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Frequency Festival 2018 w/ SUM41 & Imagine Dragons

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SUM 41
Ho trent’anni e dentro di me sento di non aver mai dimenticato le mie radici musicali, ovvero i generi che tendevo ad ascoltare una quindicina di anni fa.
Al Frequency Festival 2018, in questo 19 agosto, viene proposta una line-up del tutto differente rispetto ai tre giorni precedenti: solo il palco principale, il Main Stage, rimane aperto; siamo agli sgoccioli, ma, nonostante questo, c’è ancora tanta gente pronta a viversi fino alla fine l’esperienza completa del festival.
Ho passato l’intera nottata a scrivere di CASPER in ostello, nella mia solitudine e con in cuffie il suddetto rapper (oltre ad aggiungere i suoi vinili nei vari carrelli di negozi online): mi sento un po’ stanca, ma pronta ad affrontare anche questa “breve” giornata di musica.
È l’ultimo giorno di Frequency Festival e, per questo motivo, mi sento piuttosto avvilita; sono una delle poche persone rimaste nella saletta stampa, ma, improvvisamente, sento la quindicenne che c’è in me dirmi: “Cosa stai aspettando?”.
Chiudo l’agendina e dandomi della stupida, dopo aver sentito ciò che sento dal palco principale, scendo atleticamente quei 6-7 gradini ed esco dal covo solitario: i SUM 41 hanno iniziato da poco e già vedo persone surfare per aria.
Mi avvicino al palco correndo e conquisto facilmente un bel lato palco che, nel giro di 5 minuti, diventerà un’effettiva prima fila: spostata dalla transenna, ecco che ritornano in mente ricordi (questo è il mio terzo concerto loro), esperienze, testi di canzoni e balli frenetici.
I SUM 41 sono invecchiati, ma solo dalla parte estetica: i primi segni li ho colti tra la stempiatura e qualche ruga del frontman Deryck Whibley e dal “nuovo” batterista (ai tempi li vidi con Steve Jocz in formazione) Frank Zummo; Jason, basso, e Dave, chitarra, mi sembrano pressoché uguali.
Il live della band di Ontario è pazzesco: le sonorità sono piene, la voce di Deryck è parecchio espressiva e porta rabbia, energia e anche spensieratezza.
Quest’ondata di Punk di fine anni ’90 rinfresca tutti i presenti: è divertimento puro e -qui parlo a nome mio e di chi li ha vissuti- ci fa fare ritorno a un genere che, magari per un po’, avevamo lasciato nel cassetto.
I SUM 41, accompagnati da questo teschio enorme della scenografia che ci manda tutti a quel paese, ci ricordano quanto sia stato bello ribellarsi e fare i finti punk in quel periodo; la band ci propone, poi, quei brani irresistibili che ci fanno credere, per un attimo, di poter tornare indietro, recuperare e magari alzare di più i gomiti (letteralmente) ai loro concerti passati.
L’ultimo giorno di festival, insomma, perdo colpi e mi dimostro meno professionale di quanto vorrei essere, poiché sto rivivendo una band in base a ricordi che, tuttavia, rimangono ancora bene impressi nella mente.
Non avrei mai immaginato, ad esempio, di potermi ricordare l’intero testo di una “Walking Disaster”, o dell’intera triade esplosiva che conclude il loro live: “In Too Deep”, “Still Waiting” e “Fat Lip”.

IMAGINE DRAGONS.
Non ero affatto concentrata sulla band dopo i Sum 41, ovvero i Kaleo, e un po’ mi dispiace: dopo quattro giorni di festival, però, decido di mettere in ordine alcuni pensieri sul telefono, in modo tale da non dimenticarmi o di lasciarmi sfuggire qualche dettaglio delle band viste o intervistate.
Questa band islandese mi sfugge via velocemente, senza lasciarmi nemmeno una nota o una parola in testa: è come se il mio cervello si fosse completamente spento nel corso della loro esibizione.

Passo, quindi, velocemente a parlare degli IMAGINE DRAGONS, gli ultimi headliner di questo Frequency Festival 2018.

