UNALTROFESTIVAL 2018 live report

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Tutto UnAltroModo di fare Musica! – live report a cura di MEM

 

“Unaltrofestival” trova casa nel parco del Magnolia di Milano, dove si sistema comodamente nel caldo afoso dell’estate lombarda, portando immediatamente refrigerio con la propria freschezza travolgente.

Ad accogliere il pubblico, in questa splendida sera di inizio Luglio, è la band “Typo Clan”, giovane progetto italiano con interessantissimi spunti blues e funky: la loro musica è da subito divertente e coinvolgente. Unica pecca, una certa ripetitività del sound che rende alcuni pezzi forse un po’ troppo simili tra loro. Il gruppo, comunque, chiude caricando gli spettatori, già affollati sotto il palco, di grinta con un pezzo particolarmente effervescente!

Ci si sposta sul palco secondario per il successivo artista della serata. Andrea Poggio appare perfino più giovane della sua età, ma appena salito sul palco mette subito in chiaro di saperci fare. Con un richiamo spiccato ai grandi nomi della musica italiana – tra tutti, “Mattia Bazar” ed un Battiato a cui l’artista fa chiaramente “l’occhiolino” anche nella performance – Poggio mostra intuito, intelligenza e capacità di reinterpretare un ottimo pop melodico dalle note oniriche, che incontra il favore di un pubblico che si affolla progressivamente sotto il second stage, richiamato da questo “pifferaio magico”. Sicuramente una piacevole sorpresa.

La qualità del Festival non si smentisce quando si arriva al terzo artista. Nuovamente catapultati sul palco principale, lo svedese Albin Lee Maldau e la sua chitarra acustica non sembrano affatto intimoriti e tengono splendidamente banco, dominando lo spazio enorme, già occupato dagli strumenti in attesa del grande finale di serata. La voce calda e soul dell’artista conquista immediatamente l’auditorio, con semplicità e charme conduce gli spettatori attraverso un repertorio che ammicca alla tradizione soul e blues americana. Albin è, però, molto più “pop”, giovane e fresco anche nella performance, le sue canzoni non “soffrono” della malinconia tipica del genere ma risultano orecchiabili e immediate anche per chi le sente la prima volta.

E’, comunque, ancora il second stage ad offrire una sorpresa inaspettata quando Adam Naas rapisce tutti con la sua voce alta, sicura e potente. La sua musica è sofisticata, raffinata e coinvolgente, trascinando sotto il palco buona parte degli spettatori, ormai accorsi numerosi in attesa di James Bay. Adam Naas interpreta con trasporto la propria musica e offre al Festival l’ennesima perla preziosa.

La sera è ormai calata, chiudendosi sui colori caldi ed intimi dell’esibizione di Naas. Sul main stage i tecnici del suono lasciano spazio e le luci si spengono. Sotto il palco si è radunato un pubblico impaziente. La varietà di visi, nazionalità ed età rende subito chiaro come quello che sta per salire sullo stage sia un musicista da non sottovalutare, in grado di convincere personalità e gusti diversi. E James Bay conferma questa sensazione appena entra in scena, mettendo da subito in chiaro che sa bene cosa significhi “fare musica” da grande.

Rispetto alle registrazioni in studio, l’artista suona immediatamente molto più rock e aggressivo, sensazione che si rafforza con il proseguire dello show e non si smentisce nemmeno nei pezzi più intimi e acustici. E’ la pienezza dell’esibizione che trascina subito in una dimensione, tipicamente “brit”, che alterna pezzi ballabili, dai chiari influssi rock e rock-blues, a canzoni dolci e malinconiche. Bay risulta senz’altro pop, ma nel senso migliore del termine: la sua è una musica di qualità, dalle sonorità immediate ma di classe, sposata ad un’esibizione live altrettanto buona. La voce chiara, pulita e sicura di James Bay è quella di un entusiasta ed entusiasmante “bestia da palcoscenico”, che scatena la folla ai propri piedi con eleganza, ammiccando con battute spiritose, spaziando in un’altalena travolgente di pezzi scatenati e melanconiche ballads, e non si ferma e spaventa davanti a nulla, tanto da sfidare la grande Tina Turner in una convincente e personale cover di “Simply the Best”. L’impressione generale non può che essere quella di un artista della migliore scuola inglese, che ha imparato bene la lezione dei grandi del passato ma ha, anche, saputo reinterpretarla con freschezza, vitalità e grande carica emotiva ed emozionale. Sulle note di “Hold Back The River” – forse il suo successo più famoso – Bay incita il pubblico ad un saluto collettivo, con un’interpretazione che è insieme divertente e familiare, come se tutte le splendide emozioni raccolte nella folla sotto palco trovassero “casa” in quell’ultima esibizione.

E così si chiude la nostra afosa serata milanese. Il caldo un ricordo lontano, mentre la folla esplode in applausi davanti ad un ragazzo inglese magro e dal visino troppo giovane che, sicuro e spavaldo, s’inchina con la propria band sotto le luci di una ribalta meritatissima.

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