Live Report: InMusic Festival – Giorno 1

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La quattordicesima edizione dell’InMusic Festival, che si sta svolgendo presso il Lago Jarun a Zagabria, vede la partecipazione di importanti nomi nazionali e internazionali, tra cui Cure, Foals, Suede, Garbage, The Hives, Johnny Marr e molti altri.
La giornata di ieri, lunedì 24 giugno, ha visto come protagonisti-headliner i Foals, guidati dall’instancabile Yannis Philippakis.
Prima dei Foals, farò un breve riassunto degli altri artisti in scaletta partendo da un gruppo croato, che ho avuto modo di intervistare, ovvero i Paul The Walrus.

Tra le influenze di Beatles, del resto il loro nome deriva da una citazione di”Glass Onion”, e Beach Boys, la giovane band propone un sound indie-pop-rock che ricorda molte band tra cui i Vaccines.
Non siamo in molti a vederli, ma questa non è la prima volta della band sul palco di un festival.
La musica di questa band abbraccia lo stile d’oltremanica unito a un’esuberanza che ricorda piacevolmente i Fratellis, di cui gli stessi componenti sono fan.

Dopo questa sorpresa croata, arriva il turno dello scoppiato Kurt Vile, artista non in formissima quest’oggi.
Kurt Vile si presenta sul palco con la band The Violators e una “tenda” di capelli che gli copre buona parte del volto.
Il frontman è un soggetto, anche se, come ho già detto a inizio report, pare vivere in un mondo magico tutto suo, nel quale, tuttavia, cerca di far entrare anche l’ascoltatore grazie alle atmosfere tipicamente americane fatte di capelli lunghi e camicioni di flanella.
Kurt Vile e i suoi Violators sono dei nomadi che attraversano, grazie all’ondata di chitarre e sonorità di classic rock made in US, una buona parte di anni ’90, seguendo quindi la scia di band come Pavement e, soprattutto Dinosaur Jr.
Dedicandosi ogni tanto a qualche urla, Kurt Vile si concentra maggiormente sugli assoli di chitarra, molto apprezzati dal pubblico dell’InMusic.

Dopo il live dell’artista americano, si passa a una band insolita – anche per me, dato che “stonano” un po’ con gli altri nomi in line-up: gli Skindred.
La band britannica sale sul palco accompagnata dalla marcia imperiale di Star Wars e alle spalle un grande telone raffigurante un gattino – sì, un gattino- con occhialoni tamarrissimi e pieni di borchie.
Gli Skindred amano far divertire e saltare il proprio pubblico e, nonostante non fossero in programma, catturano anche la mia attenzione.
La band propone un metal con schegge di punk-hardcore e una voce parecchio variabile, quella del frontman, che fa l’occhiolino a spunti reggae e hip hop.

Arriva il turno di uno dei gruppi che più ci tenevo a vedere nel corso di questo festival: gli Hives.
La band svedese si presenta in “uniforme” classica, ovvero completo bianco molto elegante e scarpe nere lucide a concludere l’abbigliamento e i dettagli perfetti del gruppo.
Nonostante l’aspetto composto, si sa, gli Hives propongono un garage-rock \ garage-punk esuberante, divertente e fuori dagli schemi.
La voce del frontman, Pelle, è energica e vibrante – in tutti i sensi, dato che il mio bicchiere di birra a terra prende vita propria-, in particolar modo quando si dedica alle urla più deliranti di brani come “Walk Idiot Walk” o “Two timing touch and broken bones”.
Il frontman, così come Nicholaus Arson alla chitarra-cori, corre spesso e volentieri sugli amplificatori e tra il pubblico, anche per coinvolgere il più possibile quest’ultimo, il quale, nel frattempo, risponde in maniera eccellente alle richieste del suddetto: è necessario fare più confusione possibile.
Tra pettinate, nel vero senso della parola, sing along, urla, salti e classe, la band fa divertire e cattura una buona parte della audience presente: gli Hives sono i fuochi d’artificio di questa prima giornata di festival.

Prima della fine del concerto degli svedesi, mi reco sotto al palco per assistere, a una settimana di distanza, a un altro concerto dell’ex The Smiths, Johnny Marr.
La setlist, composta da tracce suonate senza fare un minimo di pausa o spendere parole superflue, è pressoché simile a quella del concerto di Cesena, forse con qualche canzone in meno.
Johnny Marr, così come la sua band, è in splendida forma e regala al suo pubblico uno show intenso, commovente e ricco di dettagli synth-pop, indie-rock con spunti vicini al cantautorato.
Oltre al dedicarsi a improvvisazioni in compagnia della sua amata chitarra, il nostro Johnny dà un ruolo importante alla parte vocale che viene riempita da cori bassi e ben strutturati da parte degli altri componenti della band.
Il pubblico, a differenza di quello italiano, è meno coinvolto e più “freddo”, ma esploderà sulla solita, finale, “There is a Light that Never Goes Out” con un suggestivo e allungato dalla band sing along.
Per altre emozioni e un live report più completo, consiglio di leggere quello già indicato dello show di Cesena.

L’ultima esibizione della serata, presso il main stage del festival, sarà quello dei Foals.
Non vedevo la band di Yannis e compagni da circa un lustro, quindi per me molte canzoni e parti dello show sono completamente nuove.
In pieno stile Primavera Sound – Coachella, il palco è addobbato da piante e le luci creeranno una buona scenografia alle spalle della band.
I Foals, tuttavia, sono cambiati: la parte vocale è decisamente migliorata e questo lo si noterà maggiormente nella perfetta esecuzione, molto commovente, di “Spanish Sahara” e “Black Gold”; Jimmy, alla chitarra, crea sonorità sempre suggestive e brevi improvvisazioni, soprattutto nella prima parte di live.
Tuttavia, la band pare scomporsi e a dimostrarsi più piatta su alcuni brani, tra cui “Olympic Airways”, eseguita in maniera frettolosa e saltando prezzi, e tutta la seconda parte, quando si faticherà a riconoscere “Inhaler” e quella che doveva essere la canzone più incazzata ed espressiva dei Foals, ovvero la finale “Two Step Twice”.
I Foals, rispetto al passato, sono migliorati tecnicamente, ma si sono arrugginiti parecchio e per loro è più difficile mostrare la parte sgargiante, improvvisata e, appunto, incisiva: lo show di questa sera, nonostante l’audience giovane si mostri comunque entusiasta, risulta ordinario e, tra gli alti e bassi, non arriva mai al clou- non è un caso che gli stessi Hives, difatti, siano stati descritti come i fuochi d’artificio finali della giornata.

 

 

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