The Calling + Psycho Village, circolo Magnolia Milano, 27.01.2020

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Foto di Mirko Fava, articolo a cura di Alessandra Leoni

Se dovessi ricordarmi il momento esatto in cui ho conosciuto i The Calling, ammetto che non riuscirei a focalizzarlo nel tempo: era attorno al 2003 sicuramente, erano i tempi di ForumFree e le infinite chat via MSN. Sicuramente, posso dirvi quale sia la prima canzone che io abbia mai sentito in assoluto della formazione di Alex Band

Risposta scontata, era Wherever You Will Go

Inoltre, ricordo benissimo la persona che li ha fatti conoscere a me e mia sorella, ed è tutt’ora tra i miei contatti. Ed è stata proprio la prima persona a cui ho scritto, una volta arrivata al Magnolia di Segrate, per assistere al concerto dei The Calling, lo scorso lunedì. 

Tra l’incredulità e l’emozione di riuscire a vedere una delle mie band della mia adolescenza, e quella delle persone che mi scrivevano, chiedendomi “ma sono veramente quei The Calling?”, prendo il mio posto sotto il palco, pronta a godermi le band di supporto prima dell’arrivo di Alex e soci sul palco. 

Ad aprire la serata, gli americani My Silent Bravery, un interessante duo composto da voce, chitarra e violino. Un’ottima scelta per mettere il pubblico a proprio agio e scaldare l’atmosfera, in maniera delicata – vista la proposta acustica – e anche molto emozionante. 

Seguono i lussemburghesi My Own Ghost, decisamente più grintosi, autori di un rock molto carico, con qualche intrusione di elettronica, tra synth e campionamenti, e capitanati dalla brava Julie Rodesch alla voce. 

La formazione risente di qualche influenza da parte delle band a voce femminile come Delain e Within Temptation, ma non scadono nella pura imitazione, riuscendo a lasciare un bel segno soprattutto nella sottoscritta. 

I successivi Psychovillage per quanto coinvolgenti ed energici non riescono a lasciare un ricordo o un’impressione particolare – vuoi perché il frontman Daniel Kremsner non era molto in forma vocalmente, vuoi perché le canzoni, tranne il cavallo di battaglia It’s Okay, non si sono contraddistinte per memorabilità, a parte qualche vago riferimento ai My Chemical Romance e poco altro. 

Finalmente è ora dei The Calling.

E si comincia con un trittico di tutto rispetto: One By One, Adrienne e Our Lives. Durante Adrienne, il pubblico italiano, coordinato dal fan club Alex Band Italia prima dell’inizio del concerto, mostra alla band americana dei fogli con su scritto un semplice “Welcome Back!”. Bentornati! Alex, colpito da questo gesto affettuoso, si scusa con noi, dicendo che gli dispiace di essere mancato dall’Italia per molto, troppo tempo. Il Magnolia è pieno e la gente carica a sufficienza per proseguire con un altro singolo storico Could It Be Any Harder. 

Dopo un altro paio di brani, la band si prende una piccola pausa, e Alex imbraccia la chitarra acustica e propone Things Will Go My Way e For You in una veste più intima. Ho apprezzato particolarmente come il tempo si sia fermato per Alex, soprattutto vocalmente.

 

Segue una cover di Santana Why Don’t You And I, ma si può comprendere come l’emozione si faccia crescente e l’attesa trepidante: si va sempre più verso la fine della scaletta, una sorta di best of della formazione americana.

Un’ora e un quarto circa passano veloci, fino a quando non si arriva proprio al brano che li ha resi famosi globalmente: Wherever You Will Go. Naturalmente, fuori i telefoni per non perdersi il momento memorabile e tutti a cantarla a piena voce. 

Il momento dei saluti e dei ringraziamenti arriva e con Anything il concerto dei The Calling al Magnolia si conclude. 

Al momento del mio ritorno a casa, riguardo trasognata le foto e i video della serata, e rileggo i messaggi di coloro che mi hanno chiesto “ma sono veramente quei The Calling?”. 

Non posso fare altro che rispondere: “sì, erano veramente loro!”.

In apertura gli Psycho Village:

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