Baustelle, live a Parma, 25.04.2018

0

N.B. : Per motivi di immagine e credibilità, tengo a precisare che ho partecipato a questo evento, non da inviata profescional, bensì da festaiola sgallinata e alquanto danzereccia (i malfidenti diranno che non vi sia alcuna differenza, ma io preferisco non confermare né smentire, parlano i fatti).

 

25 aprile: data italiana ufficiale per ricordare la fine dell’occupazione tedesca in Italia, del regime fascista e della seconda guerra mondiale.

 

Per questa importantissima ricorrenza, nell’ex Gran Ducato di Parma, è stato organizzato un concerto gratuito del gruppo indie Baustelle, composto dai toscanacci Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini.

 

Naturalmente ho colto la palla al balzo per andare a far danni con amici e conoscenti e chiunque, riuscendoci parecchio (motivo per cui, purtroppo, ho mancato il ritorno solista di Mara Redeghieri, ex Üstmamò, come opening act).

 

Tra un giretto in centro e una tappa tra un localino e l’altro, sono però arrivata in tempo in Piazza Garibaldi per l’esibizione dei Baustelle e la minimalista entrata in scena con il loro nome gigante scritto al neon, che fa molto psichedelia soft anni ’70.

 

Non ero ancora stata a un loro live, per quanto me lo avessero consigliato e riconsigliato i miei amici più intellettual – chic, e devo dire che mi sono ricreduta favorevolmente; per gli artisti, quella di non trovarsi davanti esclusivamente il loro pubblico affezionato, è un’impresa spesso disagevole, perché diciamocelo, ai concerti aggratis si partecipa in prevalenza un po’ per far casino, un po’ per fare qualcosa a caso.

 

Ma il pubblico parmigiano è stato molto composto e accogliente, per quanto curiosamente variegato.

La band ha saputo convincere anche i fans più scettici, che non erano a favore di un evento così mainstream e poco di nicchia snob, e la serata ha avuto così un’atmosfera alla David Lynch, che pure rispecchia il loro nome: la leggenda narra che Baustelle (in tedesco ‘lavori in corso’) sia stato scelto in verità perché contiene la parola ‘stelle’, l’onomatopeica ‘bau’ e ‘elle’, che in francese significa ‘lei’.

 

Da canzoni synth pop energizzanti come ‘Amanda Lear’ sullo stile di ‘Common People’ dei Pulp, e grazie alla quale ho sgambettato come una pazzissima, a ballads spietate, estreme, che sputano sentenze, il gruppo elettro rock si fa notare per non comunicare vie di mezzo.

Intorpidiscono o eccitano, sono soporiferi o zabaionici, e restano sempre riconoscibilissimi per via di quell’attitudine altezzosa e pretenziosa, che è l’emblema del loro essere e dei loro brani.

 

Proseguono il repertorio con la recente malinconica ma speranzosa ‘Veronica, n.2’, per poi chiudere (per quel che mi ricordo eh) con ‘La guerra è finita’, che sembra fatta assolutamente su misura per l’occasione ed emoziona pure un po’, complici la moltitudine di birre spillate dai locali intorno a Piazza Garibaldi, illuminata a festa e decorata con le bandiere di Parma e dell’Italia.

 

I Baustelle li avevo sempre erroneamente immaginati molto intellettualoidi finti stanchi, ma devo ammettere che ho dovuto ricredermi, trovandoli coinvolgenti, performanti e dispensatori di atmosfere soavi e stroboscopiche al tempo stesso, capaci di affrontare tematiche drammatiche e tragicomiche, unendo conflitti generazionali e personaggi caratteristici.

 

Share.

About Author

Comments are closed.