Le Guess Who? 2018 – Giorno 2

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È complicato provare a ricordarsi ogni minimo particolare de Le Guess Who: posso scriverlo a penna su un quadernino, facendo strani segni un po’ come un medico a causa delle luci basse; fare video su una certa canzone; provare a fare foto, orribili proprio a causa delle luci; segnarmi un appunto -più comprensibile- sul telefono.
Alla fine dei conti, però, dimentico sempre qualcosa per strada, magari un pezzo di recensione o una frase che mi viene in mente mentre provo un vestito in un negozio vintage e mi dico “questa, appena torno in appartamento, me la segno: può essere utile per descrivere meglio la musica di tale x, o band y”:  è inutile, perché quell’ispirazione e quel momento sono solamente un pensiero effimero.
Questa premessa è per dire che, sicuramente, del primo giorno di festival (di cui parlo qui: https://lostingroove.com/2018/11/16/le-guess-who-2018-giorno-1/) e di tutti i live che descriverò in seguito ho saltato qualcosa e, magari, lo aggiungerò in ritardo o, se mai mi ricapiterà, di rincontrare tale band.
Il secondo giorno del festival lo si affronta con meno stanchezza, poiché non si ha un lungo viaggio alle spalle, e con molta più emozione: venerdì 9 novembre è la serata di Rodrigo Amarante e delle Breeders, due degli artisti che ci tenevo a vedere di più a questo festival.

RODRIGO AMARANTE

Considero grave il fatto che il suddetto artista sia venuto in Italia e la pubblicità nei suoi confronti sia stata ridotta al minimo o a un: “Ah sì, quello che ha scritto la canzoncina di quella famosa serie tv di cui tutti parlano”.
È brutto, quindi, vedere quanto sia sottovalutato in Italia questo singer-songwriter, poeta e chitarrista brasiliano: “Cavalo”, l’album dell’artista, non è stato apprezzato come dovrebbe.
Per fortuna, dato che a Le Guess Who? ci sono tantissimi italiani, abbiamo l’occasione per goderci Rodrigo Amarante in completo silenzio, di modo da comprenderlo al meglio e senza qualcuno che ci venga a dire quanto sia bravo perché ha scritto la “canzoncina” di Narcos.
Amarante sale sul palco con una band (2 elementi alle percussioni e un bassista) e apre il concerto con un sorriso così puro e semplice che fa intuire quanto sia emozionato di vedere la sala Pandora del Tivoli (credo una tra le più grandi dell’edificio) stracolma di gente e tutta per lui.
“Nada em Vao” e “Mon Nom” aprono la setlist del concerto, che presenterà canzoni emozionanti e oscillanti tra malinconia, gioia, passione, nostalgia e abbandono.
Ogni traccia proposta dall’artista, infatti, sono un duro colpo a livello emotivo: i suoi brani  feriscono nel profondo, dall’inizio alla fine del concerto quando il pubblico esplode in applausi (o in lacrime: ho visto un ragazzo piangere dall’emozione).
Il cantautore brasiliano, tra una cover dei Little Joy (credo fosse “Evaporar”) e le sue canzoni da solista, accarezza -quasi- fino alla fine la sua chitarra, come se questo strumento, insieme alla sua voce e alle liriche, fosse il suo unico e vero amore.
Amarante, insomma, riesce ad analizzare i sentimenti nella maniera più pura e semplice, cosicché questi arrivino al suo pubblico in maniera diretta ed esplicita: le nostre sensazioni sono le stesse dell’artista sul palco, difatti si riesce a respirare, ondeggiare e farsi abbracciare da una certa atmosfera intima costruita su note di malinconia, dolcezza e di comprensione da entrambe le parti.
L’amore, l’abbandono e qualsiasi sentimento cantato da Amarante, in qualsiasi lingua (almeno in inglese, francese e portoghese) sono sempre in evoluzione, non sono mai scontati e, anche grazie alla semplicità e umiltà dell’artista, riusciamo a purificarci e a disintossicarci  per un’oretta dai vari dolori e afflizioni che abbiamo dentro o che ci circondano.

THE BREEDERS

Da un artista dolce e passionale, si passa a un gruppo generazionale degli anni ’90 che ha spaccato il concetto di grunge e ha ripreso a dedicarsi, dopo qualche anno di vuoto, alla musica con l’ultima uscita discografica che prende il titolo di “All Nerve”: The Breeders.
Diverse da ogni altro gruppo al femminile (o quasi) di quegli anni, meno rudi delle Hole e meno “aperte” à la Lydia Lunch, le Breeders, capitanate dalle gemelle Deal, propongono canzoni che trattano l’eterna adolescenza: amori, incomprensioni, rapporto col loro corpo e la relazione con gli altri.
Il loro power pop, o rock alternativo, rappresenta una generazione di cuori infranti e, durante lo show, tende ad esplodere con i classici “Cannonball”, “Divine Hammer” e “No Aloha”.
Il pubblico, a sua volta, mischia generazioni differenti, anche se, e questo si nota, pare abbia entusiasmato maggiormente persone che, sicuramente, avranno goduto e compreso di più quelle canzoni urlate dalle sorelle Deal quando avevano più o meno la loro età.
Nonostante qualche stonatura, che ci sta dato che la band vuole trasmettere un certo tipo di rancore femminista, il live della band riprende grunge, punk, psichedelia, power-pop e coretti piuttosto irresistibili e così accattivanti da restare a lungo nelle mente dei presenti allo show al Ronda (Tivoli).

