Recensioni: “Silver Tongue”, il quarto album di Torres

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Lei è Torres, alter-ego di Mackenzie Scott, cantautrice di Orlando, classe ’91, che all’alba dei suoi 29 anni è pronta ad affermarsi anche nel continente europeo con un album definitivo, il quarto per la precisione, che dopo tre anni da “Three Futures” riassume in nove tracce tutte le influenze folk, rock e country che hanno pervaso i precedenti lavori. Il suo quarto album dal titolo “Silver Tongue“, in uscita oggi per Merge Records, è il perfetto anello di congiunzione tra la realtà, il metafisico e l’onirico; ed è proprio quella sensazione di fluttare senza meta, dispersi, che Torres riesce a veicolare con un sapiente uso dei synth, mai troppo distanti dalla rassicurante chitarra con cui la cantante si è esibita più volte in versioni più alternative rock. Forza aggiunta dell’album che necessita di una sottolineatura è la produzione delle tracce curata dalla cantante stessa in modo da creare la sua visione ideale, che dopo l’ascolto si rivela essere un suo perfetto ritratto come afferma lei stessa: ”I made exactly the record I want, and it feels very me.”
Il disco si apre con “Good Scare”, singolo uscito lo scorso settembre, che sfrutta una perfetta coesistenza di batteria e synth in modo da creare un senso di instabilità e incertezza , ma anche di forza grazie alla voce evocativa della cantante, che senza sforzi di immaginazione rimanda a quella di Hope Sullivan dei tanti celebrati Mazzy Star o di Lucy Dacus, con la forza di Alanis Morissette; insomma una perfetta combinazione per procedere alla successiva traccia. La seconda traccia “Last Forest” è sicuramente tra i pezzi a maggior impatto, in cui la voce fa una vera e propria evoluzione alternando parti sommesse a potenti cori, in cui Torres lascia più spazione alle chitarre, che con la chiusura elettronica si oppone all’apertura di “Dressing America”, apparentemete una traccia più sommessa, ma che lentamente apre alla voce, rivelando le possibilità vocali di Torres che con facilità passa dai bassi ai toni angelici dei ritornelli quasi fossero una spiegazione alle domande delle strofe stesse. Torres è un continuo fluttuare, sperimentare: voli pindarici che confluiscono nell’organo che all’inizio di “Two of Everything” dona epicità al pezzo, un esplicito pezzo d’amore, che non risulta banale ma al contrario interessante grazie al puntiglioso studio dei suoni che creano una scenografia in cui la voce riesce a porre i giusti accenti, vivendo e facendo vivere la scena.
Altra traccia degna di nota, dai toni più rock è “A Few Blue Flowers”, canzone cadenzata in cui ogni parte ha e deve avere i propri spazi, con intervalli di batteria, una chitarra sporca e l’immancabile synth, tratto unico se unito a una voce così limpida.
Ultima traccia, omonima dell’album, ci racconta di eventi probabilmente autobiografici a cui una definita Torres fa da contrasto con tutta la potenza della sua voce, quasi metafisica per quanto riesca a fare fluttuare l’ascoltatore che non può fare altro che ascoltare ogni singola sfumatura data dal direi puntiglioso studio dei suoni, provando a immaginare un possibile arrangiamento live. Versioni dal vivo che potremo gustarci anche noi in Italia il prossimo 14 marzo al Circolo della Musica di Rivoli.
Dopo aver ascoltato il disco di Torres, si rimane come stupiti, un attimo a mezz’aria ma consci del valore di questo disco che riesce a riassumere le chitarre del primo lavoro con la scelta più elettronica dei lavori seguenti; il tutto accompagnato da una gran voglia di vedere quest’artista dal vivo.

Tracklist:

Good Scare

Last Forest

Dressing Aamerica

Records of Yout Tenderness

Two of Everything

Good Grief

A Few Blue Flowers

Gracious Day

Silver Tongue

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