Le Guess Who? 2018 – Giorno 1

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Uno dei più importanti festival europei ha avuto luogo dall’8 all’11 novembre 2018 presso Utrecht, cittadina definita da molti come la piccola Amsterdam.
Per la prima volta in 12 anni, ho avuto il piacere di partecipare a quest’evento unico e senza eguali, collaborando con Ivan Pamparana alle foto.
LE GUESS WHO? 2018 si è presentato non solo come un “semplice” festival musicale, ma è andato ben oltre a questo aspetto: tantissime le venue coinvolte, i musicisti (circa 180), le conferenze e i vari eventi sparsi all’interno della città.
Lo spettacolo, visivo e non, è stato garantito e piuttosto apprezzato dalle migliaia di partecipanti a questo evento importante che, a mio avviso, lo si può definire come una bellissima esperienza non solo dal punto di vista culturale e musicale, ma anche da quello sociale: molte, difatti, sono state le tematiche trattate nel corso di questi quattro giorni intensissimi.
Sia sul palco che fuori da questo molti artisti hanno cercato di trasmettere alcuni argomenti di attualità e lo hanno fatto aprendo le menti dei presenti attraverso conferenze, film, spettacoli, mostre d’arte e via dicendo: musica, immigrazione, femminismo e l’importanza di comprendere ciò che per noi è “diverso” (sessualità, culture, tradizioni…) sono stati le tematiche fondamentali.
Questo confronto così aperto e umano si è sviluppato con grande vivacità in questi quattro giorni di festival, che, ovviamente, ci ha permesso di presenziare ai concerti di nuove band o di altri gruppi che ci tenevamo a vedere da un bel po’ di tempo (Devendra Banhart, Rodrigo Amarante, Seefeel, Bo Ningen,The Breeders…).

8 NOVEMBRE 2018

Il primo giorno si apre con il live dei DRINKS, presso la sala Pandora della venue principale del festival (il Tivoli), capitanati dalla cantautrice gallese Cate Le Bon in collaborazione con Tim Presley dei White Fence.
La band al completo (5 elementi) propone un sound psichedelico costruito su una buona base di musica Pop: queste melodie vengono eseguite in maniera scomposta, di modo che esse si disperdano in uno spazio-tempo non ben definito e lasciando lo spettatore un po’ confuso su ciò che avviene successivamente.
La setlist è suddivisa in tracce che seguono strutture malinconiche, altre più spensierate e alcune ancora frutto di una singolare sperimentazione che, per l’appunto, lascia l’ascoltatore interdetto: al termine di ogni canzone, difatti, si ha  una sorpresa -piacevole- ed inaspettata (per esempio l’introduzione di un violino all’interno di un brano più malinconico).
Il mondo dei DRINKS, inoltre, viene rappresentato attraverso una moltitudine di sfaccettature e punti di vista: a Le Guess Who? sono presenti alcuni dei loro disegni più significativi che permettono allo spettatore di avere una visione più ampia sul loro carattere eclettico  ed insolito.

VERA SOLA

Dopo essermi persa Colin Stetson in un’altra venue, a causa di una fila interminabile al di fuori di essa, e aver scoperto la zona universitaria di Utrecht, faccio ritorno al Tivoli per godermi il live di un’artista, della quale, spero a breve, leggerete la sua intervista – ahimè scritta, poiché la band ha “perso il tour manager”: immaginate la mia faccia dopo aver letto questo messaggio-.
Vera Sola è sul palco del Hertz, una delle tante sale dell’immenso edificio, accompagnata da una ragazza all’arpa e un batterista.
L’artista poli strumentista è vestita da un lungo abito nero che le scopre la schiena; alla sua destra vi è questa figura sottile dai lunghi capelli biondi chiari che suona l’arpa e pare essere uscita direttamente da un noto libro fantasy; il batterista è colui che stona con quest’ambiente fiabesco, forse per il suo casco riccioluto e la sua barbetta.
La poetessa di New York interpreta le sue tracce con fortissima personalità, seducendo il suo pubblico che, a sua volta, rimane completamente affascinato da quest’atmosfera surreale e dalle tonalità crepuscolari.
La protagonista di questa favola, infatti,  grazie alle sue canzoni e alla sua voce rivestita dalle sonorità dell’arpa e dai vocalizzi intensi e profondi, va alla ricerca dei suoi mostri.
A dare ancora di più l’impressione di essere testimoni di una storia di fantasmi, infine, è una cover dei Misfits eseguita da quest’artista poliedrica ed enigmatica.
L’alone di mistero, l’oscurità e alcuni ricordi nostalgici avvolgono quindi l’intera audience che viene travolta e vive, per circa 40 minuti, una vera e propria favola.

