Con Kissland, Emit non costruisce semplicemente un disco: mette in discussione l’idea stessa di forma canzone. Più che un album, sembra un sistema aperto di confessioni sonore, dove ogni traccia è un frammento autonomo ma anche parte di un flusso emotivo che non ha bisogno di essere risolto. Il punto interessante non è tanto cosa racconta, ma come sceglie di non proteggerlo. Emit non lavora sulla distanza artistica: non c’è filtro narrativo, non c’è ironia, non c’è quell’architettura di sicurezza che spesso rende la scrittura musicale “gestibile”. In Kissland tutto resta esposto, anche quando è fragile o incompleto.
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Il suono di “Kissland” nasce principalmente dall’incontro tra chitarra, drum machine e synth. Il primo dialogo è tra chitarra classica e chitarra acustica, che un po’ si alternano e un po’ si intrecciano. I beat invece sono composti da campioni organici e da una Roland tr-8s. Alcune tracce (“seme”, “ma no”) si arricchiscono sul finale della batteria acustica (di Filippo Cornaglia) dando un’ulteriore apertura e profondità sonora. I synth creano alcuni riff caratteristici, come in “gelato” e “bianco”, o accompagnano il crescendo dei pezzi. Infine sulle frequenze basse ci sono a volte dei synth e altre volte i groove panciuti del basso elettrico di Matteo Giai.
Questa esposizione si sente chiaramente in brani come “prayer in Sam”, dove la struttura sembra quasi dissolversi mentre si forma, come se la canzone coincidesse con il momento stesso in cui viene detta. È un’apertura che non introduce, ma espone direttamente il tono del disco: intimo, instabile, mai completamente messo a fuoco.
In “seme” e “bianco”, invece, emerge un altro aspetto centrale del progetto: la scrittura per immagini minime. Non c’è narrazione tradizionale, ma una sequenza di dettagli che funzionano più come impressioni che come significati. È un linguaggio che non vuole spiegare, ma evocare una sensazione di presenza.
Il cuore del disco, però, sta nei brani più “relazionali”, come “ritratto Grace” e “bacio”. Qui Emit si confronta con l’altro senza costruire distanza poetica: i volti, i gesti e le memorie non diventano simboli, ma restano persone. È una scelta rischiosa, perché toglie protezione alla scrittura, ma è anche ciò che rende il disco riconoscibile.
Musicalmente Kissland si muove su una sottrazione costante: le produzioni non riempiono, ma lasciano spazio. Chitarre e texture elettroniche convivono senza gerarchia, e spesso il silenzio sembra avere lo stesso peso degli strumenti. È una scelta coerente con l’idea generale del disco: non saturare mai il significato.
Se c’è un punto critico, è proprio questa radicalità. A tratti, l’assenza di mediazione può rendere alcune tracce più difficili da attraversare, meno “compiute” nel senso tradizionale. Ma sarebbe un errore leggerlo come mancanza di cura: è piuttosto una rinuncia consapevole alla forma chiusa.
Kissland non è un disco che cerca di essere compreso tutto insieme. È un lavoro che chiede di essere abitato per frammenti, accettando che non tutto debba diventare chiaro. Emit qui non costruisce un racconto: costruisce una presenza.