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Sonar 2015: sempre bello, sempre diverso.

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Fare un reportage del Sonar è sempre qualcosa di molto complicato, perché sostanzialmente bisogna scindere la qualità di quello che si è ascoltato dalla bellissima esperienza, che pur cambiando fisiologicamente anno dopo anno, nelle forme e nelle sensazioni, rimane sempre incredibile.

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Anche quest’anno torniamo a casa con la voglia che arrivi presto la prossima edizione, quasi mettendo in seconda posizione la line up.

Ma forse questo è relativamente uno sbaglio. Relativamente, perché il Sonar si conferma essere un grande festival, seppur la concorrenza del concittadino Primavera si faccia sentire nella proposta musicale ma anche esperenziale, propone anno dopo anno una line up sempre outstanding e una cura ammirevole nei dettagli di produzione (vedi la terza edizione del Sonar D+ e la nuova tecnologia cashless utilizzata per tutti i pagamenti).

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Dopo anni di partecipazione, in questa edizione non ho personalmente trovato un filo condutore visibile, ma ciò non vuol dire che non ci sia un pensiero di base alla programmazione intera. Anzi, la scelta di portare sul palco mostri sacri come i Chemical Brothers o gli Hot Chip, sperimentatori visivi e sonori quali Koreless e Emmanuel Biard o gli Autechre accanto a nuove leve della scuderia Numbers come Sophie o al Jersey clubber Dj Sljink, ripaga sempre, anche semplicemente con i 120.000 spettatori in costante aumento rispetto agli anni precedenti.

 

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Partendo da questo approccio il mio Sonar è stato una via di mezzo tra l’assistere a live del tutto nuovi, come quello estramamente coinvolgente di Holly Herndon o del già citato Koreless,  e un approccio di puro godimento sensoriale dove la curiosità lascia spazio all’esperienza. Il capo indiscusso di questo secondo filone è senza dubbio uno,  Laurent Garnier, certezza indiscutibile di ogni edizione, trascinatore di folle e musico che dall’alto dei suoi 49 anni non perde occasione di dimostrare a noi mortali cosa vuol dire comprendere il lato più profondo dell’esperienza musicale, fondendo ogni singolo beat con il pubblico e plasmando un’unica realtà sensoriale. Una parola sola, memorabile.

Del Sonar de Dia, ricovero diurno delle serate catalane tra birrette e chiacchiere, due nomi da citare among all: Floating Points e Henrik Schwarz.

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Il primo nel Red Bull Dome (quanto sarebbe stato bello sentirlo fuori al Village), ha davvero spaccato. Personalmente, non sono una grande fan della disco mista al funk dei gloriosi anni ’70, per cui alle volte nutro qualche dubbio, puramente di gusto, nei suoi confronti, e invece questa volta ha mandato a casa tutti, un intero set a ballare, dall’inizio alla fine con una selezione musicale davvero sopraffina.

Il secondo, invece, ha suonato all’aperto ed è stato degno della location. Poco prima delle 8 del sabato, sale in consolle Il caro vecchio Henrik e mette in piedi un set super divertente –  ovunque ti girassi c’eranno solo facce divertite, sorrisoni e anche ondeggianti. Bravo!

Per quanto riguarda il Sonar de Noche, menzione particolare alla sempre sensuale e ipnotica FKA Twigs, che, anche solo per le bocche aperte che causa nel pubblico, è degna di nota, a Laurent Garnier e ai Duran Duran con un revival che ha emozionato un bel po’.

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Nella media invece Roysin Murphy, camaleontica nei travestimenti, fa il suo senza grandi lodi, stessa cosa ahime per i cari Hot Chip, che pur rimanendo una garanzia suscitano qualche boh.

Jamie XX, stella del Sonar Pub, ha creato una bella atmosfera  sognante,  i Die Antwoord al Club, sempre molto coinvolgenti ma è una minestra, seppur gustosa, alquanto riscaldata.

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Flying Lotus, show sempre molto bello, live da 7.

Siriusmodeselektor, interessanti nella versione a 3 e soprattutto con un Siursmo rifiorito, personalmente li ho trovati un po’ sottotono o meglio divertenti solo nel suonare i pezzi dei Modeselektor (wtf). Procedendo verso le ore del mattino, Daniel Avery ha saputo tenere bene il ritmo con un set in crescendo che anticipava un Seth Troxler su cui nutrivo diverse aspettative che si sono dimostrate, però, al ribasso considerando che non eravamo a Ibiza e i viaggi di 10 minuti erano un po’ fuori luogo.

Infine i Chemical Brothers: grande emozione, il pubblico del Sonar tutto per loro, un Sonar Club stracolmo. I Chemical sono stati bravi a offrire al pubblico quello che voleva, ovvero le hit: da hey boy hey girl a midnight madness, da come with us a swoon. Tutto perfetto, tutto secondo i piani, e in effetti a parte forse i visual, che potevano essere rinnovati, show da 8.

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Il problema, però, personalmente, è stato proprio quello. Nelle mie fantasie mi sarei aspettata di vederli suonare all’aperto, al Sonar Pub, in un live molto più danzereccio, attraverso terre e suoni, in viaggi sensoriali di cui i Chemical sono estremamente capaci e l’hanno dimostrato negli anni.

Questo è quello che avrei preferito io, in effetti le rimanenti 119.999 persone si aspettavano esattamente quello che gli è stato proposto, per cui sì, grande higlight di quest’anno, non c’è che dire.

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In definitiva il Sonar è stato bello, come sempre, diverso, come sempre. Ci  dobbiamo abituare al fatto che la musica è in continua evoluzione, il modo di percepirla e il pubblico pure.

Non ci sarà mai un Sonar come il precedente, avremo di sicuro un’edizione preferita nel cuore ma quello che poi conta in definitiva, è che mai questo festival delude.

Partire da una base così salda, non è da tutti, cercare di evolversi (vedi in primis il Sonar D+) men che meno.

See you next year Sonar 🙂

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