Coachella 2015 live report

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La FoMO, o Fear of Missing Out, è l’ansia da esperienza mancata, alimentata oggi più che mai dall’iperconnettività che ogni giorno ci notifica qualsiasi evento ci stiamo perdendo, da qualche parte nel mondo. La FoMO altro non è che il carburante del Coachella Valley Music and Arts Festival, che pure nel 2015 ha portato circa 600.000 ragazzi in mezzo al deserto per due weekend di musica e check-in su social network. Mezzo milione di persone che non possono permettersi di perdere i prossimi Daft-Punk-del-2006, il prossimo ologramma di Tupac, la prossima reunion dei Pixies. E l’ansia non si esaurisce con l’acquisto del biglietto, il più costoso nel circuito dei festival mondiali, perché, tra sei palchi, l’unica via d’uscita dal terrore di mancare la performance dell’anno è l’accettazione che qualcosa andrà perduto, nella matta e disperata ricerca dell’incastro perfetto.

 

Quest’anno il pubblico pagante si è dovuto costruire una scaletta tra oltre 160 esibizioni che andavano dal rock indipendente all’elettronica, al rap, al pop alternativo. E mentre i tendoni del Sahara e di Yuma erano, come di consueto, appannaggio dell’EDM più di tendenza, i palchi principali hanno visto l’alternarsi di rocker con band arrabbiate a traino e hipster con microfono in mano e consolle alle spalle. Un torneo micidiale, uno scontro fratricida tra le chitarre e il MacBook Pro.

 

Da sempre il palco californiano riesce ad accostare leggende del rock e artisti hip hop: così come nel 2003 i Beastie Boys si alternavano con i Red Hot Chili Peppers, nel 2014 gli Outkast chiudevano la serata del venerdì per poi lasciare il weekend a Muse e Arcade Fire. Non dovrebbe quindi sorprendere che Drake abbia chiuso la maratona guidata nelle serate precedenti da AC/DC e Jack White. Eppure è difficile non sospirare su quanto i MacBook dei nostri 20 anni non torneranno più. Insomma, a inizio secolo in quota MacBook brillava la stella di Bjork, a pochi passi dalle schitarrate degli Oasis, mentre quest’anno in diretta competizione con Jack White si esibiva Tyler The Creator, su un palco imbastito a sua immagine e somiglianza ma senza neanche l’ombra di uno strumento musicale.

 

Due rockstar, due primedonne con più in comune di quanto si potrebbe supporre – in fondo mentre Jack si lamentava con il proprio pubblico dei difetti dell’acustica e delle discutibili scelte logistiche della direzione del festival, Tyler ammorbava i propri fan su quanto poco si fosse divertito con il pubblico della settimana precedente – diventano la metafora di due modi di fare musica. Entrambi in continua evoluzione eppure in affanno. Come altro interpretare infatti, se non come un grido di aiuto da specie in via di estinzione, la richiesta di Jack White agli spettatori di inneggiare insieme a lui  “la musica è sacra”, a chiusura di un set di due ore che andrebbe catalogato come lezione di base di educazione musicale, quantomeno per la mole di strumentazione portata sul palco.

 

Il futuro dei festival sta nel mezzo. Non sarà un caso che l’arbiter elegantiarum che i nostri tempi si meritano, Kanye West, alla fine è andato a fare visita a chi, come The Weeknd e Stromae, sa coniugare gli strumenti del pop e le magie della consolle.

 

Insomma, se alla fine del weekend lo sconfitto pare essere Drake, che tanto avrebbe da imparare da Jovanotti, a trionfare è pur sempre il MacBook Pro, come il pubblico che è andato a vedere Kaskade parrebbe suggerire.

 

Il MacBook Pro ha vinto, lunga vita al rock. Avanti con i festival estivi, che lo scontro non abbia mai fine.
(Alla fine la FoMO ha avuto la meglio su di me, perché in tutta onestà io, Kaskade, non l’ho neanche visto. Eppure le torrette di alimentazione a ogni angolo del festival mi hanno permesso di tuittare ogni secondo dell’esperienza.)

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