ToDays: benvenuti ad un festival con le chitarre

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A cura di Alberto Cipolla

Come ha detto Daniele Celona, in apertura alla sua mezz’ora di live sabato 25 Agosto: “benvenuti a ToDays, un festival con le chitarre”. In effetti la tre-giorni di festival organizzata dalla rodata “crew” capitanata da Gianluca Gozzi alla direzione artistica si riconferma, sì, attenta alle sonorità e ai progetti più contemporanei e dal target giovane, ma soprattutto dotata di una propria idea e di distinta personalità nella costruzione della line-up, intenta a portare nomi che raramente solcano palchi di festival italiani, e avendo quindi ben poco da invidiare a festival europei più grossi o ricchi. E, sì, con un discreto interesse per le chitarre elettriche.

Lo dimostra già la scaletta del primo giorno, venerdì 24 Agosto la cui parola d’ordine potrebbe essere “compattezza”. Sul prato dell’area aperta nello Spazio 211 si inizia alle 18.30 con Indianizer, progetto torinese, che con ritmi afro/caraibici in un’amalgama psichedelica scalda già più che bene il pubblico presente con un tripudio di chitarre, synth, maracas e djembé. Dal vivo rendono decisamente bene e l’impatto sonoro è rilevante. Seguono a ruota i Bud Spencer Blues Explosion, progetto ormai decennale di Viterbini e Petulicchio, e il quantitativo di decibel non diminuisce: vuoi per il “Bud Spencer”, vuoi per l’”Explosion”, il duo romano (che inizia il live, però, in una formazione a quattro che lascerà poi spazio ai soli Adriano e Cesare) picchia e condensa in una serratissima scaletta di circa mezz’ora fatta di energia e suoni crudissimi alcuni brani dell’ultimo disco (Vivi Muori Blues Ripeti) e pezzi storici (non ultima la loro personalissima cover di Hey Boy, Hey Girl). Degna di nota anche la parte scenica, con una curata coreografia di luci poste su grossi supporti triangolari ad impreziosire un live che è già bello da vedere per la sola energia che trasmettono sul palco i BSBE. Inaugurano la carrellata di ospiti internazionali gli australiani King Gizzard & the Lizard Wizard. Il settimino di Melbourne (che spicca, probabilmente, anche per il più bizzarro rapporto “dischi pubblicati/anni di attività con 13 dischi in 8 anni) pare esteticamente, sul palco, quasi una giovane band di rock psichedelico dei primi anni ’70 congelata e trasportata nel 2018. Appena terminata la transumanza dei sette musicisti sul palco (formazione con doppia batteria, tre chitarre, tastiere, basso e chi sa ancora cos’altro) le prime note di Digital Black sono un’esplosione sonora di una certa rilevanza. Compattezza, si diceva. È esattamente la sensazione che ha trasmesso l’intero set dei King Gizzard: un muro sonoro ad altissima energia, grandissima tecnica e resa dal vivo, e schiaffi misurabili in decibel. Un’ora abbondante di scaletta viaggia con potenza attraverso brani come Rattlesnake, Crumbling Castle e si conclude dopo People-Vultures lasciandoci ancora frastornati in attesa dell’ultimo live della serata. I The War on Drugs attaccano decisi con Baby Missiles. Con ancora nelle orecchie i volumi e le ritmiche serrate dei King Gizzard, ora sembra paradossalmente un momento più rilassato. E, in effetti, lo è quando in scaletta arriva il momento di Pain che contribuisce, con gli altri brani, a far passare scorrevole e varia – complice la capacità dei War on Drugs di alternare tra le frecce al loro arco momenti più decisi e sonori con episodi più delicati e dal sound che richiama un certo rock americano anni ’80 – un’ora abbondante di concerto. La band di Adam Granduciel suona sicura e senza la minima sbavatura anche se forse si potrebbe rimproverare proprio a quest’ultimo un’esigua comunicazione con il pubblico (quasi tutta la scaletta è stata eseguita di fila senza neanche pause tra un brano e l’altro) e in generale un leggero distacco. La serata continua alla ex fabbrica Incet con Coma Cose impegnati in un breve set (ma d’altronde anche il loro repertorio, per ora, non permette troppo di più) semi-in base, ovvero con solo batterista e voci dal vivo, in cui ovviamente non possono mancare Anima Lattina in apertura e Post Concerto in chiusura. Portano bene a casa la pagnotta scaldando adeguatamente il pubblico per il successivo live dei Mount Kimbie, altri super ospiti del weekend, che confezionano un concerto fatto di momenti più onirici ed altri in cui fanno muovere a tempo l’intera Incet (biglietti interamente sold out), preparando l’arrivo dei due dj set successivi di Lena Willikens e FaltyDL.