BLANCK MASS

Erano anni che ci tenevo a vedere live uno show di Blanck Mass, scoperto quando avevo il mio blog personale e scrivevo di album o artisti sconosciuti nel 2010.
Benjamin John Power, da allora, ne ha fatta di strada: da un album ambient e suggestivo (l’omonimo) è passato attraverso sonorità più danzerecce (“Dumb Flesh”) fino ad arrivare al nuovo “World Eater”, un lavoro discografico che mescola differenti generi e sensazioni più oscure.
Il mio entusiasmo nel ballare come una dannata sullo show di Blanck Mass è davvero tanto, così decido di mettermi direttamente sotto al palco: inutile dire che dopo due canzoni le mie orecchie chiedono pietà e sono costretta a fare qualche passo indietro – tra gli altri storditi-.
Il set di Benjamin è variopinto a livello musicale, mentre lui, avvolto nel buio, segue alle sue spalle le immagini che scorrono sullo sfondo: scene incomprensibili o inquietanti, oggetti distorti, colori tendente allo scuro.
Lo show, insomma, si distingue tra: canzoni ambient, rilassanti e piacevoli; tracce che riprendono parti industrial e sperimentali, che trasmettono un bel po’ di irrequietezza in chi le balla e ascolta; brani da clubbing, o quasi, più danzerecce e che spezzano le altre due parti sopra citate.
Un live, quello di Blanck Mass, piuttosto pesante dal punto di vista emotivo, ma molto potente, energico e ben pensato: ne è valsa la pena perdere un po’ di udito.

ROGER ENO

Per riprendersi dallo stordimento di Blanck Mass, mi avvio a seguire più curiosa che mai qualche brano presentato dal fratello minore e meno conosciuto: Roger Eno.
Compositore e pianista è attivo dal 1985 e fino al 2008 ha avuto all’attivo più di ventina di dischi.
Il silenzio, a questa tipologia di show, è a dir poco essenziale: entro nella sala-teatro Hertz del Tivoli con quella paura del fare un minimo di rumore, praticamente in punta di piedi e col timore di emettere qualche suono mentre respiro, e mi avvio verso un posto tranquillo dove osservare e sentire il pianista inglese.
L’unica illuminazione presente è quella sul palco, ove la musica classica quasi minimalista – non troppo piena come altre sonate al pianoforte- è la regina principale di tutta la sala.
Dopo gli applausi, al termine di ogni composizione, Roger Eno si rivolge all’intero pubblico e, con in mezzo qualche battuta, spiega com’è nato quel determinato brano o a chi è dedicato: anche queste parole, prima di una nuova traccia, aiutano lo spettatore a comprendere la musica dell’artista, il quale riesce a rendere tutto, ambiente compreso, molto più suggestivo e caloroso.
Un’esibizione insolita per la tipologia di festival, ma contrassegnato tra un appunto e l’altro come “la quiete dopo la tempesta” per riprendersi dal set di Blanck Mass.

BO NINGEN

L’ultimo show della serata è alla sala Ronda per ritrovare, a distanza di anni, un gruppo conosciuto negli ambienti in cui girano parole come “garage, noise e giapponesi pazzi”: i Bo Ningen.
Nati in Giappone ma cresciuti musicalmente a Londra, la band è capitanata da una bassista-cantante la cui voce è a tratti severa, altre volte pungente (à la Karen O dei Yeah Yeah Yeahs) e in alcuni casi sfolgorante.
I Bo Ningen presentano una setlist di canzoni cantate in giapponese e sono un incubo per me che, ora, mi ritrovo a scrivere questo report: i quattro elementi sul palco sono energici, hanno un fuoco dentro che esplode quando meno te lo aspetti e i loro capelli lunghi – difficile dire chi siano i due uomini e le due donne sul palco- fanno parte di tutta la scena, o finiscono tra le corde delle chitarre o del basso.
Se avessero suonato in Italia, avremmo sicuramente visto gente volare per aria tra crowd surfing e pogo delirante; ma siamo a Utrecht e, a parte un elemento che rischiava tantissime botte poiché intendeva proprio scatenare l’inferno, tutti i presenti ascoltano la band muovendo la testa o mantenendo la dignità – o quasi- nel loro posticino per ballare.
I Bo Ningen sono quattro artisti che suonano per conto loro fino a trovare un punto in comune, ma si dimostrano un po’ glaciali con la audience che li ha accolti con molto più calore e a distanza di quattro anni circa.
Lo show della band di Londra, tuttavia, è davvero fuori dalle righe ed entusiasmante: quello che i giapponesi non osano fare durante la routine quotidiana o in altri eventi, lo propongono quando devono presentare la loro arte e questo lo si comprende dopo aver visto altri gruppi provenienti da quel paese.

JACCO GARDNER

 

(FOTO B&W DI IVAN PAMPARANA)

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