Le Pietre dei Giganti – Pastorale (2026, Overdub Rec)

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Terzo disco per i fiorentini Le Pietre dei Giganti, che prendono a prestito il titolo da Philip Roth (e prima ancora dal contesto religioso) e dipanano la propria personale “Pastorale”: undici brani oscuri, in cui la psichedelia dialoga con lo stoner rock e dettagli di world music, per guidarci in quella che è una vera e propria riflessione filosofica, sul significato dell’anima e delle emozioni che arricchiscono il significato delle cose e degli eventi, che alla fine non sono altro che molecole che si scontrano in modo casuale (oppure no?).

Intorno a questo concetto si muovono brani come la potente “Santo Fulmine” o la sensuale “Zinco”, vero cuore dell’album.  Parla di una persona che si sveglia e comincia a compiere gesti quotidiani e familiari come un mantra. In questa continua ripetizione, mentre sta guidando la sua auto, si perde nei pensieri chiedendosi il perché stia facendo tutto ciò. I quattro musicisti spiegano: «Diversi di noi hanno una formazione scientifica, quindi abbiamo lasciato che il personaggio rispondesse con un approccio meccanicistico. Riflette sui processi che nel corso dei millenni hanno portato gli atomi dei diversi elementi a unirsi per generare strutture più evolute nel pianeta e negli organismi che conosciamo. Poi, ci siamo noi come singoli individui senzienti. “Millenni di casualità per percepirci unici”».

“Pastorale” è un disco concettualmente ambizioso che però non perde di vista la voglia di piacere a un certo pubblico, quel pubblico che fa riferimento a un certo ambiente rock (dai Marlene Kuntz in poi) cerebrale e raffinato.

Per Le Pietre dei Giganti si tratta certamente del disco della piena maturità artistica, con la voglia di guardare e fare un passo sempre oltre dentro un suono estremamente corposo e ben strutturato.

P.S. merita una menzione particolare la straordinaria copertina di Morgan Sorensen, che è riuscito in un’immagine a riassumere perfettamente il punto focale del disco, tra determinismo e meccanicismo.

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