Muse live Stadio San Siro, Milano, 13.7.19

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Non è stato facile. Ho fatto sedimentare, dopo anche lunghe discussioni la mattina dopo e la sera stessa sul corso che stanno prendendo i Muse. Questo live report è del mio 39esimo concerto dei Muse. Quelli che ho letto li hanno visti la prima volta, qualche volta, li conoscono da molto meno di me. Non che la cosa sminuisca: ma capite che l’approccio è diverso. Come quando arrivano le matricole in università e tu sei lì lì per finirla, diventato tuttuno con la macchinetta che spaccia una brodaglia di nome caffè che invece non è e li guardi scuotendo la testa.

Avrei preferito fare delle foto e sottrarmi a questa pratica. Invece ha avuto ragione la mia amica: almeno mi sono goduta il concerto.

Sono ancora i Muse la band della mia vita? Sì. Sebbene negli anni passati non reggevo più il muser tipico troppo e dico troppo critico verso Matt. Che sì, è il nostro scimmiottino, ma non possiamo maltrattarlo più di tanto: lui non è quel teschio di titanio di Take a Bow, ha dei sentimenti. Tipo visto che sentimentoni che aveva per le forme di parmigiano? Come si può trattar male uno che ama le forme di parmigiano? Mi sono immaginata, dopo quel post su ig, anche uno spot della famiglia topina Parmareggio musicato con schitarrate a caso e sinfonie miste a elettronica.

Ma parliamo del concerto. Purtroppo sento solo i Mini Mansion da fuori. Ma quel poco che sento me li fa piacere. Non vedo l’ora di reincrociarli. Purtroppo invece il set di Nic Chester, che al precedente evento a San Siro fu invitato dalla band per una cover di Black in Black, si sente molto male visto che in tribuna si perde parte della voce e anche di alcuni strumenti. E forse, per quanto sia meraviglioso il suo progetto con la Milano Elettrica, è poco adatto come opening ai Muse: la folla si scatena solo con la -oddio dobbiamo chiamarla- cover dei Jet Are you gonna be my girl? e poi si prosegue tranquilloni. Non ho idea di cosa abbiano fatto i The Amazons il giorno prima, ma rispetto al colossale stadium tour del ’13, quello che vidi in pratica negli stadi di Londra, Nizza, Torino e Roma e che è confluito nel dvd, forse la scelta degli opening non è delle più esaltanti. Anche perché era difficile fare meglio di Biffy Clyro, Bastille, Arcane Roots, mi sa.

Quando alle 21:15, e proseguiranno per due ore facendo una canzone in meno del giorno precedente, però le luci si spengono tutte le considerazioni vanno via. Resta una: quanto cazzo si sente male? L’audio migliorerà poi in corso di concerto, ma anche per la seconda data, almeno per quanto si sente nel secondo anello, si sente malissimo. Specie la voce di Matt. Leggermente imperdonabile per una produzione pazzesca che è una macchina da guerra e che scenograficamente a questo giro ha stonato solo una cosa: ok che costano ottocento sterline ma perché così pochi palloni? Regà: Leto ha buttato anche i gonfiabili da spiaggia a metà concerto! Devo ammettere che sto scherzando nella cosa della scenografia? Dai, sì. Io credevo che il pupazzone che smascellava non fosse un gonfiabile addirittura, e devo ammettere che un attimino mi ha inquietata.

Per il resto la lunga cavalcata tra repertorio vecchio e nuovo – due ore intere ormai è difficile che vengano fatte da grandi band: vi ricordo che i Weezer a Bologna hanno fatto circa 75 minuti con delle cover in mezzo neppure stessero suonando al Covo mannaggia a loro- entusiasma: mi verrebbe da lamentarmi per quel riff di Assassin poi abortito e perché non mi spiego come quella che noi vecchi si chiamava la trilogy of error, ossia Undisclosed Desires, Madness e Mercy, non mi abbia fatto lo stesso brutto effetto di una volta: la voce di Bellamy specialmente su Mercy è stata impeccabile. Vorrei dire una cosa che sembra una cattiveria ma non lo è: sembra che di anno in anno impari sempre più a gestire il suo modo di cantare, e a fare qualche vaccata in meno.

Ad esempio mi sono commossa nel sentire nuovamente New Born con il giusto tempo: non dilatata come successe a Pesaro -Pesaro!- anni fa. E scusate se mi concentro su Matt: ma i 2+1 dietro sono inattaccabili. Chris in piena forma non ne sbaglia una, Dom sbaglia soltanto a mettersi quel completo rosso perché in Italia, a Luglio, ecco non è il massimo. Più uno perché Morgan lì a fare cucù alla sinistra di Dom c’è sempre, ed è una sicurezza. Seminascosto ma fondamentale sempre di più specie in questa commistione sinfonicoelettronica che sembra la nuova svolta Muse: molti sarebbero brani che dal vivo senza di lui mancherebbero di suoni rispetto allo studio. Al prossimo live cercatelo con lo sguardo, e mandategli pensieri pucciosi.

La scaletta è sbilanciatissima verso Simulation Theory. La mia teoria è quindi che alla band piaccia suonarlo molto più di Drones o perlomeno che alcune cose di Drones non erano state pensate per il live. O, daje di teoria del complotto, Drones è stato lo scarabocchio fatto uscire mentre si pensava a Simulation Theory. Inutile dire che con i visual e con le coerografie pezzi come Algorithm e Propaganda suonino decisamente suggestivi.

Per quanto riguarda il look e quello che possiamo parlare dell’allestimento: è molto stile Muse. Io addirittura l’ho trovato morigerato rispetto al passato, ma forse perché avevo beccato Matt con gli occhiali di Pikachu -malfidati, ho le prove- e perché mi sono arrostita con le fiamme foco-fino-ar-cielo delle ciminiere. Certo, stiamo sempre vestiti di led e ormai gioca così tanto con l’elettronica da portarsi un pad/controller molto più sviluppato di altri musicisti al braccio sinistro… ma oh, anche i robottini si sono ridimensionati. Capisco che per il medio fruitore di concerti è una cosa enorme, e infatti chi cura gli allestimenti va a fare consulenze ad altri tipo i Metallica, ma ecco: ho quasi trovato che si lasciasse più spazio alla musica e a loro che agli enormi allestimenti degli anni passati.

Boh, ci vediamo alla prossima chitarra rotta a fine concerto? Ma sì.

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