Live Report: Florence + the Machine – Pala Alpitour, Torino, 18 marzo 2019

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Ci sono pochi eventi nella vita che lasciano il segno, di qualsiasi tipologia esso possa essere. Più nello specifico e in ambito musicale, si potrebbe dire che sono davvero rari i concerti che colpiscono in pieno lo spettatore; e ancora più rari sono quei concerti che definire tali equivarrebbe a definire una riduzione della loro vera natura. Quest’ultimo caso è perfettamente rappresentato dallo show dei Florence + the Machine, band inglese con quattro dischi all’attivo e una carriera ormai decennale. 

L’High As Hope tour fa doppia tappa italiana, Bologna e Torino, dopo un estensivo tour americano e qualche data europea. Ma procediamo con calma: ad aprire le danze gli Young Fathers, trio scozzese, vincitore di un Mercury Prize e con una tripletta di album in repertorio. Il loro live dà eguale importanza allo show come concerto e come esibizione: la batteria costituisce la base sopra cui si esprimono le voci e le movenze degli altri due membri. Se apprezzate la compresenza di rnb, l’hip hop e il pop, gli Young Fathers fanno al caso vostro. 

Durante l’apertura le tribune del palazzetto sono popolate da una scarsa fetta di pubblico, per poi riempirsi poco prima dell’inizio dell’headliner della serata. Il palco si popola improvvisamente con gli strumenti necessari -prima coperti da teli- alla prosecuzione dell’evento. Inoltre, si scopre parte della scenografia dello show di Florence – uno sfondo in legno che fa da cornice alla numerosa band. Ci siamo, sono finalmente le 21:15, le luci si abbassano e il pubblico si prepara ad assistere a quella che sarà una delle esperienze più sensazionali e memorabili della vita. Bastano una manciata di note per entrare nel vivo dello show: June fa da apripista, con Florence fissa all’asta con il microfono tra le mani, fino al punto in cui si sprigiona ogni singolo strumento, dove Florence inizia a dare sfogo al proprio spirito, allontanandosi da una postazione precisa sullo stage per esprimere la forza e la natura di ogni emozione provocata dai pezzi. La strofa finale di June è probabilmente uno dei momenti più evocativi ed intensi dell’intero spettacolo, forse per l’azzeccata struttura della canzone ad aprire un concerto di Florence – prima minimale ed intima, poi ricca ed esplosiva. Ciò che, in nuce, racchiude l’intrinseca natura della band è la perpendicolarità tra il terreno e il divino – nella scelta stilistica dei pezzi, nei testi e nella musica, ma soprattutto nell’impatto sul pubblico. La sensazione costante è quella di essere tra due realtà, molto spesso amalgamate: il fascino terreno di Florence è innalzato ad un livello superiore grazie al suo lungo abito giallo, la voce angelica e impeccabile anche durante le movenze e i gesti a carattere religioso – lo sguardo, le braccia e le mani rivolti verso l’alto. Il contatto col pubblico, a partire da Hunger, è segno di un’intensa connessione coi fan. Durante Delilah, Florence scende dal palco e percorre gran parte del perimetro del palazzetto, per poi immergersi all’interno della massa ed elevarsi a creatura quasi prossima al divino. Il contatto fisico con un fan avviene anche durante What Kind of Man, dove Florence abbraccia e porta al petto un ragazzo in prima fila. 

L’invito a posare il telefono prima di Dog Days are Over, ad abbracciare e stringere la mano del vicino – sconosciuto o amico – sono segni di una incredibile umanità; umanità che raggiunge il culmine nella parte di spettacolo dove Florence invita ad amare senza confini, riferendosi alla situazione politica inglese e ponendo l’accento sul fatto che la band sia una band inglese ma anche europea.

Florence è una di noi, parla della madre in un aneddoto che fa sorridere gli spettatori, ma nel vivo dei pezzi si trasforma in una creatura magica che lancia continuamente incantesimi sul pubblico: l’effetto che se ne ricava è paragonabile a quello di un toccasana. Dopo l’encore – con Big God e Shake it Out – la magia non si spezza, ma viene custodita nel cuore di ognuno; ed è un cuore vivo, rinvigorito, rigenerato, pieno di emozioni, svuotato dei pesi negativi ed opprimenti: una sorta di purificazione di tutto ciò che non conduce alla vita e alla sua bellezza. 

Se vi siete persi le due date italiane, non disperatevi, c’è ancora un’occasione. Segnatevi immediatamente la data: 30 agosto a Milano. Durante il concerto proverete una confusione di stati d’animo, ma alla fine il vostro animo sarà leggero, libero, pregno di amore e di positività – in qualunque forma possa esistere.

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