Japandroids, Covo Summer, 06.07.2018

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Avevo letto o sentito dire che una parte del nostro cervello rimane sempre attiva quando dobbiamo fare ritorno verso casa, anche dopo aver fatto festa e aver bevuto più del solito quando la nostra mente tende a “spegnersi”.
La strada verso il Covo è sempre quella e, nonostante mancassi da svariati anni, me la ricordo alla perfezione.
In questo afoso 7 luglio 2018, ovviamente nel giardino dove si tiene l’estivo del famoso locale di Bologna, suonano i Japandroids, ovvero Brian King e David Prowse.
Il duo canadese torna a Bologna dopo circa sei anni (ricordi vaghi…), ma l’atmosfera che si respira è completamente differente: è chiaro che vi è un netto cambio generazionale, anche se i “fedelissimi” della band si vedono o rimangono sospesi per aria più del dovuto; siamo al di fuori del locale, per me cosa nuova dato che ero abituata all’altro estivo (il Bolognetti) e, in particolare, l’interno stesso del Covo, dove spesso e volentieri consumavo le scarpe (per non dire cose peggiori che resteranno tra quei muri); la differenza delle canzoni tra il primo album “Post-Nothing” e “Near to the Wild Heart of Life” è più che evidente (del resto “Celebration Rock”, tra le due opere sopra citate, è datato 2012).
È passato il tempo anche per loro, ma non dal punto di vista del live che, sbavature alla voce a parte, è sempre piuttosto esplosivo: riferimenti al Punk americano ne abbiamo (Husker Du e Fugazi, oltre a qualcosina dei Stooges), ma vanno in contrasto con melodie più schiette e armoniose, oltre ai vari coretti che ci catturano e di cui non possiamo fare a meno.
I Japandroids creano un muro sonoro variopinto, nonostante siano solo in due, ma, al contempo cercano di ricomporsi e creare, appunto, qualcosa di più “orecchiabile” e meno punk: orecchie che fischiano sì, del resto distorsioni e rabbia vanno d’accordo; e la mia influenza sembra passata, almeno per il concerto e grazie ai vari ampli diffusi sul palco (mai una volta che scelga un posto centrale ai concerti: sempre sotto alle casse).
Brian e David, poi, sono divertenti, intrattengono con poco: due battute sui mondiali; ci fanno la paternale con “bevete, divertitevi, ma andate a casa sani e salvi che vogliamo rivedervi” ripetuto almeno 3 volte; offrono la vodka (era vodka?) a chi non beve (ci resto male eh) e pare venuto fuori dal periodo dei Punk-Indie Straight Edge; lasciano in sospeso un ragazzo mentre fa surf sull’ultima canzone, quando si ripresentano; ci salutano con la promessa che ci rivedremo (magari prima di altri 6 anni).
Ci sono le luci, c’è il fumo, pare ci sia più di una chitarra e una linea ritmica ben più definita: ma i Japandroids sono in due e amano fare casino così, dando il massimo di loro stessi, alle volte esagerando nella vocalità (dai, le stonate sono molto Punk) ed esprimendo la loro, seppur banale stereotipo, bontà canadese.
Ci rivedremo, Brian e David, e spero presto: sempre a Bologna e al chiuso, dove il caos raddoppia e le voci dei vari “ohohhh” nei coretti sono molto più intensi, meno limpidi e più esilaranti.

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