“Neon Dream” dura poco più di dieci minuti, ma sembra avere poca voglia di misurarsi con il tempo. Sei tracce che arrivano, si trasformano e spesso spariscono prima ancora che si abbia il tempo di afferrarle davvero. Più che un EP da seguire, è qualcosa da intercettare. Galapaghost lavora per sottrazione: lascia che siano suoni, voci trattate, piccoli impulsi elettronici e melodie appena accennate a suggerire una direzione. Non sempre la segue fino in fondo. Ed è proprio questo il bello: alcune idee sembrano volutamente lasciate a metà, come se svilupparle troppo significasse rovinarne l’immediatezza.

“Figure 8” gira su sé stessa, “Mumbo Jumbo” trasforma la voce in materia sonora, mentre la title track sembra quasi un frammento sfuggito da un brano più lungo. “Happy Tears”, con i suoi pochi secondi, è più un saluto che una conclusione.
Il risultato è un lavoro piccolo nelle dimensioni ma non nelle ambizioni. Non cerca il pezzo-manifesto né una nuova definizione di Galapaghost: sembra piuttosto voler conservare il piacere di provare qualcosa senza sapere necessariamente dove porterà.
E forse è proprio questa la cosa più interessante di “Neon Dream”: non dà l’impressione di voler dimostrare qualcosa. Sembra semplicemente nato perché, a un certo punto, era diventato più interessante fare un rumore nuovo che ripetere quello vecchio.