Francesco De Gregori allo Stupinigi Sonic Park – 09/07/19

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A cura di Mirko Vercelli

Ho sempre pensato che andare a sentire live un cantautore fosse qualcosa di accessorio ai fini della canzone.
Voglio dire, qualcosa come partecipare alla lettura di un audiolibro.
A tutte le persone che andavano a sentire i vari VecchioniGuccini e dopo tornavano entusiasti, io guardavo con occhio scettico.
Ebbene, ho dovuto ricredermi. Nel migliore dei modi.
Nella meravigliosa cornice del parco di Stupinigi (che già da sola vale una menzione a parte) ho potuto assistere al buon vecchio De Gregori che, assieme ad un orchestra d’oltre quaranta elementi, ha portato tutti quei pezzi della sua lunga carriera che hanno scritto in qualche modo la storia della musica italiana.
Praticamente un viaggio nelle sue greatest hits in veste sinfonica.
In realtà, inizialmente, c’erano tutte le prerogative per il disastro : vento incessante e tagliente, nuvole dai colori tetri che promettevano diluvi di biblica memoria e un team dello staff preposto a spruzzare antizanzare a chi entrava per evitare di perdere uno spettatore divorato vivo.
Sarà, come ho sentito dire in coda, che chi c’è lassù ha fatto  “un’eccezione per il maestro“, sarà il caso, ma appena le luci si sono spente e i riflettori del palco hanno illuminato,  ogni cosa si è calmata. Anche le zanzare.
A sorpresa, con un annuncio velocissimo,  spunta sul palco Francesco Tricarico.
Si, quello di “buongiorno, buongiorno, io sono Francesco“.
Lungi dall’essere il personaggio che ricordavo, si presenta invece con un elegantissimo completo e il savoir-fare che accompagna la maturità. Solo le note del piano, arrangiate a dovere, accompagnano la sua voce in una veloce kermesse di successi ed il nuovo singolo. Il cambio di veste è il valore aggiunto e tema della serata che poi troverà tutto il suo potenziale una volta arrivato il maestro sul palco.
Introdotto da una versione solo-orchestra di Oh Venezia, difficile da riconoscere immediatamente, veniamo introdotti a dovere in quella che sarà l’atmosfera della serata.
Suoni spaziosi, un quartetto d’archi minuzioso e la voce di De Gregori al di sopra di tutto.
Sempre delicata e convinta. Come se il tempo non fosse mai passato.
Ed è proprio quella la sensazione che sembra di avvertire, un viaggio al di fuori dal tempo che va da Pablo a Titanic come se ci fosse un sottile e nascosto filo rosso tra tutte le canzoni. A rendere ancora più surreale è poi il pubblico che, nel bene e nel male, pare completamente assente.
Un cambiamento interessante, al di là dell’arrangiamento orchestrale, è stato per me rappresentato da “Ma io non voglio più“, anziché “Ma io non ci sto più” in Alice.
Una nota piccola piccola.
Una scelta probabilmente dettata dalle correzioni che l’abitudine porta ad avere (ed in effetti il senso del testo è reso anche meglio così), che però con l’effetto classico/rivisto dona alla canzone un anima tutta nuova. (Ovviamente in tutto questo,  gioca un ruolo fondamentale l’orchestra).
Ed è poi sulle note de La donna cannone, arrangiata meglio di tutte, che il vento riinizia ad alzarsi e sembra che sollevi tutti quanti in un volo leggero e sognante proprio come quello descritto da De Gregori.
Ecco. Forse è stato quello il momento in cui mi sono accorto che quella serata aveva molto da dire. Al di là del contesto in cui viene inserito, il cantautorato live è cantautorato che vive, che si stacca dalle solite immagini che ti dona il racconto imparato a memoria su CD e che invece attinge dal momento, dall’attimo, dall’irripetibile.
Diventando un’esperienza nuova e unica.

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