Live Report: Ash + Indoor Pets @Legend Club (Milano)

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Gli Indoor Pets (potete leggere l’intervista QUI) sono una giovane band del Kent formatasi nel 2014 sotto altro nome, ovvero quello di Get Inuit.
Il gruppo in questione è composto dal frontman Jamie Glass (voce e chitarra), Ollie Nunn (basso) e i fratelli James (chitarra e backing vocals) e Rob Simpson (batteria e backing vocals).
La band sale sul palco del Legend Club di Milano alle 21, in apertura al concerto dell’unica data italiana degli Ash, lo scorso lunedì 3 dicembre.
Gli Indoor Pets si presentano dinnanzi a non tantissime persone, che, tuttavia, aumenteranno nel corso della serata, ed eseguiranno in rapida successione 7-8 tracce: metà delle suddette sono riprese dalla loro precedente esperienza come Get Inuit, mentre l’altra fanno parte del loro esordio discografico “Be Content” la cui uscita discografica è prevista per l’8 marzo 2019.
A primo impatto, la band del Kent sembra proporre un Pop eclettico marcato da numerose sonorità che si avvicinano a un’alternative-indie rock già ascoltata in passato: questa considerazione, probabilmente determinata dalla loro presenza sul palco, è solo pura apparenza.
Il genere introdotto da questa “nuova” realtà, difatti, avrà sì particolari Pop, ma il loro sound è abbondantemente  sporcato da arrangiamenti, atteggiamenti e tonalità che riprendono una buona fetta di quel garage-rock, tantissimo Grunge e, in piccola parte, anche quel Punk multiforme che ricorda vagamente i Weezer: nella musica degli Indoor Pets domina, insomma, una buona parte di anni ’90.
I quattro musicisti sul palco sembrano fare parte di scene musicali differenti tra loro: il bassista, anche a causa della presenza scenica e della sua chioma voluminosa, pare uscito fuori da una band Metal o affine; i due fratelli Simpson, vuoi per l’estetica o meno, si ritrovano in bilico tra una Indie Rock con forti riferimenti al Punk; il frontman ha questo lato Nerd che mi ricorda proprio Rivers Cuomo dei Weezer.
Questi personaggi, in apparenza così differenti tra loro, rappresentano un ensemble esplosivo, dinamico, piacevole e per nulla banale: la complicità, rivelata ed eseguita dai quattro ragazzi durante il live, sembra quasi palpabile ed è davvero entusiasmante.
“Teriyaki” e “Being Strange” sono i  brani chiave degli Indoor Pets che più mi hanno colpita: le due tracce, che faranno parte di “Be Content”, sono da futuro sing-along e danze sfrenate, soprattutto per noi fortunati che abbiamo assistito al loro concerto di Milano.


Il cambio di palco avviene in maniera piuttosto rapida, il Legend Club -ora- è abbastanza pieno e si aspetta solo che gli headliner della serata salgano sul palco: gli ASH.
L’ultima volta che ebbi modo di vedere il trio capitanato da Tim Wheeler fu nel 2011 al Rock Planet di Pinarella di Cervia: anche in quell’occasione mi trovavo proprio dinnanzi al frontman e catturata da un entusiasmo non ben definibile, poiché la band di Downpatrick sono e resteranno una tra le poche che mi fanno sentire proprio bene e, come all’inizio di “Walking Barefoot”, mi fanno ancora sospirare dall’emozione.
Questa gioia incontenibile si ripete nel corso del concerto di Milano, dato che ci saranno tantissime canzoni della setlist che fanno parte di “Free All Angels” e di “1977”: largo spazio agli anni ’90 e meno ai brani più recenti, anche se il live parte con “True Story” (dalla loro ultima fatica discografica “Islands”).
“Kung Fu”, “Oh Yeah”, “Walking Barefoot”, “Shining Light”, “Burn Baby Burn” (prima dell’encore), “Girl from Mars”, “Goldfinger”, “Orpheus” e la finale “Lose Control” sono tra le canzoni in setlist e, varcando il muro sonoro proposto da Tim, Mark Hamilton (basso) e Rick Murray (batteria), vengono cantante da un pubblico alquanto entusiasta e davvero emozionato: noi tutti non potevamo chiedere un modo migliore per rivedersi.

Ci sono persone che hanno avuto la fortuna di vivere gli Ash fin dagli esordi, quando ancora c’era Charlotte, e, dunque, si respira un’atmosfera energica, viva, ricca di emozioni e alquanto familiare: i testi della band sono dolci, romantici, danno un senso di libertà; contemporaneamente, però, sono anche uno sfogo e un inno generazionale, probabilmente dovuto alle sonorità da acufene e all’attitudine punk (basta vedere il modo di suonare del timidone Mark al basso) dei tre artisti sul palco.
Nonostante un baffetto -straordinario-, un taglio di capelli e una camicetta decisamente più hipster, il nostro adorato frontman non è affatto cambiato nel corso di questi anni: la sua voce e la chitarra “lancia saette” (la sua inseparabile Gibson Flying) riscaldano il Legend Club e tutti i presenti all’interno del locale.
Vedere ogni volta gli Ash, insomma, è sempre una bellissima esperienza per tutti, sia per i tre musicisti che per noi del pubblico che, ogni volta, li aspettiamo per cantare e scatenarci insieme.

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