Tra le maglie di Verità, il nuovo lavoro discografico di D’Iuorno, le canzoni si muovono come tappe geografiche ed esistenziali di una mappa interiore costruita nell’arco di dieci anni. Se il disco fa dell’impatto analogico e viscerale del rock suonato la propria cifra identitaria, è scendendo nei dettagli delle singole tracce che si scopre la complessa trama di rimandi, memorie e sperimentazioni che ne definiscono l’anima. Ogni brano diventa così un piccolo microcosmo narrativo, un crocevia in cui ricordi d’infanzia, luoghi attraversati e dinamiche di produzione si intrecciano indissolubilmente.
Dalla title track marchiata da atmosfere western rock fino alla spoglia essenzialità di tracce più intime o inaspettatamente ballabili, l’album non si limita a fotografare il passato, ma ne rielabora i traumi e le epifanie. I riferimenti storici alla scena alternativa italiana — come il tributo all’eredità dei CSI — convivono con racconti personali che spaziano da Parigi a Firenze, passando per collaborazioni decisive e svolte stilistiche audaci. In questa conversazione, il cantautore toscano esplora le singole storie che compongono il disco, svelando la genesi degli arrangiamenti, la funzione della geografia nella sua scrittura e la necessità di spogliare la forma canzone fino all’essenziale per dare voce a ciò che le parole non riescono a contenere.
Partiamo dalla title track, Verità, caratterizzata da riff western rock. Qual è la “verità” che stavi cercando e, soprattutto, l’hai trovata alla fine del brano? Con questa canzone ho riattraversato la mia vita per arrivare poi a comprendere come alla fine scrivo: ”Verità che sei tornata quando non ti ho più cercata”. La verità a cui mi riferivo era quella che stava dentro di me, quella che ad un certo punto della vita può apparire chiara quando accetti una condizione che nel tempo cercavi ostinatamente di cambiare.
In Nudi c’è un’atmosfera molto cinematografica: la notte, il mare, la vodka e la cassa dritta. Come è nata l’idea di far partire il pezzo solo con la voce per poi trasformarlo in un brano da ballare? Questo brano era stato concepito già nella stesura iniziale come un pezzo da ballare. L’idea di farlo partire solo con la voce è stata una scelta di semplice dinamica.
Torneranno i CSI è una rock ballad robusta che affronta il parallelismo tra passato e futuro. Il titolo è un omaggio alla storica band di cui faceva parte Giorgio Canali, tuo produttore in passato? Qual è il messaggio dietro la frase “tutto ritorna come una moda e non come una necessità”? Oggi viviamo dei ritorni al passato per questioni legate a delle mode e a dei facili guadagni per qualche addetto ai lavori. I CSI rappresentano uno spaccato culturale importante per la musica italiana al quale sono personalmente legato che a mio avviso non deve essere preso con leggerezza.
Un soffio di vento si regge su un loop di chitarra acustica che simboleggia lo stallo, da cui si esce con la fantasia. Qual è il tuo “soffio di vento” personale per evadere dai momenti difficili? Molto spesso è stata proprio la musica il mio soffio di vento. In questa canzone racconto l’incontro che avvenne con Alessio Dell’Esto, bassista ed amico con cui abbiamo fatto delle belle cose originali insieme, tra tutte “1984”. Era tra la fine di un agosto a cavallo di un settembre quando ci conoscemmo musicalmente, lui mi lasciò questi due accordi e ci ho scritto su questa canzone.
C’è molta dolcezza nostalgica in Paris, legata a un amore giovanile vissuto a Parigi. Quanto incide la geografia (da Firenze a Malta, fino a Parigi) nella tua scrittura? Ti direi che incide molto quello che mi è rimasto da questi viaggi che ovviamente non sono gli unici che ho fatto. “Paris” rappresenta sicuramente un’esperienza unica, avevo 11 anni e mi ero innamorato di una ragazza più grande di me che viveva in una fattoria alle porte di Parigi, fu la prima volta che vidi nascere un agnellino.
I love you chiude o comunque si distingue nel disco per essere l’esperimento più audace: beat, voci effettate e una sola frase. Da dove nasce il bisogno di “spogliarti” così tanto delle parole? Purtroppo in vita non sono mai riuscito ad avere un rapporto autentico con mia madre, quella musica e quella frase rappresentano una finestra temporale sempre aperta come una ferita e come una speranza.