Frequency Festival 2018: Giorno 1

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Premessa: questo diario di bordo, legato a recensioni, interviste ed esperienze vissute al Frequency Festival 2018, durerà a lungo (almeno fino a metà della prossima settimana) e comprenderà artisti di vario genere e di varia fama.

GIORNO 1:

DROPKICK MURPHYS
– DIE ANTWOORD
– GORILLAZ

Quest’anno, dopo circa 4 anni dalla mia assenza in una sala stampa di un festival europeo, decido di cambiare, saltare Parigi e recarmi nell’incantevole e suggestiva Vienna per spostarmi nuovamente, a circa 70 km dalla capitale austriaca, a St Polten: è il mio primo anno al Frequency Festival.
Non me lo aspettavo affatto un festival organizzato in questa maniera, del resto non ho mai presenziato a un evento in terra austriaca: è stata una delle esperienze più belle, intense ed emozionanti della mia vita.
La line-up presente quest’anno è un gran bel miscuglio di generi e di band, del resto è necessario rispettare le esigenze di un pubblico alquanto variopinto e parecchio giovane (dai 15 anni in su): scopro con piacere che i ragazzi austriaci vengono presto svezzati e mandati a vivere un’emozione del genere da parte dei genitori.
Questo FM4 FREQUENCY FESTIVAL, insomma, si presenta dinnanzi ai miei occhi come una nuova avventura e, dopo così tanti anni, sono pronta, un po’ agitata, a dedicarmi a ciò che amo fare di più al mondo: scrivere, scoprire e innamorarmi della (nuova) musica.

Molto brevemente, introduco la prima band che mi capita di vedere giovedì 16 agosto sul palco principale: i DROPKICK MURPHYS.
La band, formatasi nel 1996, mi riporta per pochissimo tempo all’adolescenza: il gruppo del Massachusetts non è mai stata tra le mie preferite, ma, per vedermi in una posizione decente i Die Antwoord e, soprattutto, i Gorillaz mi piazzo in seconda fila e ascolto, osservo, mi guardo intorno.
Ma cosa ci faccio in mezzo ai ragazzini pieni di acne? Molte volte mi capita di palparmi il volto per sentire se spuntano punti neri o brufoli, ma, in realtà, è solo l’effetto che mi fa lo stare in mezzo a ragazzi così giovani rispetto ai miei “-enta”.
Nel corso del live della band Punk-OI con forte influenza irlandese-celtica, me la rido tra me e me, ripensando a quanto sia assurdo ricordarmi a memoria i testi di “The Boys are Back” o “Rose Tattoo”: il modo per riscaldarmi, prima delle band headliner del primo giorno, è quello giusto.
Il concerto dei Dropkick Murphys è parecchio entusiasmante e divertente, del resto il pubblico accoglie la band in maniera piuttosto positiva: ragazzi e ragazze di ogni età surfano tra il pubblico, trattenuti dalle mani e dalle braccia degli altri presenti, fregandosene di essere denudati o guardati male dai gorilla della security.