ART ENSEMBLE OF CHICAGO

Un artista, anche se in questo caso si parla di una vera e propria band, è tale quando riesce a fare musica -spettacolare- con qualsiasi oggetto, sia esso un campanello di una bicicletta o un gioco per bambini.
Gli Art Ensemble of Chicago sono un gruppo completo di Artisti che, attivi dagli anni ’60, propongono, in un’altra sala teatrale del Tivoli, la Grote Zaal, un genere che mescola tradizione africana (basta vedere le facce dipinte e gli abiti tradizionali), free Jazz e musica d’avanguardia.
La prima cosa che salta all’occhio, mentre seguo questa band, è il numero di strumenti non ben quantificabile che utilizza il gruppo: le percussioni, alcune delle quali avranno un nome impronunciabile o proveniente da una terra più lontana, sono le più numerose e vengono suonate solamente da due (su sei) componenti di questo gruppo di artisti.
La base ritmica, tralasciando il numero elevato di strumenti a percussione, ha un impatto più dinamico e in continua evoluzione nella musica degli Art Ensemble of Chicago grazie anche alla presenza di un contrabbasso e di un violoncello.
Le differenti trame che vengono proposte dalla band statunitense segnano sonorità più teatrali, alle volte classiche e, sì, anche spiritose: la loro musica non segue un percorso specifico, anzi è determinata da un crescendo continuo e inarrestabile ricco nelle improvvisazioni.
Gli Art Ensemble of Chicago sono dei maghi in grado di ricreare in continuazione  le loro canzoni: sonorità naturali (scroscii di acqua), fiati che ricordano un film Noir degli anni ’40, la libertà della musica Jazz e un finale in cui tutti gli strumenti sembrano rincorrersi fanno sì che l’intero pubblico presente, alla fine di quest’incredibile concerto, li ringrazi con un applauso generoso e -direi- piuttosto meritato.

SEEFEEL

Un’altra sala concerti del Tivoli è quella chiamata Cloud Nine e non è molto grande rispetto alle altre: ha sì la balconata, ma il palco è ristretto e la folla non è di certo quella della band vista precedentemente.
Quando arrivo, i Seefeel sono già sul palco e stanno rifinendo gli ultimi dettagli tecnici prima di iniziare a  eseguire il loro esordio-capolavoro, datato 1993, che prende il nome di “QUIQUE”.
Uno degli album shoegaze più sottovalutati, probabilmente per il loro generoso contributo alla musica elettronica di quegli anni, sta per essere rivissuto da un pubblico che, data l’età, si comprende li abbia seguiti fin dagli inizi: la maggior parte della audience, infatti, proviene dal Regno Unito.
La band, composta da 4 musicisti, entra sul palco in silenzio, quasi in punta di piedi: proprio questo silenzio avrà una valenza essenziale, quasi sonora, nel corso di questo show incredibile e suggestivo.
I quattro elementi sono avvolti da una nebbia blu che mette in evidenza la polvere che danza nell’aria e il palco minimalista -strumentazione a parte- voluto dalla band.
Quest’introduzione, che lentamente prende il via, tende a prolungarsi: i sussurri di Sarah Peacock diventano parole (comunque sempre poche e bisbigliate); il crescendo della batteria di Kazuhisa Iida impone a Mark Clifford di aumentare le sue improvvisazioni, siano esse di chitarra o di base elettronica.
Alla fine di quest’introduzione e degli applausi, il silenzio torna a predominare su tutta la scena: “Quique” prende finalmente vita, tra sonorità techno, surreali, dream-pop, ambient e shoegaze.
L’esecuzione di “Quique” gira intorno a un ritmo, un arrangiamento specifico, e, di conseguenza, nuovi suoni, voci e atmosfere iniziano a svilupparsi attorno ad esso: immersi in questa luce blu, un po’ fosca e sublimata dalla forza suggestiva di questo album, si cerca di stare completamente immobili e quasi senza fiatare solo per afferrare qualche nota, qualche improvvisazione o qualche bisbiglio in più.
La musica dei Seefeel giunge a noi del pubblico lentamente, così come il silenzio che, alla fine, scopriamo essere un loro strumento in più.

BCUC

Quando intervistai uno degli organizzatori del festival, ricordo che mi consigliò di tenere d’occhio un gruppo, tali BCUC, che nel mezzo della loro musica tradizionale africana ci aggiungevano un bel po’ di psichedelia, sperimentazione e rap.
Storcendo un po’ il naso per questa premessa, mi dirigo comunque presso la Grote Zaal e vedo una ressa di persone sia sotto al palco che sulle balconate.
Tra una fusione di generi che riprendono sonorità provenienti dalle loro radici e riferimenti a musica blues, soul, psichedelia e qualche breve improvvisazione elettronica, non resisto e, come tutti i presenti in questa sala, inizio a ballare: è proprio vero che la musica unisce chi è più lontano dal punto di vista tradizionale, di usi, costumi e via dicendo.
Le percussioni hanno un ruolo da protagoniste anche nel corso di questo show, ma le voci e le movenze del frontman, carismatico e pieno di energie, insieme a quelle del suo opposto femmnile, voce soul profonda, catturano una larghissima fetta di pubblico.
I BCUC sono una realtà parecchio lontana dalla nostra, ma, grazie a un festival come questo, ora sono come come un fiume in piena, pronto a straripare e a coinvolgere chi li ascolta.

LYDIA LUNCH AND THE BIG SEXY NOISE (FOTO)

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