Loud Krazy Love: recensione del documentario su Brian Welch (e i Korn)

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Nel mondo della musica è quasi un clichè dire che “le donne fanno dividere le band”. Basti pensare a Yoko Ono, o a Gloria Cavalera e alla spaccatura provocata nei Sepultura. Nel documentario Loud Krazy Love si segue come Jennea Marie abbia allontanato Brian ‘Head’ Welch dai Korn. Jennea però non è la classica donna/padrona che comanda Brian: è semplicemente sua figlia, nata il 6 Luglio 1998, e probabilmente gli ha anche salvato la vita.

I Korn sono una delle band più di successo della seconda metà degli anni Novanta, un gruppo spinto tantissimo da MTV e per questo “nato” fin da subito davanti alle telecamere, e lo stesso si può dire per Jennea: non era ancora epoca di telefonini onnipresenti, ma per chi aveva un po’ di soldi, era divertente girare con una telecamera e riprendere qualsiasi aspetto della propria vita. E’ questo il lato straordinario di Loud Krazy Love: i filmati arrivano dalla collezione privata di Brian, che mentre era in tour riceveva decine di ore di video che documentavano la vita della figlia che stava crescendo, e Brian ha garantito accesso totale ai filmati personali dell’epoca.
Accanto a questi filmati (veramente incredibili), ci sono le interviste/confessioni al regista del documentario: Brian e Jennea sono i protagonisti, ma tutti i membri dei Korn hanno contribuito con le loro dichiarazioni e ricordi, così come i genitori del chitarrista (due delle persone più normali che si possano immaginare).

La storia di Brian Welch è nota, e la si può riassumere nel peculiare percorso di successo, droghe, paternità, droghe, conversione religiosa, separazione dalla band, ossessione religiosa, ritorno nella band, e per la prima volta scopriamo cosa c’è stato dietro tutte le scelte compiute dal musicista.
La regia del documentario è molto intelligente, mostrando su un televisore vecchio tutti i filmati d’epoca, che su uno schermo moderno in 16:9 risulterebbero fuori fuoco, e utilizzando molte foto “cartacee” appendendole ad una parete virtuale. L’effetto è ottimo e aiuta a rendere dinamica la visione. Loud Krazy Love è disponbile sulla piattaforma digitale di Showtime, ma diciamo che con un po’ di ricerca, lo si può “trovare in giro”. E’ disponibile solo in inglese e con sottotitoli in inglese, quindi per chi fosse curioso, ecco un riassunto di quel che viene mostrato.

I primi 10 minuti di Loud Krazy Love sono dedicati alla nascita e l’ascesa dei Korn, con interviste a tutta la band, i ricordi solo positivi che tutti conservano del momento in cui il disco ha debuttato sopra i Backstreet Boys e Britney Spears, e si sono resi conto che non avrebbero mai più dovuto svegliarsi di mattina presto per andare al lavoro. Fra le tante dichiarazioni interessanti, è notevole quella di Munky che descrive la coppia di chitarristi come un uomo solo che suonava due pezzi, talmente era grande l’armonia compositiva e personale.
Si passa poi ad uno stacco su un televisore che proietta filmati “di famiglia” nei quali Head mostra la moglie incinta e aprono i regali per la figlia in arrivo, nella tradizione più americana e porta-sfiga del “babyshower” (qui in Italia porta male fare regali PRIMA della nascita!). Aprendo un salvadanaio di Winnie Pooh, Head commenta “Ci posso mettere lo Speed, qui dentro”. Insomma, la droga scorreva già nelle vene e nella testa della band, nel 1998. Vengono poi mostrati altri filmati in VHS di Head che si ubriaca di continuo, in tour, fino ad arrivare alla nascita di Jennea Marie: Brian non sembrava esattamente sobrio nemmeno in quel momento…
Un salto al presente, alle interviste, ed il chitarrista dice che appena la figlia tornò a casa, sentì il peso della responsabilità di una nuova vita, e che la sua prima preoccupazione fu di non rovinare la vita della figlia come lui stava rovinando la sua.
Si torna ai filmati d’epoca: Jeanna in fasce viene portata nel backstage di un concerto, Brian è felice e dice che stava già pensando di ripulirsi, e che gli altri della band erano felici per lui – anche se loro continuavano ad usare droga e alcool senza problemi.
La ricaduta fu a Woodstock 1999, con i Korn che suonarono un set fantastico davanti a decine di migliaia di persone: per festeggiare Brian, la moglie e tutta la band sniffarono di tutto, sul jet privato condiviso con Ice Cube e i Limp Bizkit. In questo momento si capisce che le interviste del documentario non si risparmieranno niente: Brian racconta di come la moglie bevve troppo e gli saltò addosso con violenza, e lui le tirò un pugno che le ruppe il naso, mentre la figlia dormiva.
Altro punto di rottura: scoprire che mentre i Korn erano in tour con i Metallica, la moglie aveva portato a vivere in casa degli skinhead, portandoseli a letto – la rabbia di Brian non è rivolta al tradimento, ma per le cose che Jeanna avrebbe potuto vedere. In quel momento, Brian portò la figlia in tour e smise nuovamente di drogarsi. I filmati della bimba sul palco con la babysitter sono tenerissimi, anche se il contesto non era esattamente sano…

