Recensioni: Underneath, quarto album in studio dei Code Orange

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Nella seconda metà dello scorso decennio abbiamo assistito fondamentalmente a due tendenze nella musica estrema statunitense. La prima ha visto il ritorno di un certo modo di fare hardcore in una scena che è stata chiamata twentynine scene; l’altra, si è messa invece a giocare con il metal di inizio anni 2000, a cavallo tra l’industrial e il nu. Ora, chiaramente la distinzione non è così netta, e infatti le band dei due mondi coesistono e suonano spesso e volentieri insieme. Però la distinzione di sound è evidente: sicuramente, in entrambi i casi, c’è la voglia di sperimentare, ma se nella twentynine scene troviamo gruppi come SeeYouSpaceCowboy, Wristmeetrazor e .gif from god, che già dai nomi che si sono attribuiti sembrano voler richiamare quegli anni – band che hanno lasciato poco spazio alla melodia e sembrano partire da una versione più patinata dello screamo di fine anni Novanta mischiato al mathcore più prodotto (una sorta di versione aggiornata dei Norma Jean, mi verrebbe da dire) – nell’altra troviamo molte aperture alla (ormai) tradizione melodica della musica alternativa, senza però rinunciare a metterne in campo una versione deflagrante, a tratti quasi dissacrante – in una parola, attualizzata. Tra gli ensemble di questo filone troviamo Knocked Loose, Vein, Harm’s Way e Code Orange, che hanno da poco rilasciato un nuovo album dal titolo Underneath.

La storia dei Code Orange è una storia particolare.  Nati nel 2008, da giovanissimi, come Code Orange Kids, arrivano all’esordio su lunga distanza solo quattro anni dopo con Love Is Love/Return To Dust. Uscito su Deathwish Inc, la storica etichetta di Jacob Bannon dei Converge, e prodotto da Kurt Ballou della stessa band noisecore americana, il disco fa parlare di questi giovani ragazzi incazzati, ma le chiacchiere cominciano subito a muoversi tra due estremi: c’è chi li distrugge senza remore, chi li bolla come l’ennesimo gruppo che vuole essere come i Converge, chi vede nella loro musica qualcosa di molto plasticoso, e chi li esalta a salvatori della patria. Fatto sta che la risonanza c’è: e mentre i Nostri si mettono a rilasciare split con band (indie) emo quali Tigers Jaw e The World Is A Beautiful Place, a prima conferma della loro eterna posizione liminale ma anche di una visione musicale a 360° che li porterà sempre e comunque a non limitarsi a voler fare un metalcore fine a se stesso, iniziano a lavorare al secondo album. Tolto quel Kids finale dal nome, rilasciano I Am King sempre per Deathwish Inc: alla regia troviamo sempre Kurt Ballou, ma stavolta accompagnato da Will Yip, nome affermato nel giro post-hardcore. Il disco mostra i Code Orange alle prese con un hardcore meno sludge e più d-beat, ed è, senza mezzi termini, una pietra miliare dell’estremismo degli anni Dieci. Ma si comincia a notare anche un certo amore per la melodia: per la prima volta, Reba Meyers, chitarra, prende il microfono per un pezzo, rubandolo al batterista Jami Morgan, per un ipnotizzante brano dal gusto grunge intitolato Dreams In Inertia. Dopo una breve parentisi a nome Adventures, band indie rock con gli stessi membri che ha rilasciato un bellissimo disco per Run For Cover nel 2015, arriva la svolta mainstream: il collettivo di Pittsburgh firma un contratto con Roadrunner, già casa di band tipo gli Slipknot, e da alle stampe Forever nel 2017, terza fatica in studio, sempre con Ballou e Yip alla regia. È un continuo del discorso precedente ma con più parti melodiche, vicine, appunto, al nu metal, e condito da glitch e parti elettroniche che deflagrano il naturale fluire delle canzoni. Forever ha portato ai Code Orange una nomination ai Grammy, una partnership con la World Wrestling Entertainment e svariate aperture per band enormi quali i già citati Slipknot (Corey Taylor apparirà anche in The Hunt, tratta dall’EP Hurt Will Go On uscito l’anno seguente), Deftones e System Of A Down.

Insomma, l’attesa dietro a Underneath, il  quarto album in studio, terzo a nome Code Orange, era prevedibilmente altissima, sia per chi ha amato le precedenti uscite che per chi invece non vedeva l’ora di coglierli nuovamente in fallo. Perché la carriera dei Code Orange va avanti con brani senza pietà ma anche con enormi paraculate tendenzialmente radiofoniche, il tutto condito dalla capacità estrema di costruire una visione (I Am King, Forever e Underneath sono carichi di immagini e frasi che ritornano, come a legarli tematicamente) che funziona ma che a tratti sembra comunque un po’ cringe. Ma dicevamo, Underneath: anticipato dalla title track come singolo, un pezzo che vede l’alternarsi di Reba Meyers e Jami Morgan, che ha nel mentre abbandonato le percussioni, alla voce e che si inserisce in un alternative metal a tinte industrial che ha fatto storcere più di qualche naso, e da Swallowing The Rabbit Whole, brano schizofrenico carico di suggestioni sempre industrial, glitch che fermano la canzone all’improvviso, breakdown catartici e molte urla, il disco si presenta come un qualcosa di molto ambizioso. Mischia di tutto: dal già citato industrial metal (Morgan non ha mai nascosto il suo amore per Nine Inch Nails e Type O Negative), al post-hardcore; dalle chitarre e i ritornelli nu metal a quelle tipicamente hardcore, per arrivare in fine al pop, all’hip-hop e alle tendenze musicali dei nostri tempi. Ma lo fa, per almeno una metà di disco, con una coerenza intrinseca veramente invidiabile: i Thinners Of The Herd, questa la frase con cui si riferiscono a loro stessi i Code Orange (cringe?), suonano come un collettivo di voci e musicisti capaci che collegano le tracce, spesso molto diverse tra loro, più nel mood che nel sound. In Underneath non c’è molto spazio per le dinamiche, così che anche i pezzi più melodici, che sono quelli cantati da una sempre più incredibile Reba Meyers, suonino comunque come un rifiuto industriale sui denti. Grande lavoro quello di Shade, tastierista della band che si è preso in questo disco un ruolo di spicco: è merito suo se tutto ciò suona come se le canzoni, che affrontano la tematica dell’isolamento individuale nei tempi delle realtà virtuali, fossero state passate attraverso un computer con un hard disk rotto che si inceppa di continuo e un processore finito che fa laggare ancora di più il tutto. Come se non bastasse, a fianco ai produttori Will Yip e la new entry Nick Raskulinecz (aiutati, stavolta, dallo stesso Jami Morgan), figura anche il nome, in veste di collaboratore nella programmazione dei synth, Chris Vrenna, storico collaboratore di Marilyn Manson e Nine Inch Nails.

C’è chi parla del primo capolavoro del metal degli anni Venti. Io credo che sia ancora presto per parlarne in questi termini; ci vorrà ancora qualche anno per stabilirlo. Credo anche che Underneath, che è comunque un grande disco, si perda, purtroppo, nella seconda metà: dopo le sfacciatezze nu industrial metal di The Easy Way, il flusso perde un po’ di coerenza, e le tracce sembrano più staccate tra loro. Poco male: Underneath sta permettendo ai Code Orange di progredire ancora, e lascia comunque con la curiosità per cosa si inventeranno dopo.

Testo di Roberto Duca

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