Recensioni: Thérianthropie Paradis, quarto album di The Rodeo

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The Rodeo, nome singolare. Ci aspetteremmo una band che spazi dal rock al grunge, invece ci troviamo di fronte la delicatezza di una voce francese anni ’50 che appartiene a Dorothee Hannequin, il cui nome d’arte è appunto un onomatopeico The Rodeo.
The Rodeo è una cantante di origine francese che ha ormai inciso i tre dischi precedenti in America, paese verso cui ha fin da subito ammesso di provare ammirazione e amore, soprattutto per la lingua inglese, che permette una scrittura più densa ma di facile comprensione, tanto da farne la sua principale lingua di scrittura.
Il disco che ho ascoltato, uscito in realtà alla fine del 2018 per l’etichetta Claro Oscuro, si presenta come una commistione di stili che unisce la voce delicata e la pronuncia francese dall’aria bohemien a un sapiente uso dei synth e dell’elettronica, nonche di inaspettati archi. Per questo nuovo album la voce evocativa di The Rodeo torna alle origini per avvalersi della sua potente lingua madre, in modo da creare un racconto in nove tracce, che il francese rende sicuramente più armonico e sensuale rispetto alla lingua anglosassone. Nove tracce che attraversano i generi più differenti: dal pop al soul, con parti acustiche che riportano il disco alla tendenze folk e funky del suo primo Ep.
La traccia di apertura di Thérianthropie Paradis è Ivre d’ Amour, un inizio in pieno stile elettro pop che rimanda alla fortunata Jain, pezzo accattivante, scelto come singolo che si fonda su una base di pianoforte, synth ed elettronica che si sposano perfettamente alla voce sinuosa della cantante, che in confidenza racconta quella che è una storia d’amore senza esagerazioni e voli pindarici, ma quasi in confidenza, in comunione con l’ascoltatore che viene invitato così a proseguire con le tracce. Il primo cambio di tono si ha con l’Intro di chitarra di “Calypso”, terza traccia del disco in opposizione alla seguente “Cryogenie”,che ancora una volta si avvale di una parte elettronica che ha la meglio sui bridge strumentali, il tutto perfettamente in accordo con la tagliente voce della cantante.
Toni più opachi e oscuri per la traccia seguente “Cadavre Exquis”, in cui i bassi si fanno più rilevanti e l’accompagnamento strumentale accompagna tutto verso cori cadenzati e decisi; quarta traccia da considerarsi come una tra le migliori. Interessante la metrica di l’Orange, che strizza l’occhio perfino al un coro di archi, violini che donano alla canzone personalità e decisione; ma The Rodeo non è estranea all’utilizzo di strumenti classici e in “Cher Ami” crea ancora una volta la perfetta cornice per la sua voce presa in prestito dagli anni ’50.
Traccia di chiusura, nonché title track è il trionfo della parte strumentale e della cura dedicata alla composizione e alla produzione dei pezzi; a fare da cornice abbiamo un pianoforte, archi e chitarre che con la voce creano un’ eleganza non comune nella musica contemporanea.
Riassumendo, un disco godibile, di cui l’elemento più da sottolineare è l’assoluto accordo tra la voce e la cornice strumentale, elegante e studiata, unico appunto è la scelta della lingua francese non così abbordabile come un comune inglese che però avrebbe tolto notevolmente la poeticità a molti pezzi.

Tracklist:

Ivre d’Amour

Candélabre

Calypso

Cryogénie

Cadavre Exquis

L’Orange

Que Ma Mémoire Vive

Cher Ami

Thérianthropie Paradis

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