“L’eremita” è il singolo che presenta l’omonimo album della cantautrice genovese Cristina Nico

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CRISTINA NICO
“L’EREMITA”
è il singolo che presenta l’omonimo album della cantautrice genovese

Dopo essersi aggiudicata il Premio Bindi nel 2014, la “rockeuse” propone ora un brano che disegna il labile confine fra il desiderio di solitudine e quello di appartenenza. 

“L’eremita” in questione è qualcuno che in maniera quasi patologica passa dal bisogno  disperato di cercare vie di connessione e comunicazione con gli altri  al desiderio di allontanarsi da tutto,  di  isolamento totale.  Del resto il bisogno di partecipare e quello di isolarsi – tema che  fu caro  anche a Giorgio Gaber – è un connubio composto da elementi che viaggiano assieme e in un certo senso si alimentano reciprocamente. Ubriachi di comunicazione come siamo ai nostri giorni, si può  in effetti  arrivare a volersi chiamare fuori, a non voler provare più bisogni, emozioni, desideri.

L’album “L’Eremita” è coprodotto con Raffaele Abbate.  Canzoni per chi non si sente del tutto a posto nel mondo, per chi si sente sempre un  po’strano  e straniero, per chi oscilla tra il desiderio di partecipare, di esserci e quello di chiamarsi fuori da tutto ma alla  fine cerca di costruire  il suo posto nel mondo.

Musicalmente,  si potrebbe dire che  con “L’Eremita” la Nico ritrova la via per quel  “gotico mediterraneo” che qualcuno aveva intravisto nei suoi  esordi, aggiornandolo in  un  rock viscerale che si tinge di  echi di blues, di  psichedelia  e  di world music. Del resto  nel background dell’artista c’è un po’tutto questo  ma anche altro, c’è un’insopprimibile attitudine punk-noise  che, seppure ormai notevolmente educata e dosata, a tratti riemerge,  c’è l’amore per la parola cantata  in modo visionario,  in una linea ideale che va  da Lucio Dalla ai CSI, c’è  l’ossessione per l’abisso e l’elevazione in cui artisti come Nick Cave,  Pj  Harvey e Patti Smith sono maestri. E poi c’è il fascino per  le radici, una suggestione che qualcuno definirebbe “popular”  ma per lei è espressione di qualcosa di viscerale, legata alla memoria e forse a quello che si potrebbe junghianamente definire un “immaginario musicale collettivo”.

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