C’è una costante tensione tra intimità e distanza nella musica di Beca. Una volontà di raccontare emozioni personali con un linguaggio sonoro che non si limita al pop tradizionale, ma che attinge a elementi elettronici, cinematografici, talvolta teatrali. Il nuovo singolo “Dove sei” è il frutto di questa ricerca: una ballad cupa e misurata, che scava nella ripetitività dei gesti quotidiani per far emergere un grido sommesso, ma insistente, di bisogno e di ricerca.
Prodotta da Nicola Baronti e distribuita da laRue Music Record, la traccia segna un ulteriore passo avanti nel percorso del cantautore toscano, già distintosi con il disco Conchiglie(2023), dove le sonorità elettroniche convivevano con elementi acustici e una scrittura evocativa. Con “Dove sei”, Beca sembra puntare a un’essenzialità maggiore: la struttura del brano è asciutta, la voce emerge senza sovraccarichi, la produzione costruisce un ambiente sonoro che sostiene senza invadere.
Un elemento distintivo è anche il videoclip, diretto da Daniele Pozzi, che con la collaborazione drammaturgica del collettivo Teatro Res9 propone una narrazione minimalista ma emotivamente potente: una coppia raccontata attraverso il punto di vista di un oggetto, una sedia, che diventa testimone silenziosa del tempo che passa.
Abbiamo incontrato Beca per parlare di questo nuovo progetto, del lavoro in studio, del ruolo delle immagini nella sua musica e del modo in cui cerca di tenere insieme la dimensione personale e quella collettiva nella scrittura.
- “Dove sei” rappresenta un momento intimo e al tempo stesso collettivo: quanto è importante per te scrivere canzoni che parlano anche per gli altri?
Per me è fondamentale. Scrivo partendo da esperienze personali, ma quello che cerco è un punto di contatto con chi ascolta. Le emozioni diventano più vere quando si condividono, e se qualcuno si ritrova in una mia canzone, anche solo in una frase, vuol dire che ho fatto bene il mio lavoro.
- La produzione è molto raffinata e piena di dettagli. Quanto tempo dedichi al lavoro in studio?
Tanto. Anche quando non sono fisicamente in studio, ci sono sempre con la testa. Sono molto attento ai dettagli, ai suoni, alla dinamica. In studio cerco di non avere fretta: ogni elemento, anche il più piccolo, deve avere un senso. Con Nicola Baronti ormai lavoriamo quasi in simbiosi, e questo ci permette di scavare a fondo in ogni brano.
- Il tuo stile si muove tra elettronica e acustico: cosa guida questa scelta ogni volta che inizi un nuovo pezzo?
La canzone stessa. A volte parte tutto da una chitarra acustica e rimane lì, altre volte sento che le parole hanno bisogno di un suono più digitale, più notturno. Non voglio darmi limiti di genere: l’unica regola è restare fedele all’emozione da cui nasce il pezzo.
- Hai collaborato con Teatro Res9: come è nato questo incontro?
Li apprezzo moltissimo, oltre a essere grandi amici sono attori e registi straordinari, con una sensibilità profonda e una grande conoscenza del cinema e delle rappresentazioni. L’idea del videoclip è nata chiacchierando insieme, volevamo raccontare una storia d’amore in modo simbolico ma potente, e da lì è venuta l’idea della sedia come testimone silenziosa della relazione. Lavorare con loro è stato naturale e stimolante, ci capiamo al volo
- Hai iniziato con Conchiglie un percorso che sembra molto coerente ma in continua evoluzione: dove stai andando artisticamente?
Conchiglie era un disco più acustico, intimo, nato con una chitarra in mano e pochi strumenti attorno. Oggi sento il bisogno di spingermi verso una dimensione più elettrica, più fisica, anche più live. Sto lavorando su brani che conservano il cuore del cantautorato ma lo vestono con synth, beat, e suoni che arrivano da mondi diversi. È una ricerca continua, e per ora mi piace non sapere esattamente dove porterà.