Le Guess Who? 2018 – Giorno 3

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Il terzo giorno di Le Guess Who? Festival, ovvero sabato 10 novembre, si è mostrato il giorno più impegnativo per quanto mi riguarda: Neneh Cherry e Devendra Banhart sono tra i big del dì, quindi ho molto più da riflettere per provare a descrivere il loro show senza troppe emozioni di mezzo.
Scrivere di più band e vivere i loro live in soli quattro giorni è davvero complicato: può sembrare una banalità, in quanto si tratta sempre di un’esperienza unica e bellissima, ma cercare di comprendere al meglio gli artisti sul palco, senza mettere in mezzo proprio determinate sensazioni personali, è uno dei punti più difficili quando butto giù due righe di live report.
Prima dei concerti della giornata, tuttavia, mi dedico alla visita in un appartamento -o quasi- dove sono radunati un tatuatore, una massaggiatrice post hangover, un parrucchiere per uomini, vari grafici, altri artisti e la mostra che permette di vedere alcuni disegni realizzati dai Drinks.
Dopo questa piccola visita,  mi incontro con un artista in un cafè per un’intervista: sto parlando di Austin Crane, in arte Valley Maker.
L’intervista è piacevole, lui ha tanta voglia di parlare di musica – la sua e di altri artisti- e subito mi accorgo di avere davanti un ragazzo davvero umile e riconoscente: le chiacchiere col suddetto arriveranno, insieme ad altre, dopo questo riepilogo legato ai live report.

Il primo concerto del sabato ha luogo presso la sala Ronda del Tivoli: a salire sul palco c’è, alle 18.50 precisissime, il cantautore statunitense Cass McCombs.
Nonostante una piccola distrazione, la penna e il quadernino che mi porto sempre dietro sono davvero di grande aiuto: sono sotto al palco, il mio sguardo è fisso su di lui e la sua amata chitarra e cerco di rimanere concentrata.
Non è facile, poiché ho sempre individuato in quest’artista una certa malinconia e, inoltre, l’ho perennemente considerato come un cantautore piuttosto solitario: alcune canzoni, che l’artista americano esegue questa sera, hanno proprio questi particolari lenti e quasi morbosi; mentre, in altre poesie, si ritrovano ballate piacevoli e in grado di liberarti da quel peso portato proprio da quei brani poco fa citati.
A fare da sfondo a questo cantautore un po’ emblematico è la band che, alle volte, lascia tempo e spazio al suo frontman: assoli, monologhi, sentimenti personali sono alla base del suo percorso da nomade.
L’ora di concerto passa, ma non in maniera così veloce come credevo: canzoni come “Bum Bum Bum” e “Medusa’s Outhouse”, rispettivamente a inizio e fine setlist, scivolano via in maniera più decisa e rapida; ma altre tracce, come ad esempio “Cry” o “Morningstar”, rivelano una certa pesantezza – emotiva e non- che possono essere considerate come un groppo in gola, sia per noi del pubblico che per lo stesso cantautore.

Prima del secondo live della giornata, c’è un evento a sorpresa.
Convinta di assistere a un concerto in acustico, giusto perché ho tralasciato qualche parola dopo aver visto il nome del “nuovo” artista in programma (lo avevo notato gironzolare per il Tivoli il giovedì sera, in seguito al concerto dei Drinks), vengo immediatamente smentita quando vedo il suddetto accompagnato dalla “sorella” (?), la quale si diletterà in vocalizzi esoterici.
King Khan, artista eclettico, divertente e fuori dalle righe -e dal mondo-, oggi ha la brillante idea di intrattenerci con i suoi tarocchi, alcuni dei quali di sua invenzione (Nina Simone o James Brown, per esempio) e in vendita sul suo sito.
Credendo davvero di assistere a una sua esibizione, rimango completamente spiazzata e un po’ in colpa per essermi persa il live di Alabaster dePlume: divertimento e risate garantiti, soprattutto vedendo quanti italiani presenti adorano il RE, ma ancora adesso, a quasi due settimane di distanza, mi chiedo come abbia fatto a credere che King Khan potesse fare un concerto da solo, in acustico, con un mazzo di tarocchi e con la sorella (o moglie, o amica, o non ho capito).

