Godspeed You! Black Emperor live Estragon Bologna, 11 aprile 2015

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La serata inizia con Carla Bozulich, cantautrice “noise” che, con la sua voce allo stesso tempo dolce e graffiante, apre le danze per i Godspeed You! Black Emperor. L’attesa per la band canadese era altissima, un po’ perché la loro ultima esibizione in Italia risale a 5 anni fa, e un po’ per l’aura di mistero che da sempre li accompagna, a causa della loro riluttanza a concedere interviste e ad essere fotografati.

Quest’aura misteriosa segue la band anche quando sale sul palco, mentre le casse cominciano a fischiare e rumoreggiare; il violino di Sophie Trudeau ci fa entrare lentamente nel mood onirico e surreale del concerto, e ben presto l’intera sala si ritrova immersa nelle infinite progressioni sonore create da Efrim Menuck e soci. Le proiezioni di pellicole alle spalle del gruppo si legano indissolubilmente alla musica, contribuendo a portarci in svariati luoghi e tempi, e contemporaneamente, in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio.

Il pubblico è totalmente immerso nell’atmosfera, tanto che, quando per qualche minuto il concerto si ferma a causa di un incidente tecnico, sembra di essersi risvegliati bruscamente da un sogno. Ma una volta risolto il problema, i musicisti ripartono da dove si erano fermati e riescono istantaneamente a riportarci dentro al loro mondo anarchico e visionario.

Procedendo tra arie cupe e apocalittiche e altre più leggere e a tratti orientaleggianti, i GY!BE suonano qualche pezzo anche dagli album precedenti, come la facilmente riconoscibile Mladic, e successivamente per intero il loro nuovo album “Asunder, sweet and other distress” – già conosciuto dai fan come Behemoth.

Se l’ascolto su disco potrebbe risultare impegnativo per i non avvezzi al genere, sentire i GY!BE live è un’esperienza assolutamente coinvolgente: ogni loro pezzo si sviluppa in un crescendo epico ed è facile farsi prendere dai riff viscerali ripetuti come un mantra.

Il pubblico, in religioso silenzio, si lascia avvolgere dalle evoluzioni di violino e contrabbasso, e scuotere dalla potenza delle chitarre e dall’imponente sezione ritmica, composta da due batterie e due bassi.

Una volta spente le luci, i fan continuano ad acclamare la band per un bis, che però non ci sarà; e forse va bene così: a parte il piccolo problema tecnico e le minime pause tra una canzone e l’altra, il concerto è stato un’unica densa progressione musicale, due ore monolitiche, che non lasciano spazio ad alcuna aggiunta.

 

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