HOME Festival 2018, Day 3/4

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L’HOME Festival sfida come ogni anno il tempo incerto di fine estate del nord-est, ormai la gente si è abituata anche a cantare e ballare sotto la pioggia e i nubifragi, sifdando il fango e la poltiglia che si crea: ponchi, galosce, k-way e chi più ne ha più ne metta, per non perdersi almeno una giornata di uno degli eventi musicali più interessanti del Veneto. Menomale che il prossimo anno si anticipa tutto di due mesi (7-9 giugno), così forse il tempo sarà  leggermente più clemente. E per la decima edizione, si raddoppia anche: nel 2019, infatti, l’HOME esordirà al Parco San Giuliano a Mestre dal 12 al 14 luglio.

Purtroppo sono riuscita a partecipare solo alle ultime due serate, quelle di sabato 1 e domenica 2, perdendomi la seratona di venerdì: a quanto pare The Prodigy e Incubus e Prozac+ (a 20 anni da Acido Acida e a 13 anni dal loro ultimo tour) hanno fatto fare a tutti un salto negli anni ’90 e scatenato la folla, come era prevedibile.

Ecco quindi il mio personalissimo resoconto del Day 3 e del Day 4 e delle performance degli artisti che sono riuscita a sentire, tra una corsa da un palco all’altro (questo sicuramente lo “stress” più grande di ogni edizione dell’HOME, perché spesso c’erano molte cose in contemporanea e fare una scelta non era sempre facile, almeno per me).

Day 3: Frah Quintale – Cosmo + (Afrojack – Elettra Lamborghini –  M¥SS KETA). 

Frah Quintale – Foto di Carlotta Bianco

Grandissima sorpresa l’energia e il coinvolgimento del pubblico per Frah Quintale: il rapper bresciano vince e convince, anche se solo in due sul palco (che divide col suo produttore Ceri), la vivacità che sprigionano è pazzesca, bellissimi i momenti in cui Frah si mette alla batteria, emozionato come un ragazzino col suo primo strumento. Si sente tutto il rap anni ’90 nella composizione delle canzoni: “Nei treni la notte”, “8 miliardi di persone”, “Hai visto mai”, “Cratere”, “Gravità”, fino a “Missili” . Insomma: per me è stato un grande SÌ (anzi, un grande “Sì, ah”).

Cosmo – Foto di Carlotta Bianco

Cosmo: Come ha detto una tipa accanto a me a fine concerto: “Solo per lui sono valsi tutti i soldi della giornata di oggi all’HOME”. Cosmo per me è stata solo una conferma, una grandissima conferma, l’avevo sentito questa primavera al Marghera e sono ancora convinta che sia stato il miglior spettacolo al quale io abbia assistito nel 2018. Con Cosmo sul palco non si può parlare semplicemente di “concerto”: è un mix di suoni, colori, elettronica, parti cantate, coriandoli, stage diving perfetti che lo portano quasi fuori dal tendone e lui che alla fine di “Sei la mia città” dice: “dai, raga, meno cellulari adesso, avete fatto foto fino ad ora!“. Ed è vero, i cellulari non servono, basta chiudere gli occhi e lasciarsi trascinare dal sound come ha fatto tipo davanti a me, oppure spalancarli tantissimo rapita da quest’ex professore di storia e italiano, alzare le braccia e ballare, ballare tantissimo, incurante della pioggia che di lì a poco ci avrebbe atteso fuori dal tendone.

+ (Afrojack: pazzesco dj-set, anche se l’ho ascoltato/visto con poca attenzione perché non esattamente il mio genere. Ma la gente si divertiva, ballava ed era fomentatissima – fino all’arrivo della pioggia, ovviamente. Elettra Lamborghini: con 3’14 di canzone, già è tanto che ne abbia fatti 10. Fenomeno discutibile, non mi pronuncio. M¥SS KETA: sono arrivata solo sull’ultimo pezzo “Milano, sushi & coca”, ma credo che vedere M¥SS KETA sia sempre come assistere a una performance allucinante e divertentissima.)

Day 4: Lo Stato Sociale – Motta 

Lo Stato Sociale – Foto di Elisa Moro

I regaz de Lo Stato Sociale continuano a migliorare di live in live, la carica tangibile che hanno sul palco tutti e cinque insieme nei pezzi corali “Sono così indie” e “La vita è così facile da essere impossibile” è qualcosa di unico; bellissime e riuscitissime in quanto ad energia anche “C’eravamo tanto sbagliati” e “Mi sono rotto il cazzo”. Il pezzo romantico “Niente di speciale” suonato dal Carota al pianoforte mette i brividi e emoziona ancor di più quando viene attorniato dal resto della band (o collettivo, come amano definirsi) per finirlo tutti insieme.

Motta – Foto di Elisa Moro

Motta: rivedere Motta a distanza di un anno e di un disco, fa davvero la differenza. Che sia maturato lo si capiva già dal disco, ma vedere quanto è cresciuto sul palco è stato ancora più bello. L’ho trovato molto gasato, ha macinato un brano dopo l’altro perché il tempo a disposizione era poco, senza mai far mancare la sua visione politica, anti-razzista e anti-omofoba prima di brani come “Sei bella davvero”. Partito alla grande con i quasi 5′ di “Ed è quasi come essere felice”, passando per “La fine dei vent’anni”, “Una maternità”, “Roma stasera” fino ad arrivare a “Vivere o morire” e “La nostra ultima canzone”.

Pronti per la decima (e doppia) edizione del 2019? Ci si vede a giugno, caro HOME!

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