Avrò perso un live, ma almeno vedo Devendra Banhart in prima fila.
Uno tra i più importanti curatori di quest’anno sale sul palco accompagnato da una band e da movenze e atteggiamenti che, tuttora, sono impossibili da dimenticare.
Il silenzio domina ancora, poiché l’artista in questione ha una voce paragonabile alla delicatezza di una nuvola, a volte spezzata da qualche coretto esilarante, o da qualche coro proveniente del pubblico: la primadonna sul palco, il nostro Devendra, non ci sta e, mantenendo un atteggiamento caloroso e divertito, si interrompe proprio per udire quel sing-along.
L’artista sul palco, degno figlioccio di David Byrne e di David Bowie, gioca con noi del pubblico e, in più di un’occasione, ci fa sorridere: ci sono flirt col suo tastierista-chitarrista, quest’ultimo uscito direttamente da una cellula di Noel Gallagher; si sollazza con balletti da ballerina classica, soprattutto da scalzo coi calzetti arancioni, o pose  da pilates; presenta molti riferimenti alla sessualità (gay – trans- bi – etero non ci interessa), anche grazie ad alcune sue canzoni.
Devendra Banhart, dalla figura così esile che pare spezzarsi, è inarrestabile e parecchio sensuale: la sua delicatezza, sia come cantante che come chitarrista, è parecchio differente da un singer-songwriter dolce e puro tipo Rodrigo Amarante in quanto aggiunge parecchia sessualità nei suoi testi (lo spiego senza troppi giri di parole: “facciamo l’amore ardentemente, ma senza fare rumore”).
Nonostante questi suoi continui atteggiamenti scherzosi, l’artista non lo fa altrettanto con la sua musica: Devendra è un personaggio caparbio, perfezionista e la sua voce, come ho già scritto all’inizio di questo live report, è affascinante, morbida e leggera quanto una piuma.
La band, ovviamente, non è da meno e tiene testa alle personalità del frontman, il quale riesce a trasformare la propria voce in uno strumento musicale seducente o sognante a seconda delle canzoni presentate: una prova piuttosto evidente della meticolosità  dell’artista sono sicuramente i cori che, facendo da eco alla voce del protagonista, sembrano una vera e propria estensione di questa.
Il concerto di Devendra Banhart, a differenza di quello di Cass McCombs, scivola via troppo velocemente, lasciandoci tutti  più leggeri e anche un po’ increduli del fatto che lo show si sia concluso così in fretta: buona parte del pubblico, infatti, resta nella Grote Zaal, convinto che l’artista ritorni presto sul palco per un encore.

Si saltano i Joan of Arc, poiché la venue è distante e stracolma, e pure i Sons of Kemet, poiché la sala è piuttosto piena e il caldo si fa sentire.

C’è solo una cosa da fare: aspettare il prossimo live che, sul programma, è quello di Neneh Cherry.
Una donna brillante, con un sorriso in grado di risollevare gli animi di tutti i presenti, e vari multi strumentisti salgono sul palco dove, un paio di ore prima, c’era Banhart: arpe, tastiere, synth, basi, cori, percussioni e una voce così ricca, particolare e variopinta -che fa pensare unicamente a “wow”- dominano la scena.
Uno dei migliori live di questo Le Guess Who? è sicuramente quello di quest’artista e della band che la sostiene: i generi proposti in una sola ora di concerto sono davvero tanti e uno differente dall’altro; la voce spazia tra lamenti, emozioni e un rap più crudo.
Neneh Cherry è accompagnata dai fratelli RocketNumberNine (synth e cori) e da due ragazze che si alternano tra arpa, basso, altri cori, xylophono e percussioni.
Durante il concerto di questa cantate svedese vi sono brani magici, a volte piuttosto impegnativi e nostalgici per la stessa artista, e tracce che ci raccontano proprio il viaggio di questa cantautrice attraverso trip-hop, musica dance, pop, rap e sperimentazione.
Quello che avviene sul palco ha davvero dell’incredibile: questo concerto ci trasmette un’energia quasi palpabile e il merito non è solo della cantante, ma anche di coloro che musicalmente la elevano.
Neneh Cherry, con questi sorrisi sinceri e una visibile emozione sul volto tutte le volte che presenta un membro del suo gruppo o ringrazia noi del pubblico, ci trasmette ogni suo stato d’animo che, contemporaneamente, diventa anche il nostro.
In questo modo, noi presenti rimaniamo tutti completamente ipnotizzati sia dalla voce dell’artista che dalle sonorità ben sperimentate, ordinate e create magicamente dalla sua band di supporto che, per Neneh Cherry, è  come una vera famiglia.

(Tutte le foto, da qui in poi, sono di Ivan Pamparana)

L’ultimo concerto del sabato è quello dei Kikagaku Moyo presso la sala Pandora, quando oramai è già domenica e le mie gambe iniziano a chiedere pietà per i km fatti durante la giornata tra città e venue.
Sono stanca e stupidamente mi reco sulle balconate di quest’area del Tivoli, del resto non conosco benissimo la band che fa psych-rock: a fine concerto, come ovvio che sia, vorrei sbattere la testa contro al muro per non averli vissuti meglio nel parterre, del resto quel genere è proprio quello che ascolto di più in questo periodo.
I cinque artisti sul palco provengono da Tokyo ed eseguono uno psych-rock, con elementi groove e folk, a dir poco spaziale, ricco nelle improvvisazioni e, alle volte, quasi interminabile: è tutto un gran trip e credo che se la band avesse potuto continuare a suonare oltre l’ora prevista, lo avrebbe fatto senza troppi problemi.
La parte strumentale supera di gran lunga quella vocale, sparsa qua e là nel corso del live o comunque piuttosto fugace e sussurrata, e crea questa valanga di suoni, così perfettamente organizzati e precisi (forse anche troppo),  che travolge e manda in trance l’intero pubblico della venue – balconate comprese.

 

Altre foto di Ivan:

VALLEY MAKER

CINDY LEE

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