DIE ANTWOORD.
Mi sarei aspettata di tutto, in negativo perlopiù, da parte del duo Ninja-Yolandi + DJ HI-TEK: quanto mi piace sbagliarmi quando vedo il live di una band che conosco poco, poiché non di mio gusto (o così credevo)!
Tre postazioni (due laterali, sulle quali balleranno furiosamente due ragazze, e quella centrale, dove sarà posizionato HI-TEK) vengono poste sul palco principale dietro a un telone nero che, proprio a inizio live, verrà letteralmente strappato giù.
Ninja e Yolandi entrano sul palco e, fin da subito, ci tengono a mettere le cose in chiaro: tutti noi del pubblico, anche coloro che avranno solo un minimo interesse nei confronti del loro live, devono ballare ed essere coinvolti\stravolti dalla loro musica frenetica, assordante ed esplosiva.
Le luci sul palco sono forti e brillanti, nel corso del concerto assisteremo a più di un cambio (o spogliarello) d’abito e l’impressione di trovarsi a un rave più che a un concerto diventa, canzone dopo canzone, pura realtà: lo spettacolo è talmente intenso da far pensare “voglio la stessa roba che si prendono loro”.
I Die Antwoord, fin dal loro esordio, sono riusciti a conquistarsi una larga fetta di pubblico per la loro attitudine, completamente differente da tantissimi artisti, per le voci e sì, anche per il loro aspetto: essi rappresentano una società, il background di dove sono cresciuti, e lo dimostrano sia a livello vocale che scenico.
Yolandi e Ninja, in questo mood travolgente, provocante e particolare, sono riusciti a diffondere il loro verbo, la loro rabbia, le loro danze frenetiche: i Die Antwoord non sono assolutamente una band costruita da una casa discografica; il trio, oltre le due ragazze che ballano come dannate per intrattenere ancora di più il pubblico, si è formato con fatica: ogni singola goccia di sudore, gli applausi, i salti e il dolore alle gambe se li sono meritati tutti (e non credo sia stato così facile per loro agli esordi).
Le voci, le sonorità da rave, i loro -non- abiti sono tutti aspetti del loro incredibile spettacolo e fanno parte di una vera e propria esplosione che si diffonde in tutto il Frequency: Ninja ha una voce arrabbiata, sputa il suo odio e si sfoga ballando, gettandosi tra la folla, o correndo sul palco con questi pantaloncini\boxer con il logo di “The Dark Side of The Moon”, tenendosi il pacco (probabilmente per evitare che fuoriesca qualcosa); Yolandi, invece, ha questa vocina acuta, da folletto verde che gli artisti dell’800 vedevano quando bevevano troppo assenzio, ma, a un certo punto, anche lei inizia a rappare in maniera aggressiva e sconvolgente, mentre incita il suo pubblico a ballare (un 3 concerti dei Die Antwoord ogni 10 giorni e si hanno chiappe sodissime).
La sintonia che c’è tra i cinque elementi sul palco, poi, è piuttosto evidente: nulla è buttato al caso, nonostante ci sia parecchia improvvisazione, e lo show è completo e ben preparato.
Esperienze vissute, pezzi di vita non così semplici, liriche di un mondo reale: i Die Antwoord nascono attraverso questi aspetti fondamentali della loro vita, dunque la loro eccentricità e spontaneità fanno colpo sicuro nelle menti, nei cuori e nelle gambe del pubblico del Frequency.
Uno dei live più belli del festival (mettiamolo tra i primi 5-6 migliori) è proprio il loro, nonostante tutto il pubblico venga mandato a “quel paese” in maniera poco cortese: un grande sfogo -nostro e loro- unito a una forte euforia creano esattamente quelle emozioni e sensazioni che ti lascia un’esibizione perfetta.

