Le Guess Who? 2018 – Giorno 4

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Tra nottate passate a scrivere, o pensare a quello che avrei dovuto scrivere in questa sezione dedicata a Le Guess Who?, sono giunta finalmente all’epilogo e agli ultimi sette artisti, due dei quali (Comet is Coming e Swamp Dogg) non parlerò poiché visti in maniera effimera.
I concerti quest’oggi, domenica 11 novembre, iniziano prima, esattamente alle 13.45 presso una zona industriale, più distante dal centro città e dal Tivoli, che comprende due locali: WAS e dB’s.
Tuttavia, far iniziare una serie di concerti prima delle tre del pomeriggio è un omicidio colposo.

PLEASE THE TREES.
Prima di arrivare a Utrecht e partecipare a questa edizione del festival, ho studiato: mi sono ascoltata tutti i gruppi (ho lasciato da parte solo i DJ); ho cercato di farmi una scaletta su chi osservare meglio in concerto; mi sono organizzata per intervistare alcune band, o lasciarne indietro altre.
I Please the Trees, trio della Repubblica Ceca, sono attivi da circa 10 anni, hanno all’attivo tre lavori discografici e proprio in questi giorni sono passati per l’Italia accompagnando i Mudhoney nel loro tour europeo.
La band capitanata da Vac Havelka è la prima a salire sul palco del WAS per l’ultimo giorno di Le Guess Who? e coloro del pubblico che non sono del tutto svegli quest’oggi, sono, poi, “resuscitati” per merito dell’energia sconvolgente che propone questo trio.
L’ultimo album della band è “Infinite Dance” e suona in maniera dura e grintosa, anche se, nel profondo, si rivela essere influenzato da alcuni aspetti più folk e malinconici.
Dimenticatevi totalmente di questa cosa che ho appena detto, poiché i Please the Trees, in concerto, sono fatti di tutta un’altra pasta: solo in quest’occasione, difatti, ci si rende conto il perché siano proprio loro ad aprire i concerti di quei mostri sacri che prendono il nome di Mudhoney.
Il genere che esegue la band quest’oggi è piuttosto fragoroso e crudo: sono in tre sul palco, ma è come se ci fossero almeno cinque elementi; la base ritmica è solida e ruvida, ma viene utilizzata per fare da sfondo a una sola chitarra, quella del frontman, che ruggisce e stordisce i presenti; lo struggimento della chitarra viene ripreso di pari passo dalla voce di Vac, che è certamente precisa, ma esplode.
Sono rimasta colpita dall’intensità che i Please the Trees trasmettono con il loro sound rumoroso e avvincente che vaga tra psych-rock, garage e tante distorsioni, oltre all’improvvisazione fatta con assoli di chitarra e un paio di bacchette che vengono completamente distrutte quando il frontman si mette a picchiare forte su un tamburo: loro sono la nostra sveglia di questa domenica -e magari avercela una così tutti i giorni-.


FORNET.

La band che vedo subito dopo i fuochi d’artificio (i Please the Trees) provengono da Limburg, zona rurale del Belgio, e con loro avrò una bellissima chiacchierata che arriverà nei prossimi giorni.
Anche per quanto riguarda il loro live, vengo completamente spiazzata: ascoltarli su album è una cosa, viverli a un passo dal palco è tutt’altro.
In effetti avevo un’idea sbagliata su questi Fornet, ovvero trovarmi di fronte a dei ragazzini che mi proponevano sonorità legate al Post-Punk revival mescolato a Shoegaze; mi ritrovo, al contrario, una band che fa Garage, Noise e ci butta in mezzo qualche riferimento Punk.
Sul palco vedo il figlioccio, alla chitarra, di uno dei fratelli Reid dei Jesus and Mary Chain, ma, a parte qualche distorsione e la massa di capelli riccioluti, non ha nulla in comune.
I ragazzi sul palco riescono a catturare l’attenzione di una sala stracolma e propongono delle sonorità così piene e potenti che se mi fossi portata dei tappi per le orecchie non sarebbe stata poi una cattiva idea: voce e chitarre (due) spietatamente garage; sezione ritmica profonda che, sì, ha una tonalità più “oscura” e Post-Punk.
Questi Fornet, direi, che si siano presentati piuttosto bene al pubblico e, spero, abbiano avuto un forte impatto non solo su di me, ma anche sugli altri presenti.