The War on Drugs- ph. Roberto Finizio

La parola chiave del secondo giorno è con tutta probabilità “nostalgia”.

Se già il pubblico del venerdì era, sì, anagraficamente eterogeneo ma piuttosto adulto, nel giorno degli Echo & The Bunnymen la colorita presenza di giovani degli anni ’80 che rispolverano creste, trucco pesante agli occhi e pantaloni stretti coperti di fibbie si fa decisamente più evidente. Apre le danze Daniele Celona che condensa in mezz’ora di esibizione un tentativo di “best of” con pezzi dal forte impatto sonoro ed emotivo come Acqua o La Colpa che fanno sicuramente breccia sul pubblico autoctono, evidentemente affezionato al cantautore, che canta e urla il testo anche sulle parti parlate. Ottimo battesimo live anche per Shinigami, singolo che anticipa l’album di prossima uscita e che riconferma le capacità e l’energia sul palco di Celona e dei suoi. A seguire, l’originale celebrazione eucaristica messa in piedi da Lorenzo Urciullo, in arte Colapesce (che come di rito durante il tour di Infedele è “don Lorenzo”: si presenta sul palco vestito di paramenti liturgici – nonché di un vistoso copricapo a forma di testa di pesce – mentre tutti i componenti della band sono dotati di collarino ecclesiastico). La parte vocale forse è l’anello debole di tutto l’insieme (ma non è questo che chiediamo in primis ai cantautori, d’altronde) però i pezzi funzionano, lo show è ampiamente rodato e il set scorre piacevolissimo, valido e vario in un’atmosfera vagamente retrò passando da Ti Attraverso a S’illumina per le immancabili Satellite e Totale. Menzione particolare per la bravissima Adele Nigro (già nota per il suo progetto solista col nome di Any Other) che segue Colapesce nel tour in qualità di chitarrista, sassofonista e cori quasi costanti. È il momento degli Echo & The Bunnymen. Ian McCulloch sale sul palco, gli occhiali scuri sul naso, la giacca di pelle chiusa – più avanti anche una sigaretta accesa, così, con quel fare come a dire “e a me cosa frega?” – comincia Lips Like Sugar e io sento distintamente i cuori dei fan iper- truccati affianco a me sciogliersi. Se poteva anche solo sfiorare il dubbio che l’età non più giovanissima e una condizione fisica – suppongo io, dettata dall’abitudine della sigaretta sul palco – magari non all’apice, avrebbero potuto inficiare la performance, ecco, no. McCulloch, Sergeant e i loro più giovani e nuovi sodali tengono circa un’ora di concerto senza mollare un colpo restituendo perfettamente ed in maniera intatta l’atmosfera “eighties” grazie ad una scaletta che prevede interamente materiale degli anni ’80 (concedendosi anche dei momenti di cover con gli inserti di Roadhouse Blues e Walk on the Wild Side). Viene prevedibilmente accolta da un boato, e scommetto anche qualche lacrima,The Killing Moon durante la quale la sensazione paradossale è quella di assistere ad un concerto del 1984 con il pubblico del 2018 che riempie la visuale di smartphone intenti a registrare video. Mentre una luna piena, appena evocata dagli Echo & The Bunnymen, si staglia dietro il palco nello Spazio 211, un muro di amplificatori viene portato sulla scena per i Mogwai. I ragazzi di Glasgow esordiscono con Helicon 1 portando subito all’estremo l’asticella dell’impatto sonoro spettinando capelli e stomaci. L’altalena emotiva si muove lungo una scaletta che vede in maggioranza brani dall’ultimo album, Every Country’s Sun, ma che in alternativa pesca a piene mani da quasi tutta la discografia della band: ci si accoccola su I’m Jim Morrison, I’m dead, si “scapoccia” su Rano Pano, ci si fa prendere alla sprovvista dalle ripartenze fulminee di Like Herod sul finale. Il pubblico del ToDays assiste e partecipa in silenzio alla propria catarsi, “grazie thank you!” le sole parole che, sempre uguali, dal palco scandiscono lo scorrere del tempo fino a che non si realizza che ormai, alle 23.30, è il momento di terminare la celebrazione. Anche stasera si continua alla Incet, con Cosmo. Live anticipato da una parte di dj set, principalmente improntata sui brani più “club” di Cosmotronic, quando viene spostata la consolle e vengono portati sul palco tastiere e controller l’ex fabbrica Incet è imballata di persone. Vestito con una scintillante giacca gialla, Cosmo mette su uno spettacolo decisamente pensato per far ballare e cantare: L’amore, Sei la mia città, Turbo, tutti proposti in versione “extra large” per poter ballare sulle parti strumentali. Menzione d’onore anche per la parte visiva, curatissima e di altissimo livello. Lo show è una versione condensata di quello che sta portando in giro nel tour di Cosmotronic e Marco lo sa, quando dice che purtroppo non può proseguire ancora per molto ma invita il pubblico a restare lì a ballare per chi ci sarà dopo (Mouse on Mars, Acid Arab e Red Axes) perché “non c’è nessun altro posto in cui valga la pena essere questa sera a Torino”. Subito prima di finire con la consueta esplosione di coriandoli su L’ultima festa (senza tentare l’ormai atteso stage diving).