Gorillaz, Frequency Festival 2018 – ph. Francesca Fiorini

GORILLAZ
Sudata, carica come una molla e prontissima, mi abbraccio la transenna: sono in prima fila e aspetto i Gorillaz, capitanati da – non mi staccherò più dal maglione felpato giallo ocra- Damon Albarn.
Premetto che sono una grandissima fan dei blur (ma preferisco Coxon), ho avuto la fortuna di vedere Damon da solista e “The Now Now”, l’ultimo album dei Gorillaz, mi è piaciuto davvero tanto: mi aspetto, quindi, uno spettacolo completo, sia a livello visivo che musicale, che vada oltre le mie aspettative.
Il concerto dei Gorillaz sarà un altro di quelli da pelle d’oca; un live straordinario, ma alquanto complesso e ricchissimo di riferimenti: ciò che manca è il pubblico, forse troppo giovane o non del tutto informato sulla musica di questo mega gruppo.
Batterie (2), drum machine, bassista, Noodle alla chitarra, Damon alla voce\chitarra\tastiere e un 7-8 coriste provenienti dal genere black-soul che un acuto in più e la pelle d’oca è assicurato.
Damon Albarn sale sul palco del Frequency con uno scazzo allucinante (questo è stato scritto tra gli appunti e non trovo altre parole per dirlo), è arrabbiato e non ce la fa: per fortuna conosco abbastanza bene il pollo, quindi attendo lo sbalzo d’umore successivo.
Dopo un inizio arrogante, infatti, Damon Albarn si rilassa, si placa e inizia a sorridere al numeroso pubblico austriaco, buttandosi subito tra di esso come per rassicurarlo: questo è il frontman che conosco meglio e il cui affetto mi è parecchio mancato in questi anni.
Come ho già detto, i Gorillaz non sono i blur e non sono nemmeno un progetto solista: Damon vorrebbe, ma non può andare oltre certi limiti, per quanto sia un artista e un autore completo, poliedrico e schizofrenico.
Albarn, infatti, vorrebbe imitare le voci black della musica soul, ma non riesce; il suddetto vorrebbe anche farci vedere come si muove e si atteggia a rapper, ma, anche in questa circostanza, tiene botta solo per poco tempo: è apprezzabile quanto e come lui ci provi a dedicarsi a questi generi, ben lontani dal britpop, dal cantautorato e simili, ma da solo non ne è in grado.
A questo punto, allora, c’è qualche spazio da riempire e i Gorillaz non hanno problemi: se manca una voce soul, Damon chiama in causa una delle coriste (gran tributo alla regina Aretha, venuta a mancare proprio nel pomeriggio) o uno dei suoi ospiti sul palco; se qualche canzone necessita di una parte più rap, anche lì non vi sono buchi neri.
L’indifferenza e il vuoto, piuttosto, sono evidenti tra il pubblico: molti ragazzini, entusiasti dopo il live dei Die Antwoord, lasciano posto a ragazze venute fuori direttamente da “Il mio grosso grasso matrimonio Gipsy” (avevano degli artigli colorati e delle zeppe che, boh, ai concerti forse sono un po’ scomode?); in parte il pubblico resta fermo e immobile.
Un minimo di reazione si ha unicamente sui brani classici “Tomorrow Comes Today”, la suggestiva “On Melancholy Hill” (la presenza di Hewlett si sente e vede benissimo), “Stylo”, “Dirty Harry”, “Feel Good Inc.” e l’immancabile gran finale con “Clint Estwood”, sulla quale, inevitabilmente e finalmente, parte un bel sing-along.
Proprio tra “On Melancholy Hill” e i brani successivi, molti dei quali ripresi dal nuovo “The Now Now” (“Humility”, “Magic City”, “Lake Zurich”…), che fanno sottofondo a un visual e scenografia di effetto, si delinea una malinconia pittoresca: tutto ciò che vediamo, sentiamo e percepiamo nel corso di questo live, altro non è che la più dura e cruda della realtà in cui viviamo e dalla quale, alle volte, cerchiamo di fuggire.
Questa situazione difficile, tra l’altro, viene sottolineata ulteriormente dalla sensibilità della band, tra voci, cori, sonorità (vedi i vari crescendo nel corso del live) e persino i gesti e le movenze dei protagonisti presenti sul palco.
Il concerto dei Gorillaz cerca di farci fuggire da quella triste condizione in cui siamo avvolti, anche solo per pochi attimi; gli artisti ci ricordano la fragilità e la durezza della società nella quale viviamo: la band, in poche parole, vuole ricordarci che siamo e dobbiamo essere umani.
Arrivo a questa consapevolezza a fine concerto, quando, oramai, mi ritrovo in sala stampa a scrivere due pensieri veloci prima che essi fuggano dalla mia testa.
I piccoli gesti affettuosi che la band si scambia sul palco, poi, aumentano questo forte senso di unità, di comprensione e di sensibilità che si crea tra loro e il pubblico: è davvero arduo descrivere questo senso di libertà, di serenità -forse sì: un po’ malinconica- mentre si balla, si urla o si canta tutti insieme, uniti.
La fine del concerto arriva con Damon Albarn che parla in tedesco, definendola una lingua davvero triste e nostalgica, e dedicandola poi alla già citata “Clint Eastwood”.
Non ci resta, quindi, che abbassare il capo a mo’ di ossequio nei confronti degli headliner e di ringraziarli di cuore per ciò che molte band attuali vorrebbero, ma non sono in grado di realizzare: nonostante il pubblico giovane e un po’ smorto che non comprende la ricchezza musicale di questa band, i Gorillaz continuano ad avanzare nel futuro, lasciando un forte segno in questo presente forse un po’ troppo amaro e sconvolgente per noi “comuni” esseri umani, meno pretenziosi del signor Albarn & Co.

Piccolo epilogo:
Certo che la musichetta del Maestro Canello, quando sposta l’orologio nel corso del Capodanno del primo “Fantozzi”, a fine concerto dei Gorillaz è parecchio esilarante: finisce in questo modo il primo giorno di Frequency e sulla mia agendina noto con piacere che, il giorno successivo, ho tra le 6 e le 8 band da vedere.

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