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The Jesus and Mary Chain @ Porto Antico, Genova

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Martedì 22 maggio mi ritrovo per puro caso a Genova: in realtà, quel giorno, sognavo di occuparmi di altro, di un progetto personale; tuttavia, pur sapendo che quel mio desiderio non avrebbe avuto luogo, decido all’ultimo di prendere il treno delle 06.58 da Modena che conduce a Genova Brignole.
Questa serata particolare ed incerta, a causa delle condizioni meteo del capoluogo ligure, segna il ritorno in Italia della band degli eccentrici fratelli, William e Jim, Reid: The Jesus and Mary Chain.
Non è la prima volta che incontro la band scozzese, poiché mi è capitato di fare la loro conoscenza nel luglio del 2015, nel corso della rassegna Ferrara sotto le Stelle, quando hanno eseguito per intero il capolavoro shoegaze che prende il nome di Psychocandy.
La band di Glasgow si presenta sul palco, situato nella suggestiva ed incantevole cornice del Porto Antico di Genova, intorno alle 21.30 tra una fitta coltre di fumo e di nebbia, tipica del genere, che viene improvvisamente squarciata da un gioco di luci distorto e rapido e dal brano “Amputation”, canzone che, tra l’altro, dà inizio alla loro ultima fatica discografica Damage and Joy.
Jim Reid è il frontman indiscusso della serata, difatti, rispetto al concerto di Ferrara, si ritrova in avanti rispetto al fratello William (alla chitarra; ben visibile grazie all’esplosione dei suoi caratteristici ed inseparabili capelli riccioluti) e al resto della band.
Il cantante, infatti, si ritrova a contatto col pubblico, nonostante rimanga “freddo” e si limiti ai soliti “grazie” e ad alcune parole sussurrate per presentare qualche brano più storico e meno recente: “April Skies”, secondo brano della setlist, “Darklands”, “Cherry Came Too” (da Darklands); “Some Candy Talking”, il classicone “Just Like Honey” e “In a Hole” sono i brani che fanno ondeggiare, ricordando sempre di osservare attentamente le scarpe, del perennemente attuale e surreale “Psychocandy”; non mancano, nel corso della serata, “Blues from a Gun”, “Head On”, “Far Gone Out” e “Cracking Up”, ovvero tracce che ripercorrono la storia della band dall’album “Automatic” fino a “Munki”, la fatica discografica che segnerà un lungo periodo di inattività dei Jesus and Mary Chain fino a “Damage and Joy” datato 2017.
Nel corso di questo live, dunque, la band scozzese decide di ripercorrere tutta la sua storia, insegnando qualcosa di importante a chi li conosce da poco e facendo sognare chi, invece, li ha visti in più occasioni: il pubblico, così come le canzoni eseguite questa sera e relative suggestioni, è variopinto e di tutte le età, aspetto che fa apprezzare sempre di più la musica come Arte in grado di unire così tante personalità differenti tra loro.
L’atmosfera che si respira questa sera è la solita che si ha nel corso di un live del genere: la shoegaze porta, come ho già scritto a inizio review, a una fitta nebbia e a una serie incontrollata di luci e sensazioni che segnano una sorta di linea invisibile tra sogno e realtà, tra parole sussurrate, dolci come il miele, e sonorità esplosive e distorte.
La voce di Jim Reid è sì delicata e bisbigliata, tuttavia resta compatta, equilibrata e tiene testa alle melodie policrome ed incostanti degli strumentisti: se i volumi e le distorsioni (comunque decisamente più intensi e alti rispetto al concerto di Ferrara) fossero stati più incisivi, ci sarebbe stata un’emozione più amplificata, le orecchie dei presenti avrebbero continuato a fischiare a due giorni di distanza dal live e, sicuramente, l’impressione di aver ascoltato un sound che fa più da cornice e meno da antagonista alla voce sarebbe stata meno evidente.

A quando il prossimo concerto dei Jesus and Mary Chain insomma?

SETLIST

(Un grazie particolare a Habanero Edizioni e a Supernova Concerti)

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