Echo anche the bunnyman © Roberto Finizio

Il terzo giorno è il giorno della “varietà” e della mescolanza tra vecchio e nuovo, passato e moderno.

Si parte alle 17.00 con Myss Keta in quel di Parco Peccei. La “merendina insieme al parco”, come l’ha chiamata lei. Il live della milanese misteriosa, con le sue “ragazze di Porta Venezia”, è la consacrazione del trash studiato: basi potenti, parodia parossistica della “Milano bene”, balletti che se la giocano con Lady Gaga, movenze iper-ammiccanti e un carisma sul palco, quello della Myss, che incolla gli occhi su di lei lasciando nelle retrovie le due colleghe ballerine. Voto altissimo sull’intrattenimento e sullo spettacolo, mi riservo personalmente ancora di capire come pormi sul lato artistico del progetto: anche guardando le reazioni del pubblico non sono così sicuro che i messaggi che la nostra vuole che passino, passino effettivamente e che, invece, non sia troppo facile fermarsi al primo livello di lettura basilare – per chi non conoscesse il personaggio di Myss Keta ed il suo contesto – e leggere lo show per quello che è in copertina: si balla, c’è la vocalist, ci sono le tipe che ballano in minigonna di pelle. Non credo sia quello che Keta abbia in mente. Ci si sposta, quindi, allo Spazio 211 per Generic Animal. Il giovane Luca Galizia, classe ’95, sale sul palco tenero come un pulcino, scambia due parole timide col pubblico ma quando poi deve far sentire che c’è, si sente. Certo, il live è un po’ in una “botte di ferro”: canta su base, alla voce il fido auto-tune d’ordinanza settato al massimo (è solo per stile: in un paio di pezzi non lo usa e si sente che Galizia sa cantare) e quindi, a meno di disastri, è difficile che qualcosa vada storto. Ma i pezzi ci sono e si muovono su una piacevole linea di confine tra r’n’b, cantautorato, estetica trap lo-fi (dici facile, il progetto è curato, tra i vari, anche da Jacopo Lietti dei FBYC e dalla già citata Adele Nigro aka Any Other alla produzione) e la gente si scalda bene. Sull’ultimo pezzo, Broncio, finalmente imbraccia anche la sua chitarra. Certo, mi piacerebbe vederlo in un contesto più “live” magari con una band intera, perché per come sono arrangiati i brani sarebbe possibilissimo e la parte scenica ne guadagnerebbe tantissimo, e meno cantato su base. Tocca quindi a Maria Antonietta e al suo allestimento su palco iper-floreale. Piccola premessa personale: ho da sempre un problema con il timbro di voce della cantautrice pesarese. Lo so, è un problema mio e non dovreste curarvene, ma è per rendervi partecipi della mia sorpresa quando sul brano di apertura mi accorgo che, invece, quel mio problema non lo sento. Scopro presto, infatti, che da giorni soffre di una brutta laringite (malignamente mi verrebbe da pensare che, a questo punto, spero continui se questo è il risultato ma in realtà no, povera Letizia, anzi spero le passi presto perché capisco il forte fastidio!) Privato del mio personale impiccio mi godo, quindi, il concerto che procede in un atmosfera romantica e vintage, immersa nei fiori. Deluderti, Pesci, un’energica Quanto