Recensioni: Tutti Amiamo Senza Fine, il terzo disco dei Siberia

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Il brano d’apertura dal titolo omonimo, Tutti amiamo senza fine, è già di per sé una dichiarazione d’intenti assolutamente specifica: il terzo disco dei livornesi Siberia è un disco dedicato alle molte sfaccettature dell’amore romantico. È un amore pensato, vissuto, fatto, desiderato, ma prima di tutto inteso come moto dell’animo che tutti sperimentiamo in quanto impossibile da evitare nella condizione umana. Soprattutto viene raccontato nella maniera di viverlo di un adolescente, o di qualcuno che rimpianga lo sperimentare l’amore con quella freschezza e quel totale abbandono di cui siamo capaci solo prima che le delusioni, tanto inevitabili come il sentimento stesso che ce le fa provare, arrivino. Un disco dal sapore nostalgico quindi, che riprende un tema già caro ai Siberia dei primi due dischi, ovvero il dolore vissuto come catarsi necessaria per una crescita consapevole.

C’è profondità d’intenti, ma questo non deve scoraggiare chi è più amante della leggerezza, perché la cosa che appare più chiara già al primo ascolto è che se c’era in passato nella band una sorta di paura di fare pop, concetto espresso in pratica ogni volta che era stato dato loro modo di dirlo, con Tutti amiamo senza fine si può ben dire che questa sia sparita, non lasciando più quasi nemmeno il ricordo: questo disco infatti è un perfetto album di pop music, un prodotto sapientemente curato in tutti i particolari per inscriversi con precisione assoluta nel panorama dell’it pop che va per la maggiore.
I testi sono freschi e lineari, le sonorità varie e si ispirano un po’ a un classico cantautorato italiano, un po’ alla scena indie inglese/americana degli ultimi vent’anni, ma soprattutto sono i suoni contemporanei di gruppi italiani che spopolano – come Canova e Thegiornalisti per fare i primi due nomi che vengono in mente – a fare da padroni.

La canzone omonima d’apertura da un avvio corale a una track list piena di ritornelli e ritmi incalzanti, ti si insinuano così facilmente in testa che non possono che ritornarti in mente con insistenza già dopo il primo ascolto: canzoni come Ian Curtis, My Love, Mon Amour, La canzone dell’estate e Mademoiselle sono brani trascinanti, che ti viene voglia di cantare e su cui puoi chiaramente immaginarti il pubblico intonare un coro ai prossimi concerti dei Siberia. A fare da intervallo più intimista troviamo ballate come Non riesco a respirare e Sciogliti, quest’ultimo forse il brano più interessante del disco e che si presta ad un’analisi più profonda in termini di testo, insieme a Peccato, capitolo finale e altro cantabilissimo ritornello. Pur nella loro varietà i pezzi lasciano comunque la sensazione alla fine di aver sentito undici brevi parti di uno stesso componimento che inizia e finisce in un unico respiro.

Se fosse il primo disco della band non ci sarebbe molto altro da dire se non che è un disco assolutamente riuscito nel suo genere, ma non si può fare a meno di notare che i Siberia abbiano subìto come band un vero e proprio stravolgimento sonoro in soli tre anni o poco più dall’uscita del loro primo disco del 2016, In un sogno è la mia patria. La dedica a Ian Curtis del primo singolo di questa loro ultima fatica forse voleva essere simbolicamente anche un modo per omaggiare i loro ammiratori della prima ora, che sicuramente li hanno amati per le sonorità new wave/post punk che li caratterizzavano in principio, che sono poi diventate più elettroniche in Si vuole scappare (2018) e che in fine con questo disco invece si perdono quasi del tutto.
È per questo che sotto un punto di vista soggettivo, questa ultima fatica dei Siberia forse riesce a intrattenermi, ma non ad emozionarmi particolarmente. Probabilmente sono legata troppo a quando i loro testi toccavano altre profondità, a quando la musica che li accompagnava riusciva senza essere mai troppo complessa comunque a sorprendere l’orecchio, caratteristiche che li hanno resi finora purtroppo ostici al grande pubblico, ma che una parte più piccola di esso aveva accolto come fossero un’oasi lontana dalla semplificazione attuale.
Ma è pur vero che ogni artista nel suo percorso ha il diritto, e soprattutto il dovere verso se stesso, di evolversi verso quelle che sono le sue ispirazioni e di esprimerle, senza accettare condizionamenti di alcun tipo. Diritto dell’ascoltatore, al più, è quello di poter decidere di smettere d’ascoltare, ma sempre senza mai scordarsi che la regola di cui sopra vale anche per il suo parere, e che l’ispirazione di un artista ha sempre ragione d’essere al di là di tutto e deve essere lasciata libera.

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