) di Richard Formby e il batterista Alberto Paone – “eravamo solo noi e un paio di pecore e polli“, ricorda Speziale – l’album è stato invece ideato durante un lungo ritiro sull’isola siciliana di Vulcano. Le immagini e le atmosfere del mare e dell’azzurro di quel luogo hanno permeato decisamente le canzoni: “Abbiamo sempre voluto avere pochi strumenti, continua Gianluca, s criviamo usando solo una chitarra, una Casiotone, un synth giocattolo e una drum machine. Iniziamo con i loop, poi improvvisiamo le melodie e per almeno tre o quattro ore non riascoltiamo quello che abbiamo creato. Alcune delle canzoni sono sicuramente ispirate da eventi personali della nostra vita, qualche volta anche dalla prospettiva di qualcun altro”, continua, riflettendo sulle narrazioni candide e personali dei Malihini.
Le canzoni rappresentano quasi una terapia di coppia, rimangono intriganti e irresistibilmente seducenti, navigando abilmente a vista tra luci e ombre emotive. Esempio calzante il soulful di ‘Hopefully, Again’, con il suo languido tamburo e la chitarra elettrica stordita, con il quale inaugurano un interplay tra loro attori amanti del circo, lei con il primo verso, a seguire lui e insieme per la linea di coro “Love is coming back“, molto coinvolgente e quasi redentiva: “Si tratta del primo vero incontro reciproco, spiega Speziale. Quando cerchi di essere qualcuno, visto attraverso gli occhi dell’altro”.
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