eri bello scandiscono il tempo che passa e siccome, ci dirà Maria Antonietta quando confesserà la sua laringite, il 26 Agosto è il suo compleanno decide di dedicarsi, chitarra e voce, Questa è la mia festa, contenta di passarla a suonare a Torino. Un po’ troppo “imbronciata” forse durante tutta la performance. Ma facciamo che anche questo è per via della salute non al massimo. Dopo un cambio palco ci ritroviamo a passare agilmente dal punk alla polka al soft-rock nello stesso brano. È l’effetto di Ariel Pink. Sale sul palco bicchiere in mano chiedendo come prima cosa “more whiskey!”, maglietta nei pantaloni con pancetta in rilievo, accompagnato da Don Bolles dei The Germs ai cori. Ariel Pink, all’anagrafe Ariel Rosenberg, mette in piedi un live che dire variegato è riduttivo. In senso positivo: il tutto si muove a velocità talmente elevata che si fa fatica a stargli dietro mentre urla nel microfono, super riverberato, su ritmiche pesanti, balla scoordinatamente e, un secondo dopo, il tutto sfocia in una dolcissima ballad dal sapore anni ’80, appena prima di piombare in una “kraut” polka su cui il nostro produce versi animaleschi e ride insieme al truccatissimo Bolles. Un’esperienza che bisognerebbe, prima o poi, provare: ancora frastornati e perplessi ma molto divertiti ci dondoliamo sulle note romantiche di Baby poco prima che il palco si liberi per lasciare spazio all’ultimo live della serata. Gli Editors chiudono quest’edizione del ToDays festival con quello che è – probabilmente – uno dei migliori live di tutta la tre-giorni di musica. Sulla cornice dello Spazio 211 pieno fino all’ingresso, un Tom Smith in forma particolarmente smagliante tiene il palco egregiamente cantando, ballando e correndo. Il meccanismo ad orologeria della band non lascia spazio ad imperfezioni: suono potente e carichissimo, una scaletta varia che passa dalle sonorità più classiche dell’indie-rock ai momenti più elettronici e “synth- centrici” dei brani tratti da In This Light and on This Evening, il quintetto inglese coinvolge il pubblico su ogni pezzo e nel parterre si battono le mani, si canta e si balla. Dopo brani dell’ultimo disco come Hallelujah (So Low), Violence e Cold e una (finta) chiusura sul classico Smokers Outside the Hospital Doors è il momento dell’”encore” in cui vengono calati una serie di assi di briscola: un’emozionantissima versione acustica chitarra e voce di No Sound but the Wind, dove Tom Smith da solo si prende l’intera scena stando fermo, A Ton of Love (anch’essa in versione acustica), Munich, Papillon, e Magazines in chiusura a confermare alcune cose: la grande capacità e caratura live della band di Stafford – anche se con una carriera ormai decennale non è qualcosa che sia messa in discussione – e la possibilità di realizzare ancora, oggi, in Italia, festival musicali di alto livello internazionale, senza grosse sbavature, accontentando un’ampissima fetta di pubblico anche dall’estero. Anche chi, controtendenza, vuole un festival con le chitarre.

Editors © Roberto Finizio

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