PREMESSA:
1. Conosco poco gli Imagine Dragons, non so che aspetto abbiano o che genere facciano nel complesso;
2. Non ho mai ascoltato qualcosa loro, magari qualche canzone via radio ma nulla di più;
3. Sono i nuovi idoli delle masse, quindi, probabilmente, non ho mai avuto voglia di sentirli, perché non mi dedico troppo a band parecchio conosciute (c’è anche un po’ di snobismo in questo, lo ammetto).
Partiamo da questi tre punti e,dunque, non appena vedo arrivare, saltellando e correndo, questo ragazzone sul main stage a petto nudo, coi pantaloncini corti ed eclissando il resto della band, un “AHHHPPERÒ” (in realtà era un “me cojoni”) mi scappa.
Quello che succede dopo, però, è anche peggio, poiché le gambe tremano e inizio, inevitabilmente, a chiedermi quale sia il numero di muscoli presenti in un individuo maschile: Dan Reynolds, questo il nome del frontman degli Imagine Dragons,si è appena buttato tra il pubblico e una tempesta di ormoni si scatena in tutta l’area del Main Stage.
Palestrato, poiché ha deciso di sconfiggere alcuni suoi problemi attraverso un po’ di sano sport; a petto nudo e in pantaloncini; già bello sudato; tra le braccia di una buona parte di persone presenti al Frequency: per studiare a modo “Anatomia” e il nome dei muscoli, Dan Reynolds è il modello esemplare e, improvvisamente, ci si dimentica di essere a un festival.
FINE PREMESSA
Questo era l’inizio del concerto degli Imagine Dragons e quello che segue, in teoria, vuole essere un pochino più serio e legato alla musica della band di Las Vegas.
I suddetti sono divenuti in assoluto il gruppo preferito delle masse e non credo che l’unico motivo sia solo legato a come si presenti il frontman sul palco; difatti, gli Imagine Dragons propongono, oggettivamente, un sound orecchiabile e piuttosto piacevole.
La voce di Dan Reynolds è di un’intensità incredibile, ma piuttosto cangiante in base alle canzoni e alle liriche da eseguire: è un personaggio più smielato e profondo in alcune tracce della playlist; in altri casi è più energico e aggressivo; altre volte, invece, mostra una specie di insicurezza che, probabilmente, è dovuta alla sensibilità con cui sono state scritte determinate parole e, quindi, collegata a tanti -suoi-ricordi.
Il cantante, insomma, esegue una specie di lotta, un incontro di boxe, contro se stesso e i suoi “mostri”: Dan viene sostenuto a gran voce dal suo pubblico entusiasta, sedotto e determinato a dimostrare che anch’esso è in grado di tener testa ai problemi o a quei “mostri”.
Dan Reynolds, lo vogliate o meno, è colui che al Frequency tiene tra le sue mani tutto e tutti (fotografi, la sua band e noi del pubblico) e ci rivela di essere un frontman perfetto che si mette a competere con le sue emozioni: egli non si ferma e, a volte, quando compare una sensazione più pesante e nostalgica, cerca di sovrastarla o trasmetterla a tutti i suoi fan che la riducono in poltiglia grazie a un sing-along inarrestabile.
Gli Imagine Dragons, lo ricordo, sono una band, ma qui a St Polten è stato alquanto evidente vedere chi fosse il “capo”: la band fa da sottofondo a quella che è l’espressività, vocale e non, del suo leader.
Tra canzoni più smielate, malinconiche e legate a vari momenti difficili della vita, la band americana si evolve verso tracce più spensierate che, in un certo senso, fanno dimenticare quello che c’è “fuori”.
Oggettivamente e nonostante non siano del mio genere preferito, gli Imagine Dragons rappresentano la perfetta conclusione di questo festival meraviglioso, grazie al loro entusiasmo, alla loro forza, al carisma del loro frontman e, soprattutto, alla loro musica entusiasmante e decisamente coinvolgente.

SETLIST

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