Live Report: Cinzella Festival, Grottaglie (TA), 17-20 agosto 2019

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Siamo stati ospiti della terza edizione del Cinzella Festival e questo è quello che ci hanno regalato i giorni 3 e 4!
Il Cinzella Festival ha tutte la carte in regola per diventare un appuntamento fisso nell’estate musicale di ogni rocker. Se non vi bastano una location che farebbe gola a qualunque organizzatore, un team giovane ed entusiasta pronto ad accogliervi e il calore del pubblico infiammato dall’estate pugliese, allora tranquilli! ci penserà la musica a farvi dire “non intendo perdermi questo spettacolo!”.
Arriviamo nel cuore delle cave di Fantiano la sera di lunedì 19 Agosto ed uno scenario surreale ci accoglie: speroni di roccia su cui il sole al tramonto si riflette come in un quadro alieno, ulivi secolari che punteggiano la terra secca tra i muretti bianchi e il suono dei bassi che sale già dalle colonne di tufo, tra le risate e l’euforia di chi si avvicina come noi all’ingresso.
Appena oltre la soglia si capisce subito quale sia l’obiettivo a cui puntano gli organizzatori: offrire al sud Italia il proprio festival secondo i canoni delle migliori manifestazioni d’oltralpe.
E se c’è un’aria ancora “ruspante” ad accogliere la “piccola” folla che invade gli spazi della cava – un mercatino di dischi e artigianato che ammicca agli anni ’70 e food e beverage locali – l’idea che questo evento sia destinato a crescere è nell’aria: due palchi che propongono musica di band giovani del territorio e di band internazionali di tutto rispetto (siamo qui per sentire dei veri big, ma nelle prime due serate il main stage ha già potuto ospitare nomi altisonanti come i “Marlene Kuntz” e i “White Lies”) ed un pubblico di ogni età e da ogni parte d’Italia, per uno show che si dimostra subito all’altezza di qualsiasi appassionato di musica.
Riusciamo a raggiungere il palco secondario – il Cinzella Stage – quando ancora i “Sound’s Borderline” sono a metà della propria esibizione. Sono giovanissimi, vengono da qui vicino e poco a poco vedono i visi sotto lo stage aumentare e farsi sempre più interessati. E se c’è ancora qualche incertezza e ingenuità nel tenere il palco, l’esecuzione pulita e il sound moderno, ma che ammicca alla migliore tradizione rock blues convincono in fretta.
La chiusura tirata e veloce prepara l’animo degli spettatori all’arrivo sul palco dei “Mother Nature”, che subito mostrano carattere ed esperienza. Chitarre e voci potenti e il pubblico è subito pronto a lasciarsi trascinare e trasportare verso un finale psichedelico e roboante ad un tempo.
La giusta ricetta per lasciare anche questa band ed incamminarsi lungo il sentiero che ci conduce nel cuore dell’auditorium, costruito proprio ai piedi dell’area più grande della cava.
Uno spazio che racchiude in sé tutta la poesia della natura e che offre lo scenario più coinvolgente che un palco rock potrebbe desiderare: su su fino al punto più alto della scalinata, superare l’orlo di tufo e trovarsi davanti all’immagine del gruppo di fan già assiepati nel parterre e in attesa dei loro idoli.
Questa sera ci sono i “The Winstons” a riscaldare l’attesa: un mix improbabile di musica anni ’70. Rock, jazz, blues in uno show che ammicca ai musical ma in salsa prog. C’è di tutto nel sound di questi tre artisti eclettici e folli: un po’ di Bowie, un po’ di Rolling Stones, un po’ di ELP…e poi giù giù attraverso esibizioni folli dei migliori Jethro Tull o di sognanti Deep Purple.
E’ un salto nel passato che diverte e strega, sempre sul filo di una risata per l’ironia che impregna ogni aspetto dell’esibizione e non solo le battute leggere che i tre si scambiano sul palco o che rivolgono a tutti noi.
Se nessuno si lamenta quando lasciano lo stage è solo perché l’attesa è già alta e chi deve arrivare non calca le scene da troppo tempo.
E’ tanto che gli “Afterhours” mancano ai loro fans e poco importa che non si tratti della formazione originale della band, quando Manuel Agnelli e compagni salgono sul palco è immediata l’ovazione, cui loro rispondono lanciandosi subito in un rincorrersi feroce di riff aggressivi.
La voce di Manuel appare perfetta da subito, la band carichissima, il pubblico si muove, canta e salta. Quando la musica si ferma per pochi minuti, è un ritrovarsi emozionato da parte di tutti: Manuel confessa che non c’è niente di scontato per nessuno di loro, che stanno facendo una scommessa, e lascia intendere facilmente che è proprio quella risposta calorosa la loro vittoria.
Da lì è tutta in discesa. I pezzi si ricorrono negli anni, le hit più conosciute, le ballad più sentite e personali: Agnelli invita il pubblico a cantare con lui e nel silenzio del microfono la cava risuona di un’unica immensa voce che scalda nuovamente, come il sole di Puglia. E poi tante parole, tanta iterazione, il ricordo di una carriera non sempre facile ma combattuta, l’invito a fare altrettanto, a combattere per i propri sogni anche quando sei tu stesso a fare fatica a vederli.