Per due anni, dopo questi eventi, Brian cadde in una spirale a base di meth e sesso: nel documentario si autodefinisce un animale, incapace di ragionare.

“Ero sceso al livello di una bestia incapace di ragionare”

Per caso, in un bar, Brian si imbatte in un tizio che gli piazza in mano una Bibbia, e gli dice che può pregare anche quando è strafatto. Dopo un primo periodo di determinazione a disintossicarsi “perché Dio lo voleva”, ci fu una ricaduta, ma poi Brian trovò conforto leggendo la Bibbia e identificando molti riferimenti alla sua vita, e si sentì abbracciato fisicamente da Dio.
A questo punto, è facile essere scettici o ironici sulla passione che Brian impiega per spiegare quella sensazione di comunione con Dio, ma se con lui ha funzionato, cosa possiamo farci noi? Buttò veramente via le droghe che aveva in casa, e si dedicò alla religione – dovendo abbandonare i Korn, nel 2005. Jonathan si incazzò da morire, perchè Brian continuava a dirgli che era Dio ad avergli detto di lasciare la band, e Davis non è un tipo religioso.
Ovviamente, Brian esagera: dopo soli 10 giorni dall’addio ai Korn, va in Israele per cercare le origini del suo Dio e battezzarsi. Ma una settimana dopo, lui e la figlia iniziarono una vita insieme, lontano da band e droghe.
Certo, gioca a battezzare la figlia in mare, la porta ai talk show per mostrare al mondo quanto è bella la fede, vende tutti i premi vinti con i Korn per far spazio sulla parete e appendere foto della figlia (e dei crocefissi). Ma hey, prima di quel momento Jennea non era mai stata a casa a lungo con un genitore, ed era alle stelle. I genitori di Brian si preoccupano più della repentina conversione, che non dei momenti in cui il figlio era un tossico. Poi, Brian decide di investire i suoi soldi in operazioni caritatevoli, ma gli fregano tutto. Rimane senza soldi.

Per capirci, questa è la conversione anche fisica di Brian…

Accanto a questo, però, vengono anche compiute una marea di scelte sbagliate per Jennea, ormai pre-adolescente: si trasferiscono in una città dove non conosce nessuno e dove le altre ragazze hanno una famiglia (e non una madre assente e un padre rockstar), la porta in tour con la sua nuova band e alcune persone le offrono droga, finchè la ragazza, priva di amici, inizia a sfogare la rabbia repressa distruggendo cose, inizia a tagliarsi e, un giorno, cerca di suicidarsi.
La fede di Brian vacilla, perchè ha effettivamente sacrificato tutto nel nome di Dio, ma non ottiene niente (se non essere sobrio): non ha più soldi, la figlia si vuole uccidere, la gente non vuole più vedere la sua band. Ciononostante, porta Jennea in un centro cristiano per il recupero dei giovani.

Il cambiamento si rivela positivo, Jennea inizia a frequentare coetanei, ha una figura femminile di riferimento, inizia a sfogare in maniera positiva la sua rabbia e torna ad apprezzare il padre, che ogni tanto la porta ancora a qualche concerto.
La porta anche ad un festival (Carolina Rebellion) in cui gli headliner erano i Korn. A sorpresa, Brian chiede di incontrare la sua ex “anima gemella” Munky, che non sentiva da sette anni. Jennea era presente all’incontro, una sorta di “garante” contro eventuali risse fra i due.

Head e Fieldy: Jennea unica persona ammessa alla reunion!

Non ci furono i risse, anzi: Head fu invitato sul palco per una canzone, e dopo un paio di giorni gli dissero che c’era ancora posto per lui, nella band. Jennea era esitante verso questo nuovo sconvolgimento della vita, ma alla fine le cose si sono risolte per il meglio: Jonathan Davis ha accettato di chiudere un occhio sulle attività religiose di Head (che comunque, dopo ogni concerto va ad incontrare i fan cristiani per dare parole di sostegno), la band è tornata più forte di prima, e la protagonista di questa storia riesce a diplomarsi e portare anche il papà al ballo di fine anno.
Lieto fine.

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