HOT SNAKES.
Perdendomi degli altri ragazzi di nome LICE, a causa del pienone nella saletta più piccola del WAS,  prendo il posto sotto agli amplificatori (che bell’idea) per assistere a una parte di concerto dei primi “storici” della giornata: gli Hot Snakes.
Dato che ascolto un certo tipo di musica che, perlopiù, tende a gruppi Garage-Rock casinisti, ove distorsioni e sonorità noise sono piuttosto comuni e hanno una scarica cruda, devo imparare la legge del non mettermi sotto agli amplificatori, o, almeno in quel caso, avere a disposizione dei tappi: tra Hot Snakes e Mudhoney (subito dopo) resto stordita e con un fischio alle orecchie.
Gli Hot Snakes propongono il genere che va per la maggiore quest’oggi, dando maggiore visibilità alla loro ultima realtà discografica “Jericho Sirens”.
La voce di John Reis trema, a volte ulula, ma presenta una ferocia tale che ricorda che il loro Post Hardcore è ancora vivo e grintoso; le loro chitarre sono spietate e si intrufolano senza pietà, fino a inchiodarsi nella testa del pubblico, come se, proprio in quell’istante, volessero creare un inno sfacciato che resti in vita per gli anni a venire.
Crudi, brutali e velocissimi: del resto è proprio il genere che richiede proprio queste caratteristiche.


MUDHONEY.
Il pubblico di quest’oggi ha un’età pari ai musicisti sul palco e sono GUAI se si prova a cercare di muoversi più in avanti: a parte il linciaggio generale (tipo ragazzo che provò a pogare sui Bo Ningen), non si passa di certo a causa del numeroso pubblico presente per assistere al live della band che sta per affrontare il palcoscenico.
Mudhoney, i mostri sacri del grunge che hanno ispirato altri più famosi della scena di Seattle, sono coloro che chiuderanno i concerti in questa venue grigia, industriale e imperfetta.
Proprio quest’atmosfera d’imperfezione fa parte della musica di Mark Arm e compagni. A mio avviso, nonostante siano passati un po’ di anni dal mio allontanamento dalla loro musica, anche grazie a questa caratteristica sono riusciti a resistere in tutti questi anni di attività: molte band grunge sono crollate, mentre loro propongono ancora il loro suono acido, sporco, sincero e rivoluzionario.
Mi è capitato, a poco più di una settimana di distanza, di leggere tra i vari social la parola “fuori tempo” (legato ai live in Italia della band): magari i Mudhoney non passano più nelle orecchie di qualche ragazzo giovane, o comunque hanno-hanno avuto un impatto minore rispetto a Nirvana o Soundgarden, ma, nel caso specifico de Le Guess Who, vi posso garantire che quel “tempo” è come se fosse rinato improvvisamente e, anche se per poco, i presenti sono rimasti in sospeso, come se tutti avessimo provato a trattenere il fiato.

ANCIENT SHAPES
Si cambia aria e da questa zona industriale, si passa in un locale più vicino alla civiltà: il dB’s.
La band canadese che voglio assolutamente vedere è il progetto nato da una personalità carismatica e impetuosa di nome Daniel Romano: a seguire questo frontman c’è la band al completo e questi sono gli Ancient Shapes.
Appena arrivo, il gruppo ha iniziato da poco e, poiché non sono tra i più famosi della serata (il Tivoli ha riaperto le porte), passo in avanti senza problemi per potet osservare meglio gli elementi sul palco: il bassista è nascosto nell’ombra ed è vestito con un abito da donna anni ’60-’70 col quale vorrei fare a cambio, ha la parrucca e credo una bella passata di mascara; il chitarrista solista pare uscito dagli anni ’70, con pantaloni a zampa e camicia bianca; il batterista, l’unico meno scenografico, lo vedo sudato fradicio a fine concerto (e scopro,in seguito, che avrei dovuto avere l’intervista con lui e il cantante); il frontman è un misto tra Mick Jagger, la follia Punk e il fare Glam, è vestito Gucci, ha rossetto rosso brillante alle labbra -che lascerà attaccato al microfono- e smalto dello stesso colore.
Il progetto di Daniel Romano è rumoroso e fortemente legato alla musica Punk: le canzoni durano a malapena due minuti; l’energia e le urla sul palco sono marcate, inoltre, da vocalizzi e movimenti più Glam e sensuali.
La band, a farla breve, è un’altra che con la parte discografica non c’entra assolutamente nulla: gli Ancient Shapes spaccano, saltano e coinvolgono grazie a questa loro musica sgraziata e strepitante. Diciamocelo, poi, chiaramente: sono tutti molto -molto- belli, eleganti e piacevolmente deliranti.

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