Live Report: Muse – Royal Albert Hall, Londra, 3 dicembre 2018

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Tremate, tremate, gli “alieni” del rock sono tornati!
Il 3 Dicembre 2018, alle 20:30, l’aria della Royal Albert Hall è carica di aspettativa.
Quell’ansia sottile che ha accompagnato i fan dei Muse nella rivelazione progressiva dei nuovi pezzi dall’ottavo album di studio – Simulation Theory – si è tradotta nei respiri sospesi e gli sguardi sgranati davanti all’immensa mole dell’organo della RAH.
Con uno scenario così, ti aspetti qualcosa di altrettanto grandioso! E tu, da bravo fan di una delle band più eclettiche, originali ed eccentriche dell’attuale panorama musicale, ci speri che rendano omaggio alla scenografia.
Ci ha provato Yungblud, ingaggiato come opening, a smorzare l’attesa con un po’ di brit-punk vecchia scuola mischiato a sonorità hip hop. Il sound è abbastanza originale, ma senza far storcere troppo il naso agli amanti del rock classico; in altre situazioni sarebbe stato degno di un ascolto più attento, ma non stasera. Stasera sono tutti qui per la stessa ragione.
Quindi, respiro mozzato e piedi scalpitanti mentre i nostri tre si fanno – da vere dive – aspettare un po’ e la domanda che rimane lì, inespressa, è una sola: cosa succederà adesso?
…beh… la realtà è che, per chi sapeva leggere, i segni c’erano tutti.
Diciamoci la verità: erano ormai tre album che Algorithm aspettava di vedere la luce, la svolta “elettronica” dei Muse che faceva capolino nei pezzi più interessanti proposti da Black Holes and Revelations in poi. Ed è, in qualche modo, la voglia di “Space Opera” a farla da padrona per l’intera serata, dandoci un assaggio di “quello che potrebbe essere” e che, si spera, “sarà” dei prossimi show del trio del Devon.
Nella scaletta serratissima, infatti, spiccano come gioielli i tre pezzi “strumentali”: la già citata Algorithm – il cui esordio si rivela emozionante e coinvolgente come speravamo – Isolated System ed una “rediviva” Unsustainable, eseguita in modo magistrale e in grado, da sola, di far venire giù il cielo dal soffitto. A loro si aggrega The Dark Side che, pur non potendo classificarsi esattamente come “strumentale”, gode della medesima connotazione operistica. Una scia di briciole punta dritta dritta in una direzione completamente innovativa, pronta a congiungere, con arroganza e talento, musica classica e rock, riallacciando una catena lasciata a metà quasi trent’anni fa dalla prematura scomparsa del genio di Mercury.
In generale, i Muse appaiono in forma smagliante, sicuri di sé e padroni del palco come nelle loro migliori performance: la voce di Matt Bellamy risuona chiara, limpida e decisa come non succedeva da un po’; la batteria di Dominic Howard sostiene uno show impegnativo e carico e Chris Wolstenholme si dimostra una volta di più la colonna portante dell’esibizione e di un sound che, anche nelle continue variazioni, risulta personale e inconfondibile. Pochi regali, forse, a meno di voler annoverare tra questi un medley dei riff più intensi della band – “15 minuti di metal” lo chiama Bellamy – una Showbiz che scalda il cuore dei fan più assidui e l’intramontabile Plug in Baby.
La verità è che la curiosità è tutta per i pezzi del nuovo album. Ora che l’attesa è finita, Break It to Me, Pressure e Thought Contagion convincono anche lo zoccolo duro dei puristi, riportando a galla quella vena di “follia creativa” che è il vero marchio di fabbrica di questa band: nessuna aspettativa, nessun freno inibitore.
A voler proprio cercare qualcosa per lamentarsi un po’ – e tener fede alla scherzosa nomea dei musers in questo senso! – a parte la brevità dello show, si potrebbe dire che ci hanno lasciato pochi indizi su quello che dovremo aspettarci da questo nuovo tour. Di sicuro, c’è la voglia di cambiare ancora una volta la propria pelle e, forse, con più convinzione di quanta ne hanno mostrata con i loro ultimi lavori; quel desiderio di farsi guardare e ascoltare sempre come qualcosa di “nuovo”, al di là delle influenze più o meno riconoscibili, delle etichette inevitabili e del bisogno di ricondurre ad unità la varietà del rock.
Ai Muse piace essere i Muse: sempre diversi, nuovamente vivi e gloriosamente invadenti.
Pronti ad accogliere di nuovo la loro astronave?

Testo di MEM

 

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