Recensione: “The Only Ones”, il sesto disco di The Milk Carton Kids

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Ascoltare una canzone o un intero album di The Milk Carton Kids è un po’ come immergersi nelle più radicate tradizioni folkloristiche americane, ed è quello che è successo a me. Se anche la vostra passione sono i ritorni all’acustico, nudo e crudo con pochi accordi e qualche arpeggio e la preponderanza della voce, allora sicuramente The Only Ones in uscita in formato fisico il 13 dicembre per Milk Carton Records/Thirty Tigers e già disponibile in formato digitale, non deluderà le aspettative.

I The Milk Carton Kids nascono nel 2011, dell’idea dei due californiani Kenneth Pattengale e Joey Ryan, di formare un duo dalle radici folk dopo aver provato per anni la carriera come solisti, cambio di direzione che è valso loro ben tre nominations ai Grammy Award e la possibilità di annoverarsi tra gli artisti più influenti del decennio.

Kale e Pattengale, ormai al sesto disco, hanno scelto per “The Only Ones” la creazione di un breve album, sette tracce, la cui pre produzione è stata pensata ed effettuata per un album quasi completamente acustico.  Chitarra e voce, come fosse un disco realmente tradizionale, quasi un rimando alla coltura popolare che sta avendo un enorme ritorno in questi ultimi anni sotto il nome di world music, soprattutto se come in questo caso la produzione è affidata a un’etichetta indipendente.

Sette quindi sono le tracce di questo disco, anticipato dal singolo title track, “The Only  Ones’’, dai suoni che ricordano un più pop James Blunt o i canadesi The Barr Brothers. A farla da padrone le chitarre acustiche che non potevano essere altro che Martin e Gibson, per ottenere il suono più pulito ma incisivo possibile. In realtà la prima traccia del disco è “I Meant Every Word I Said” in cui il tanto pesante paragone con giganti quali Simon & Garfunkel o Dylan, non possono passare inosservati, ma alla fine è world music e la semplicità ad effetto non può che essere di casa.

La seconda traccia “I’ll be Gone‘’ si propone come uno stacco: ritmo più veloce, arpeggi alla Ben Howard, ma tutto accompagnato da un testo nostalgico che lascia spazio a una chitarra più varia e rilevante, caratteristiche riprese anche dalla traccia successiva; il già citato singolo.

Un disco compatto e omogeneo, che all’ascolto ci lascia scivolare verso “About The Side of a Pixel”, la penultima traccia, che in poco più di due minuti, crea una sensazione di tepore e riflessione, la perfetta canzone per una fresca serata, la canzone acustica per eccellenza, in cui però manca un punto di stacco, una virgola fuori posto che colpisca per permettere al pezzo di risaltare sul resto delle tracce.

Il disco si chiude con “I Was Alive”, la traccia più lunga, in cui stavolta la chitarra si concede ben più spazio nel bridge, un  bel pezzo tutto sommato, sicuramente in grado di alzare un po’ l’asticella di un disco che è sicuramente da apprezzare anche solo per la pulizia dei suoni e la produzione  impeccabile, ma in cui forse manca un piccolo contrasto, toni più acuti, qualche strumento in più tipico della world music come era successo per il precedente album.

Tracklist :

I Meant Every Word I Said
I’ll be Gone
The Only Ones
My Name ha Ana
As  The Moon Starts to Rise
About The Side of a Pixel
I Was Alive

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