Più di 1000 anime che rispondono a tutto questo. Più di 1000 anime che credono ad ogni parola, ma soprattutto ad ogni verso. Uno show lunghissimo, più di due ore di emozioni con una band che sembra non riuscire a staccarsi da quel palco e dall’affetto di chi è lì per loro.
Se qualcuno poteva avere ancora dei dubbi sul Cinzella, gli “Afterhours” bastano ed avanzano per fugarli tutti, perché solo un grande festival può permettersi uno show immenso come questo.
Nessuna sorpresa, quindi, se l’ultima sera, si preannuncia semplicemente infuocata.
Arriviamo alla location con due ore di anticipo rispetto allo show ma non basta: i parcheggi più vicini all’ingresso sono pieni, ci viene indicato un parcheggio appena più distante e, in realtà, non ci dispiace nemmeno troppo. Facciamo la strada fino all’entrata camminando tra gli ulivi e tra gli edifici di una vecchia masseria, incastonati nella pietra scolpita della cava stessa, un’occasione preziosa per scoprire che il parco delle cave è ancora più grande e bello di quanto il Festival ci avesse fatto sospettare nella prima nottata passata assieme.
Lo show sul palco secondario è purtroppo già concluso, ma poco male. Se credevamo che gli “Afterhours” avessero fatto il “tutto esaurito” ci sbagliavamo di grosso e, quando saliamo nuovamente la gradinata dell’auditorium, scopriamo che è gremito fino all’orlo e stupiti ci rendiamo conto che altrettanta gente sta arrivando, dietro di noi, e che presto non ci sarà più spazio che per la musica.
Non ci lasciano comunque a bocca asciutta troppo a lungo. Sul main stage sale una ragazzina magra: capelli lunghi, maxi t-shirt e un basso più grande di lei. Sorridiamo, chiedendoci quanti anni possa avere, tredici…quattordici… Lei non parla proprio, sta sotto le sue luci e imbraccia il suo basso e poi comincia a suonare e cantare, solo una base ad accompagnarla.
Convince subito, “Giungla”, con un suono, elettronico, sporco a tratti distonico, che riecheggia certe cantautrici della miglior musica underground inglese. Niente che possa fare anche solo immaginare che, terminati un paio di pezzi, ci saluterà in italiano e si presenterà con una vocina dolce ma affatto timida. Del resto, nulla sembra in grado di spaventarla, la folla sotto di lei è inesistente mentre s’impadronisce di un palco che la inghiotte per dimensione ma non può sovrastarla. Cresce di aggressività, si getta a terra, si muove sulle note difficili della sua musica e le vive fino in fondo, abbaglia e conquista. Sugli accordi potenti dell’ultimo pezzo le auguriamo di avere tutto il successo che il suo talento merita e, più tardi, resteremo un po’ delusi nel non trovare una copia del suo EP da acquistare.
Ma eccoci al gran finale.
Un finale perfetto per un festival come questo. E se i “Franz Ferdinand” si fanno aspettare un po’, quando salgono sul palco li perdoniamo in fretta.
Arrivano tranquillamente, attraversano lo stage senza fronzoli e senza scene da rockstar, ma appena imbracciano gli strumenti il gioco cambia e uno scatenato, elegantissimo ed affascinante Alex Kapranos s’impadronisce del palco con sicurezza ed esperienza.
E’ un turbinio di note e chiacchiere con il pubblico. La scaletta offre quasi solo pezzi classici della band, con arrangiamenti del tutto nuovi, che spingono sull’animo blues della loro musica e che consentono a Kapranos una libertà invidiabile nel gestire il palco.
Libertà che si prende tutta, accennando qualche ringraziamento in italiano, ribadendo più volte nel corso della serata come sia incredibile per loro trovarsi in uno scenario tanto bello e come, sebbene lontani da casa, si siano subito sentiti i benvenuti in questa calda terra di Puglia.
Su “Take me Out” la cava esplode e si trasforma in una discoteca sotto le stelle, con tremila persone che, tra spalti e parterre, ballano e cantano ad una sola voce. E poi è un inseguimento frenetico e velocissimo, in cui non c’è spazio per nessuna pausa e i brani si inseguono quasi senza sosta.
Per chi poteva avere dubbi legati alla nuova formazione della band britannica – come la sottoscritta – è un piacevole ritrovarsi ed un lasciarsi convincere facilmente da questa compagine di ottimi musicisti, capitanati con sicurezza da un inossidabile frontman.
Anche i pezzi dell’ultimo album acquistano nella versione live uno spessore del tutto diverso, confermando che questa band rende bene in sala di incisione, ma senza dubbio prende parecchi punti quando calca la scena.
Eppure abbiamo qualcosa di cui lamentarci, quando “This Fire” chiude lo show coinvolgendo direttamente il pubblico nello spettacolo.
Ed è che questa notte sia stata troppo corta, che un’ora e mezza di musica senza fiato non sia bastata e che dovremo aspettare un altro intero anno per rivivere l’esperienza del Cinzella Festival.
Ma vi garantiamo che ci saremo ancora e ancora.

Testo di MEM, foto di Silvia Saponaro

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