Recensioni: “Senza Eredità”, il nuovo disco di Moltheni

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Torna oggi Moltheni, dopo undici anni dall’ultimo album Ingrediente Novus, con il suo inconfondibile stile di scrittura. Il nuovo lavoro porta l’emblematico titolo Senza Eredità.
Importante nome dell’alternative rock e cantautorato italiano, anche in questo caso Moltheni lascia il segno con un album di canzoni raccolte fra brani mai pubblicati in album o EP passati. Il titolo vuole suggerire la fine di un percorso – “senza eredità”, per l’appunto – in effetti, si potrebbe affermare che difficilmente si possono trovare ascolti analoghi all’artista in questione.

Anche la copertina dell’album suggerisce un richiamo al passato, e in effetti un po’ così è il suono prevalente, che ricorda i decenni scorsi; volutamente senza innovazione, un po’ come una fotografia degli anni novanta che, nonostante gli strumenti a disposizione, non si vuole scannerizzare, ma si vuole lasciare così com’è, su supporto cartaceo.

Il disco inizia con la nostalgica La mia libertà, brano pop-rock, a tratti anche un po’ folk, nella quale prevale il suono della chitarra; sulla falsariga, sia per suoni e testi, il singolo Ieri.

Si cambia direzione, ma non troppo, perché la nostalgia è una costante, con la rilassante Estate 1983, canzone d’amore d’altri tempi. Il mood romantico viene spazzato via dalla seguente Se puoi, ardi per me con un testo pungente e ad elevato contenuto erotico; interessanti in questa canzone le percussioni, assolute protagoniste del suono. Le percussioni sono importanti anche nel brano seguente, Il quinto malumore, traccia dal sound più rock che, in parte mi ha ricordato i brani del progetto Stella Maris.

Foto di Avida Dollars (@nsfilmphoto)

L’ascolto continua con Ester, canzone pop-rock in cui spicca la frase “metti un lucchetto al cuore poi butta la chiave dentro a uno stagno”.

L’album prosegue con un mood costantemente nostalgico, in cui testi sono dei veri propri racconti, chissà se veri o meno, dietro i quali chissà quali storie lontane, soprattutto d’amore, si celano. Traspare sempre una ruvida amarezza, una schiettezza nei testi a volte disarmante.

Il brano più rappresentativo del disco, a mio parere, è forse Il tempo, perché nel testo abbina situazioni molto elevate con momenti di più cruda verità, il tutto in un alone di passato remoto.

Un disco da ascoltare meditando e ripensando a tempi migliori, quelli che ci auguriamo non siano solo nel passato, ma che verranno anche in futuro.

TRACCE

1 – La mia libertà
2 – Ieri
3 – Estate 1983
4 – Se puoi, ardi per me
5 – Il quinto malumore
6 – Ester
7 – Nere geometrie paterne
8 – Spavaldo
9 – Sai mantenere un segreto?
10 – Me di fronte a noi
11 – Tutte quelle cose che non ho fatto in tempo a dirti

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