Biguan pubblica un disco intimo che funziona meglio nel dettaglio che nell’identità generale

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Con Biguan e il progetto Ne varrà la pena, l’impressione generale è quella di un lavoro costruito più sulla continuità emotiva che su una vera definizione stilistica. L’EP nasce infatti dentro un perimetro ibrido — tra rap, indie pop e pop punk — ma senza mai spingere davvero nessuna di queste direzioni fino alle estreme conseguenze.

Quello che emerge con più chiarezza è la centralità della scrittura personale: un racconto che si muove su fragilità relazionali, momenti di rottura e una certa estetica della vulnerabilità quotidiana. Non c’è la volontà di costruire un personaggio forte o iconico, ma piuttosto quella di restituire un’identità emotiva coerente, anche quando musicalmente il quadro resta volutamente semplice.

Dal punto di vista sonoro, il disco sceglie una produzione abbastanza lineare. Le basi sono essenziali, con drum pattern puliti e armonie melodiche che evitano qualsiasi forma di stratificazione eccessiva. In questo senso, il progetto non sembra interessato a inseguire le evoluzioni più recenti della scena urban o indie, dove la contaminazione tra generi è diventata la norma. Qui, invece, la direzione è più conservativa: suono diretto, leggibile, senza troppe mediazioni.

Questa scelta produce un effetto preciso: il disco non si inserisce davvero in una scena definita. Non è abbastanza rap per stare dentro l’estetica più contemporanea del genere, ma non è nemmeno abbastanza indie o pop da aderire alle sue declinazioni più attuali. Rimane quindi in una zona laterale, riconoscibile ma difficile da collocare.

Anche la scrittura segue questa logica. I testi sono molto personali, spesso costruiti su immagini semplici e immediate, più vicine al flusso emotivo che alla ricerca formale. Non c’è l’ambizione di raccontare una condizione generazionale ampia, ma piuttosto di restare su un piano individuale, quasi diaristico.

Il punto interessante è che questa scelta funziona meglio nei singoli episodi che nella visione d’insieme. Alcuni brani trovano un equilibrio efficace tra immediatezza e intensità emotiva, altri restano più piatti proprio perché non hanno un vero elemento di rottura o variazione.

In definitiva, Ne varrà la pena è un disco coerente ma non identitario nel senso forte del termine. È un lavoro che si regge più sulla sincerità del racconto che su una direzione musicale precisa, e che proprio per questo resta difficile da incasellare, ma anche poco incline a distinguersi dentro un panorama che oggi tende sempre più alla contaminazione e alla definizione netta dei linguaggi.

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Il titolo stesso del progetto racchiude questa tensione: una domanda sospesa che diventa anche un punto di partenza, un modo per dare senso anche ai momenti più difficili. Dal punto di vista sonoro, “Ne varrà la pena” si sviluppa su produzioni curate e coerenti, firmate interamente da Qwite (Lorenzo Bianchi), con la co-produzione di Oz Town (Alberto Mantelli) nella prima traccia. L’immaginario visivo è affidato alla fotografia di Leo Baggio e alle grafiche di Maxim Kotov e Alessandro Pelosi. Con questo EP, Biguan conferma la sua capacità di raccontare senza filtri la propria interiorità, trasformando esperienze personali in un percorso condivisibile, in cui è facile riconoscersi. Un lavoro che non cerca risposte definitive, ma invita ad attraversare le domande fino in fondo.

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