Zen Circus live Flowers Festival, 10.07.2019

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A cura di Mirko Vercelli

Il circo zen è da sempre sinonimo di casino, energia e cinismo.
E sono queste le parole chiave della sera al Flowers Festival, che seppur non troppo partecipata,
può contare una selezionata schiera di seguaci di lunghissima data (il classico pochi, ma buoni)
Ad aprire le danze è il duo tutto femminile di Io e la Tigre, nel giro dell’indie ormai da molti anni, ma
circoscritte sempre ad un ambito di nicchia.
Il motivo sfugge subito a tutti. Infatti dopo una presentazione un po’ timida ed un arrivo sul palco in
punta di piedi, le ragazze tirano fuori i loro artigli a suon di musica, graffiando letteralmente con pezzi
come Singapore e Lei sa,  a base di voci che strizzano l’occhio allo shoegaze e arrangiamenti
Hc/Punk che a noi italiani tanto vengono bene.
Il loro piglio attira anche i diffidenti che aspettavano gli Zen a debita distanza. Per dire.

Subito dopo, Giovanni Truppi e la sua band si prendono a forza il palco per un oretta in cui sciorina il
suo repertorio a ritmo serrato, alternandosi di strumento a strumento e confermando quindi
tecnicamente il suo eclettismo ed estro geniale che riversa tanto allo stesso modo nella costruzione
dei testi.
Una nota di merito per Nessuno e Stai andando bene Giovanni, i rari casi in cui l'esecuzione live
supera di gran lunga quella studio. Mi dispiace che chi non c’era se la sia persa, davvero.

Arrivati sul palco gli Zen, la festa inizia davvero. Il pubblico li accoglie con il pogo più violento anche
dove il raziocinio umano mai avrebbe trovato da pogare (Più voi fate casino, più noi facciamo casino
è da sempre il teorema delle loro serate) e la band ricambia con Andate tutti affanculo, cantata
letteralmente in coro anche dallo staff in servizio.
Appino intervalla note da bieco (cit.) cantautorato a performance di pura vena punk in cui pubblico
e gruppo saltano a ritmo, in stacchi strumentali che giocano con la struttura da studio dei pezzi.
Dopo l’esperienza a San Remo la band sembra molto più matura, sicura di sè, ma con lo stesso
smalto di anni fa. Ed è proprio con un occhio al passato che il gruppo mixa sapientemente ultime
uscite e vecchie glorie.
Spiccano fra tutte L’Egoista, Catene e Non voglio ballare, ma è con Ragazzo Eroe (contraltare a
Ragazza Eroina) che vi è una partecipazione corale univoca e la band da il meglio di sè,
scatenandosi del tutto.
Sappiamo benissimo che se insultiamo De Andrè lui si fa una bella risata. Ti vogliamo bene.
Nei tramezzi la band gioca fra di loro più che col pubblico, cosa che culmina nel monologo in cui tutti
iniziano a mandare a quel paese tutti e tutto.
Ligi alle tradizioni, la band lascia il palco solo in attesa di essere tirata fuori dal pubblico e allora,
come tutti si stavano ben aspettando, chiude con L’anima non conta, cantata anima e cuore e quel
poco di corde vocali rimaste, da tutti. E mentre il pezzo è ancora al solo già si sente la malinconia di
una serata finita così in fretta, di una festa di quelle vere. Tra pochi amici sinceri che ogni tanto si
reincontrano al bar e raccontandosi le novità si divertono a giocare col passato. Senza morale.
Il circo zen, su questo, è sempre una garanzia.

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